L’accademia dei morti viventi.
Parte quarta: la conservazione dei testi

[Segue da Parte terza: i testi]

HR Giger Egg Silo I. L'uso dell'immagine in senso bibliotecario è stato ispirato da un contributo di Antonella De RobbioPiù effimera delle tavole di pietra, la carta stampata appare convenzionalmente più affidabile dei testi digitalizzati, esposti al malfunzionamento degli strumenti – sebbene  i dati sugli hard disk siano assai più durevoli di quanto s’immagini, – e all’obsolescenza dei programmi e dei formati.  La nostra esperienza nella conservazione di documenti cartacei è millenaria, mentre siamo dei neofiti per quelli elettronici. Anche per questo subiamo le complicazioni archeologiche connesse a programmi e formati proprietari non più mantenuti delle aziende produttrici.

La soluzione del problema della conservazione – come insegna la sopravvivenza selettiva delle opere di Aristotele – è in primo luogo sociale. Le biblioteche del XXI secolo saranno sempre più digitalizzate: la loro funzione astratta, però, – solo contingentemente identica alla conservazione di oggetti di carta - rimarrà la diffusione della conoscenza. Non a caso i bibliotecari sono, nell’accademia dei morti, fra i pochissimi vivi. Ma non possono essere lasciati soli:  la conservazione è sempre il lavoro di una comunità.

Se vogliamo che i nostri documento rimangano leggibili, dobbiamo scegliere formati aperti e non proprietari sostenuti comunitariamente – come illustra la transizione dell’HTML dal caos dell’inizio degli anni ’90 del secolo scorso alla standardizzazione tramite il  W3C, o l’intrapresa del TEI per la creazione di un formato standard per condividere i dati nelle scienze umane. TEI, oggi  XML compatibile, è descrittivo piuttosto che procedurale, e insiste sulla struttura logica di un documento piuttosto che sul modo in cui appare fisicamente: è quindi indipendente dallo strumento attuale o futuro con cui un suo file verrà visualizzato. E’ stato, però, pensato con lo sguardo rivolto al passato, per la digitalizzazione di testi stampati. I testi nativi digitali dovranno andare oltre TEI, sfruttando più a fondo l’elasticità dell’XML. Chi scrive. per esempio, ha prodotto un libro tradizionale e un ipertesto da una medesima matrice in xml-docbook, valendosi di fogli stile e di programmi già esistenti, originariamente elaborati per la redazione di manuali tecnici.

I metadati conservano i testi, perché li collocano in una mappa che permette di ritrovarli, di identificarne la natura e di comprenderli in un contesto. Li disegniamo, però, senza sapere che cosa sarà importante nel futuro, e in una situazione in cui i motori di ricerca, piuttosto che affidarsi ai metadati prodotti da noi, preferiscono  usare – senza trasparenza -  i loro. Secondo Clay Shirky, le tassonomie tradizionali funzionano quando il corpus da catalogare è limitato e i suoi produttori e utenti sono un gruppo coeso di esperti, mentre in rete, con un corpus indefinite prodotto da gruppi sconnessi di dilettanti, sono preferibili i tag apposti dagli utenti – ma come  integrazione non sostitutiva delle classifiche fatte dagli specialisti.

Le classificazioni delle biblioteche tradizionali contengono sistemi di localizzazione che permettono di identificare univocamente il luogo in cui si trova un testo. Sul web, le citazioni scientifiche devono fare i conti con la mobilità delle risorse digitali, e la conseguente instabilità degli URL Occorre dunque un sistema di identificatori che si risolvano dinamicamente nell’URL, seguendone le variazioni. Handle offre un simile servizio, assegnando alla risorsa un nome anziché un indirizzo, e rendendola tracciabile attraverso i suoi metadati, i quali comprendono un URL.aggiornabile. Il sistema è distribuito fra server locali: il server globale si limita a indirizzare le richieste degli utenti verso le autorità di denominazione locali specificate nei metadati degli oggetti richiesti. Anche Handle e le sue applicazioni sono frutto di uno sforzo comunitario delle parti interessate.

La vita di un testo sta nell’essere letto: non si conserva chiudendolo in un forziere come una pietra preziosa, ma solo garantendone l’accessibilità nel tempo. Mentre un volume antico può essere fisicamente danneggiato dal contatto col pubblico, un testo digitalizzato sopravvive – cioè continua a esistere in rete – solo se rimane ad accesso aperto. Gli archivi aperti, tuttavia, sono pensati per l’accessibilità dei contenuti piuttosto che per la conservazione dei documenti. E ancora peggiore è la situazione delle riviste elettroniche ad accesso chiuso, a cui le biblioteche si abbonano senza acquisirne neanche una copia. Non possiamo affidare la durata a lungo termine del nostro lavoro ad aziende private finalizzate al profitto ed esposte al fallimento: occorre – di nuovo – un impegno comunitario, come per esempio quello di LOCKSS (Lots of Copies Keep Stuff Safe).

LOCKSS è una rete  di biblioteche, realizzata con software libero, che mettono in comune le proprie risorse in un archivio distribuito “chiaro”, cioè aperto al pubblico. Il suo omologo PORTICO, invece, propone un archivio proprietario centralizzato basato su software anch’esso proprietario. LOCKSS ha risposto con CLOCKSS, che archivia tutte le risorse di un gruppo selezionato di biblioteche in un archivio distribuito “nero“, chiuso finché l’editore titolare delle opere conservate rimane attivo: ma l’accesso futuro a CLOCKSS è aperto a tutti, mentre quello a PORTICO è riservato a chi paga. Entrambi le soluzioni sono parziali, e scontano un oneroso pedaggio a un copyright che nell’ambiente digitale può essere applicato in modo molto più intenso e capillare che in quello fisico.

