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	<articleinfo>
		<title>Il Conflitto delle facoltà. In tre parti</title>
		<subtitle>Seconda parte. Il conflitto della facoltà filosofica con quella giuridica.</subtitle>
		<author>
			<firstname>Immanuel</firstname>
			<surname>Kant</surname>
			<authorblurb>
				<para>
					<ulink url="http://www.sp.unipi.it/hp/didonato">Home page</ulink>
				</para>
			</authorblurb>
		</author>
		<releaseinfo>Traduzione dall'<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/Kant/aa07/">originale
				tedesco</ulink> (1798) di Francesca Di Donato, sulla base degli appunti di Giuliano
			Marini.</releaseinfo>

		<copyright>
			<year>2008</year>
			<holder>Francesca Di Donato</holder>
		</copyright>
		<legalnotice>
			<para>Questo documento è soggetto a una licenza <ulink
					url="http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/it/deed.it">Creative
				Commons</ulink>
			</para>
		</legalnotice>
		<pubdate>
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		</pubdate>
	</articleinfo>
	<sect1 id="progresso">
		<title>[<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/077.html"
			>077</ulink>]Riproposizione della questione: se il genere umano sia in costante
			progresso verso il meglio</title>
		<para/>
		<sect2 id="uno">
			<title>[<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/079.html">079</ulink>]1. Che
				cosa si vuol qui sapere? </title>
			<para>Si chiede di una parte di storia umana, e precisamente non del passato bensì del
				futuro, dunque di una storia <emphasis>predicente</emphasis><footnote>
					<para>In questo paragrafo Kant distingue quattro tipi di storia: predicente
							(<foreignphrase>vorhersagende</foreignphrase>); pronosticante
							(<foreignphrase>wahrsagende</foreignphrase>); divinatoria o profetica
							(<foreignphrase>weissagende, profetische</foreignphrase>) e astrologante
							(<foreignphrase>wahrsagernd</foreignphrase>). La traduzione adottata qui
						e nel seguito è quella proposta da Giuliano Marini (cfr. G. Marini, <ulink
							url="http://archiviomarini.sp.unipi.it/114/">
							<citetitle>Sulle traduzioni italiane di alcuni termini kantiani aventi
								rilevanza giuridico-politica</citetitle>
						</ulink>, in <citetitle>Kant e la morale. A duecento anni da «La metafisica
							dei costumi»</citetitle>, Istituti Editoriali e Poligrafici
						Internazionali, Pisa-Roma 1999, pp. 118-20; cfr. anche G. Marini, <ulink
							url="http://archiviomarini.sp.unipi.it/26/">
							<citetitle>Considerazioni su storia pronosticante ed
							entusiasmo</citetitle>
						</ulink>, in <citetitle>Kant e il conflitto delle facoltà</citetitle>, il
						Mulino, Bologna 2003, in particolare alle pp. 213-221). [N.d.T.]</para>
				</footnote>, la quale, se non è condotta secondo note leggi della natura (come nel
				caso delle eclissi di sole e di luna), viene detta
				<emphasis>pronosticante</emphasis> e certo naturale, ma se non può essere acquisita
				altrimenti che per ispirazione e per un'estensione dello sguardo sul futuro,
				viene denominata <emphasis>divinatoria</emphasis> (profetica)<footnote>
					<para>Di chi pronostica in modo abborracciato (di chi lo fa senza sapere e senza
						onestà) si dice: egli <emphasis>astrologa</emphasis>, dalla <ulink
							url="http://it.wikipedia.org/wiki/Pizia">Pizia</ulink> alla
					zingara.</para>
				</footnote>. - Infatti, qui non si tratta assolutamente della storia naturale degli
				uomini (del fatto se ne possa nascere una qualche nuova razza futura) bensì della
					<emphasis>storia morale</emphasis> e perciò non secondo il <emphasis>concetto di
					genere</emphasis> (<foreignphrase>singulorum</foreignphrase>), bensì
				considerando la <emphasis>totalità</emphasis> degli uomini riuniti in società sulla
				terra, suddivisi in popolazioni (<foreignphrase>universorum</foreignphrase>), quando
				si domanda: se il <emphasis>genere</emphasis> umano (nel complesso) progredisca
				costantemente verso il meglio.</para>
		</sect2>

		<sect2 id="due">
			<title>2. Come lo si può sapere?</title>
			<para>In quanto narrazione storica che pronostica ciò che accadrà nel futuro: dunque
				come una possibile rappresentazione <foreignphrase>a priori</foreignphrase> dei
				fatti che devono accadere. - Ma come è possibile una storia <foreignphrase>a
				priori</foreignphrase> [<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/080.html"
					>080</ulink>]? - Risposta: quando colui stesso che pronostica,
				<emphasis>produce</emphasis> e prepara i fatti che preannuncia.</para>
			<para>I profeti ebrei poterono ben divinare che, presto o tardi, il loro stato sarebbe
				caduto non semplicemente in rovina, bensì nella completa dissoluzione; infatti,
				erano essi stessi gli autori di questo loro destino. - Come guide del proprio
				popolo, avevano gravato la loro costituzione di così tanti oneri ecclesiastici e di
				oneri civili, derivanti dai primi, che il loro stato divenne completamente incapace
				di restare in accordo specialmente con i popoli vicini, e le geremiadi<footnote>
					<para>Lamentele prolisse e inopportune (dal nome del profeta Geremia, autore presunto delle <citetitle pubwork="book">Lamentazioni</citetitle>) [N.d.T.]</para>
				</footnote> dei loro sacerdoti dovettero perciò svanire naturalmente nel nulla:
				infatti questi si ostinavano caparbiamente nel loro proposito di una costituzione
				indifendibile, fatta da loro stessi, e perciò furono in grado di prevederne essi
				stessi l'esito con certezza. </para>
			<para>I nostri politici, per quanto è loro possibile, fanno esattamente lo stesso, e
				anche nel fare pronostici hanno la medesima fortuna. - Si devono prendere gli
				uomini, essi dicono, come sono e non come sognano persone pedanti non informate sul
				mondo o sognatori bonaccioni. Ma questo <emphasis>come sono</emphasis> dovrebbe
				voler dire: come li <emphasis>abbiamo fatti</emphasis> diventare attraverso una
				coercizione ingiusta e editti pessimi messi in mano al governo, vale a dire testardi
				e inclini alla rivolta; cosicché, quando il governo allenta un po' le redini,
				certamente si producono tristi conseguenze, le quali fanno avverare le profezie di
				quei politici presunti prudenti<footnote>
					<para>Il riferimento ai politici che si attengono all'esperienza e non alla
						morale, che esaltano lo stato delle cose esistenti, e che non subordinano la
						prudenza alla sapienza, rimanda alla descrizione del moralista politico
						della <ulink url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantzef.html#id2536170"
							>prima appendice</ulink> del saggio <citetitle>Per la Pace
						Perpetua</citetitle> (AA VIII, <ulink
							url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa08/341.html">
							<citetitle>Zum ewigen Frieden</citetitle>
						</ulink>, pp. 341-86). [N.d.T.]</para>
				</footnote>. </para>
			<para>Anche gli ecclesiastici, di tanto in tanto, divinano la completa disfatta della
				religione e la ventura apparizione dell'Anticristo, mentre fanno proprio ciò che
				porta a introdurlo: non preoccupandosi cioè di infondere nel cuore della loro
				comunità princìpi morali che conducono direttamente al meglio, bensì di trasformare
				in dovere essenziale osservanze e credenze storiche, che devono produrlo
				indirettamente; da questo perciò può nascere di certo un'unanimità meccanica, come
				in una costituzione civile, ma non nell'intenzione morale; poi, però, si lagnano
				dell'irreligiosità che hanno essi stessi creato, e che dunque hanno potuto
				preannunciare anche senza particolari doti nel fare pronostici. [<ulink
					url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/081.html">081</ulink>]</para>
		</sect2>

		<sect2 id="tre">
			<title>3. Suddivisione del concetto di ciò che si vuole conoscere in anticipo sul
				futuro.</title>
			<para>I casi che possono contenere una predizione sono tre. Per quel che riguarda la sua
				destinazione morale, allo stadio attuale del suo valore morale tra i membri del
				creato, il genere umano è o in continuo <emphasis>regresso</emphasis> verso il
				peggio, o in un costante <emphasis>progresso</emphasis> verso il meglio, oppure in
				una perpetua <emphasis>immobilità</emphasis> (il che equivale a un moto circolare
				perpetuo attorno allo stesso punto).</para>
			<para>La <emphasis>prima</emphasis> tesi si può chiamare il
				<emphasis>terrorismo</emphasis> morale, la <emphasis>seconda</emphasis>
					l'<emphasis>eudemonismo</emphasis> (che, considerando il traguardo del progresso
				in un'ampia prospettiva, sarebbe chiamata anche <emphasis>chiliasmo</emphasis>), la
					<emphasis>terza</emphasis> invece l'<emphasis>abderitismo</emphasis><footnote>
					<para>L'<ulink url="http://it.wikipedia.org/wiki/Abderitismo"
						>abderitismo</ulink> prende il nome da <ulink
							url="http://it.wikipedia.org/wiki/Abdera">Abdera</ulink>, città della
						Tracia . [N.d.T.]</para>
				</footnote>: perché, non essendo possibile nelle cose morali una vera immobilità,
				un'ascesa continua e pure mutevole e una altrettanto frequente e profonda ricaduta
				(come un'oscillazione perpetua) non comporta altro che se il soggetto fosse rimasto
				nella stessa posizione e immobile.</para>
			<formalpara>
				<title>a. Del modo terroristico di rappresentare la storia umana.</title>
				<para>Nel genere umano, la decadenza verso il peggio non può essere ininterrotta e