La conservazione delle risorse digitali è un’impresa costosa in termini di hardware, software e personale, che si estende in un orizzonte temporale indefinito. Per questo è esposta alla tragedia dei beni comuni: se le istituzioni si aspettano che la faccia qualcun altro, o che qualcun altro approfitterà del loro lavoro senza dare nulla in cambio, non la farà nessuno. LOCKSS organizza in forma digitale il sistema della libera moltiplicazione delle copie che ci ha permesso di ricevere i testi antichi attraverso i millenni: chi vi partecipa non guadagna nulla, se non la possibilità di avere voce in capitolo su un bene comune – sulla stessa sopravvivenza della cultura nel tempo. Come aveva già compreso Platone, scrivere sul papiro o sul silicio equivale a scrivere nell’acqua, se non c’è una comunità di persone che assume, attraverso i secoli, la missione del sapere e della sua disseminazione come un compito proprio.

[Continua]

 

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Pubblicare o perire?
Gli studiosi e il valore della ricerca

Il 23 febbraio alle ore 17 il professor Roberto Delle Donne, presidente della commissione Crui per l’open access,  terrà  una conferenza dal titolo:
 
Pubblicare o perire? Gli studiosi e il valore della ricerca
 
La conferenza si svolgerà presso la facoltà di Scienze politiche pisana  in Sala seminari (primo piano, via Serafini 3).  Se  non sapete nulla di accesso aperto  o avete delle questioni per le quali desiderate una risposta autorevole, non perdete quest’occasione. Lo straordinario contributo di Reti medioevali dimostra che cosa è possibile fare con l’open access quando una comunità di studiosi consapevoli e coerenti riesce a prenderlo sul serio.
 
 
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L’accesso aperto è femminista

Katsushika Hokusai, Feminine WaveE’ possibile produrre un argomento femminista in favore dell’accesso aperto? In What is Feminist About Open Access?: A Relational Approach to Copyright in the Academy (“feminist@law” 1, 2011), Carys J. Craig, Joseh F. Turcotte e Rosemary Coombe sostengono che la critica del copyright promossa dal movimento per l’open access presenta numerosi punti di convergenza con la teoria del diritto e la filosofia politica femminista.

Il movimento per l’open access, in particolare, potrebbe trarre vantaggio dalla concezione relazionale dei diritti e dell’autonomia sulla quale da tempo lavorano le teoriche femministe (v., da ultimo, l’importante e imponente lavoro di Jennifer Nedelsky, Law’s Relations, Oxford University 2011, pp. 542). La teoria tradizionale del diritto d’autore è fondata sull’individualismo possessivo: essa incoraggia l’autore a concepire il proprio lavoro intellettuale alla stregua di una proprietà come le altre, che può dunque essere venduta e sfruttata come una merce e da cui è lecito trarre profitto. In questa visione, l’autore è concepito come un individuo isolato che pensa e scrive in una sorta di vuoto pneumatico rispetto alle idee prodotte da altri: è proprietario assoluto della sua opera in quanto essa è originale e unica. Questa visione dell’autore, secondo Craig, Turcotte e Coombe, è superata:  l’autore, inteso nel senso appena descritto, è “morto” e l’opera è piuttosto da considerarsi un “tessuto di citazioni” – come ha sostenuto Roland Barthes (cfr. ivi, p. 9).

L’autore, come il sé, può essere ormai pensato solo all’interno di una rete relazionale. L’individuo è autonomo – come sostengono le teoriche femministe contemporanee – solo se collocato in un sistema di interdipendenze che sostiene le sue capacità di agire e pensare autonomamente. Uno degli obiettivi dell’approccio relazionale femminista è, infatti, distinguere tra relazioni che minacciano l’autonomia e le relazioni che la salvaguardano e la incoraggiano. In questa visione, i diritti non servono più a proteggere e isolare l’individuo dall’invasione della collettività; sono piuttosto uno strumento fondamentale per strutturare le relazioni per avere  garanzie che impediscano la loro sempre possibile degenerazione in relazioni di potere e di dominio.

Il diritto d’autore, dunque, andrebbe riscritto e ripensato in senso relazionale alla luce delle potenzialità che Internet offre di stimolare i processi creativi aumentando lo spazio delle comunicazioni, delle informazioni, delle interazioni e degli scambi. La recinzione dei commons digitali è un ostacolo alla creatività e uno strumento di potere ed è, certamente, tanto più assurda e ingiustificabile quando i prodotti intellettuali presenti in rete ad accesso proprietario sono frutto di ricerche prodotte con finanziamenti pubblici e sono pubblicate su riviste il cui obiettivo principale dovrebbe essere la disseminazione della conoscenza in vista della crescita del bene comune.

Se le leggi sulla proprietà intellettuale sono state originariamente pensate per stimolare la produttività e incentivare gli autori, oggi esse sembrano soprattutto favorire il potere di grandi imperi editoriali, costruiti sullo sfruttamento di un mondo accademico che sembra ostinarsi a remare contro se stesso e, ancor di più, contro gli interessi della ricerca.

Più fiducioso circa la possibilità di un’appropriazione e declinazione in senso rivoluzionario delle tecnologie di origine patriarcale, il femminismo della c.d. terza ondata può puntare alla creazione di sinergie con il movimento per l’accesso aperto. Non sarà, tuttavia, facile neanche a questa nuova alleanza sconfiggere le strutture economiche e di potere che mantengono l’attuale sistema proprietario delle pubblicazioni. Certamente, non lo sarà nel panorama italiano dove gli studi di genere e la teoria femminista ancora faticano persino ad ottenere uno spazio disciplinare autonomo.

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