					continua; a un certo punto di regresso, infatti, esso si distruggerebbe. Perciò,
					al crescere di grandi atrocità che si accumulano come montagne e dei mali ad
					esse corrispondenti, si dice: <quote>ora peggio di così non può andare; il
						giorno del giudizio è alle porte</quote>, e così il fantasticatore devoto
					già sogna la rinascita di tutte le cose e un mondo nuovo, una volta che questo
					qui sia scomparso nel fuoco.</para>
			</formalpara>
			<formalpara>
				<title>b. Del modo eudemonistico di rappresentare la storia umana.</title>
				<para>Può essere sempre ammesso che la quantità di bene e di male insita nella
					nostra natura rimanga nella disposizione sempre la stessa, e che nello stesso
					individuo non [<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/082.html"
					>082</ulink>] possa accrescersi né diminuire; - e d'altronde in che modo
					dovrebbe crescere questa quantità di bene nella disposizione, dato che ciò
					dovrebbe avvenire tramite la libertà del soggetto, per la qual cosa questi
					avrebbe a sua volta bisogno di un fondo di bene maggiore di quello che ha già? -
					Gli effetti non possono andare oltre la capacità della causa efficiente; e
					dunque la quantità di bene, che nell'uomo è frammisto al male, non può andare
					oltre una data misura, oltrepassata la quale egli potrebbe evolversi e così
					progredire sempre più verso il meglio. L'eudemonismo, con le sue sanguigne
					speranze, sembra che sia dunque insostenibile e che prometta poco a favore di
					una storia profetica dell'umanità riguardo al progresso permanente e
					progrediente sulla via del bene. </para>
			</formalpara>
			<formalpara>
				<title>c. Dell'ipotesi dell'abderitismo del genere umano per la predeterminazione
					della sua storia.</title>
				<para>Questa opinione potrebbe certamente essere sostenuta dalla maggioranza. La
					nostra specie è caratterizzata da un'operosa stoltezza: intraprendere
					rapidamente la via del bene, ma non per restarvi, bensì per non essere legati a
					un unico scopo, se anche accadesse solo per il gusto di cambiare, invertire il
					piano del progresso; costruire, per poi poter demolire e imporre a se stessi la
					vana fatica di spingere in salita la pietra di <ulink
						url="http://it.wikipedia.org/wiki/Sisifo">Sisifo</ulink> per poi farla
					rotolare di nuovo giù<footnote>
						<para>Cfr. su questo la polemica con Mendelsohn nella <ulink
								url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantdc.html#id2534523">terza
								parte</ulink> del <citetitle>Detto Comune</citetitle> (<citetitle>
								<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa08/273.html">AA VIII,
									Über den Gemeinspruch</ulink>
							</citetitle>, pp. 273-313); i termini usati da Kant (vedi, ad esempio,
								<ulink
								url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantdc.html#ftn.id2534662">il
								riferimento a Sisifo</ulink>) sono molto simili. [N.d.T.]</para>
					</footnote>. - Anche qui, dunque, nella disposizione naturale del genere umano
					sembra che il principio del male non sia pienamente amalgamato (fuso assieme)
					con quello del bene, quanto piuttosto che si neutralizzino l'un l'altro; tanto
					che ne risulterebbe un'inerzia (che qui è detta immobilità) che comporterebbe la
					conseguenza che segue: un occuparsi a vuoto, e lasciare che il bene si alterni
					al male, avanti e indietro, così che tutto il gioco delle relazioni della nostra
					specie con se stessa su questa sfera dovrebbe essere considerato una mera farsa,
					cosa che non permette di attribuirle, agli occhi della ragione, un valore più
					grande di quello che hanno le altre specie animali, che fanno lo stesso gioco a
					minor costo e senza sprecare l'intelletto. [<ulink
						url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/083.html">083</ulink>]</para>
			</formalpara>

		</sect2>

		<sect2 id="quattro">
			<title>4. Il problema del progresso non può essere risolto immediatamente attraverso
				l'esperienza.</title>
			<para>Se si fosse ritenuto che il genere umano, considerato nel complesso, stesse
				andando avanti da tanto tempo e fosse in procinto di progredire ancora, nessuno può
				tuttavia garantire che adesso, per via della disposizione fisica della nostra
				specie, non entri nell'epoca del suo regresso; e viceversa, se regredisce verso il
				peggio con caduta accelerata, non ci si deve perdere d'animo sul fatto che non si
				incontri proprio lì il punto di inversione (<foreignphrase>punctum flexus contrarii</foreignphrase><footnote>
					<para>Il punto di flesso di una curva è quello in cui la derivata cambia segno.
						Nella figura sotto, corrisponde al punto c. [N.d.T.] <inlinemediaobject>
<imageobject><imagedata fileref="flesso.gif" id="flesso"/>
</imageobject>
<textobject><phrase>Flesso</phrase></textobject></inlinemediaobject>
					</para>
				</footnote>) a partire dal quale, grazie alla disposizione morale insita nel nostro
				genere, il suo percorso si volga di nuovo verso il meglio. Poiché, infatti, abbiamo
				a che fare con esseri che agiscono liberamente, ai quali dapprima si può certo
					<emphasis>suggerire</emphasis> cosa <emphasis>debbano</emphasis> fare, senza che
				si possa <emphasis>predire</emphasis> che cosa <emphasis>faranno</emphasis>; ed
				essi, dal sentimento del male che hanno arrecato a se stessi, quando questo diventa
				davvero grave, sanno poi trarre un movente rafforzato per fare ora meglio ancora di
				quanto non prima di quella condizione. - Ma <quote>poveri mortali</quote> (dice
				l'abate <ulink url="http://www.bautz.de/bbkl/c/coyer_g_f.shtml"><emphasis>Coyer</emphasis></ulink>)
					<quote>presso di voi niente è stabile se non l'instabilità!</quote>.</para>
			<para>Che il corso delle cose umane che esso ci appaia un tale controsenso, forse
				dipende anche dalla nostra scelta sbagliata del punto di vista dal quale lo
				osserviamo. Visti dalla Terra, i pianeti ora vanno indietro, ora stanno fermi, e ora
				si muovono in avanti. Ma assunto il punto di vista del sole, cosa che può fare
				soltanto la ragione, essi si muovono costantemente secondo l'ipotesi di Copernico,
				nella loro traiettoria regolare. Piace tuttavia ad alcuni, pure non ignoranti,
				persistere con pertinacia nel loro modo di spiegare i fenomeni e nel punto di vista
				che hanno assunto in precedenza, dovessero per questo persino aggrovigliarsi fino
				all'insensatezza nei cicli ed epicicli di <ulink
					url="http://it.wikipedia.org/wiki/Tycho_Brahe"><emphasis>Tycho</emphasis></ulink>. - La sfortuna,
				tuttavia, sta proprio qui: che, trattandosi della previsione di azioni libere, non
				siamo in grado di mutare tale punto di vista. Questo sarebbe infatti il punto di
				vista, che guarda al di sopra di ogni sapienza umana, della
				<emphasis>provvidenza</emphasis>, che si estende anche alle
				<emphasis>libere</emphasis> azioni dell'uomo, le quali possono sì essere
					<emphasis>viste</emphasis>, ma non <emphasis>previste</emphasis> con certezza da
				lui (mentre qui per l'occhio di Dio [<ulink
					url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/084.html">084</ulink>] non c'è alcuna
				differenza), poiché l'uomo per quest'ultima cosa avrebbe bisogno della connessione
				secondo leggi della natura, e tuttavia riguardo alle future azioni
				<emphasis>libere</emphasis> deve rinunciare a questa guida o indicazione.</para>
			<para>Se si potesse attribuire all'uomo una volontà innata e costantemente buona,
				seppure limitata, allora sarebbe possibile predire con sicurezza questo progresso
				della sua specie verso il meglio: perché riguarderebbe un avvenimento che può egli
				stesso far accadere. Tuttavia, a causa della mescolanza del male col bene nella
				disposizione, secondo una misura che non gli è nota, egli non sa neppure quale
				effetto possa attendersene in futuro.</para>
		</sect2>

		<sect2 id="cinque">
			<title>5. La storia pronosticante del genere umano deve tuttavia essere collegata a una
				qualche esperienza.</title>
			<para>Nel genere umano deve esserci una qualche esperienza che, in quanto evento, mostri
				una sua disposizione (naturale) e una sua capacità d'essere
				<emphasis>causa</emphasis> del suo progresso verso il meglio e (poiché questo deve
				essere l'atto di un essere dotato di libertà) di esserne
				l'<emphasis>autore</emphasis>; tuttavia, da una data causa, se si verificano le
				circostanze che vi concorrono, si può predire come effetto un evento. Ma che queste
				ultime debbano prodursi in un qualche momento può essere certamente previsto in
				generale, come accade nel gioco quando si fa il calcolo delle probabilità, ma non si
				può determinare se accadrà nel corso della mia vita e se farò l'esperienza che
				confermi quella predizione. - Si deve dunque ricercare un evento che indichi, in
				modo indeterminato quanto al tempo, l'esistenza di una tale causa e anche l'atto
				della sua causalità nel genere umano; e che faccia concludere che il progresso verso
				il meglio è un'inevitabile conseguenza, una conclusione che può essere estesa anche
				alla storia del tempo passato (cioè che il genere umano sia sempre stato in continuo
				progresso), così che quell'evento non dovrebbe essere considerato esso stesso come
				causa, bensì solo come indicatore, in quanto <emphasis>segno storico</emphasis>
					(<foreignphrase>signum rememorativum, demonstrativum, prognostikon</foreignphrase><footnote>
					<para>Nella teologia cristiana, l'eucarestia è detta <foreignphrase>signum
							rememorativum</foreignphrase>: che fa ricordare;
							<foreignphrase>demonstrativum</foreignphrase>: che dimostra, nel
						presente; <foreignphrase>prognosticum</foreignphrase>: che permette di
						conoscere ciò che sarà. I segni storici che pronosticano (Kant qui usa la
						dizione greca) fanno conoscere all'occhio dello storico e del politico ciò
						che accadrà. Kant tratta dei segni rememorativi, dimostrativi e prognostici
						anche nel § 39 dell'<citetitle>Antropologia dal punto di vista
						pragmatico</citetitle>, 1798 (<citetitle>AA VII, Anthropologie in
							pragmatischer Hinsight Abgefasst</citetitle>, pp. <ulink
							url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/193.html">193</ulink>-<ulink
							url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/194.html">194</ulink>).
						[N.d.T.]</para>
				</footnote>), e così possa dimostrare la <emphasis>tendenza</emphasis> del genere
				umano nel <emphasis>complesso</emphasis>, ossia non negli individui (poiché ciò
				condurrebbe a un conteggio e a un calcolo senza fine), bensì come lo si trova sulla
				terra, suddiviso in popoli e in stati. [<ulink
					url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/085.html">085</ulink>] </para>
		</sect2>

		<sect2 id="sei">
			<title>6. Di un evento del nostro tempo che prova questa tendenza morale del genere
				umano.</title>
			<para>Questo evento non consiste propriamente in importanti fatti o misfatti compiuti
				dagli uomini, attraverso i quali quello che tra loro è stato grande diviene più
				piccolo o ciò che fu piccolo grande e, come per incanto, spariscono magnifiche
				costruzioni politiche antiche, e, quasi uscissero dal profondo della terra, ne
				nascono altre al loro posto. No: niente di tutto ciò. Si tratta semplicemente del
				modo di pensare degli spettatori che, in questo gioco di grandi trasformazioni, si
				rivela <emphasis>pubblicamente</emphasis> e manifesta una così generale e pure
				disinteressata partecipazione di coloro che si schierano da una parte contro quelli
				che stanno dall'altra, pur con il pericolo che questo essere di parte possa
				diventare per loro molto svantaggioso, ma così si mostra, almeno nella disposizione,
				un carattere del genere umano nel suo complesso (per via dell'universalità) e
				insieme un suo carattere morale (per il disinteresse) che non solo fa sperare nel
				progresso verso il meglio, ma, per quanto è sinora possibile, è già come tale un
				progresso.</para>
			<para>La rivoluzione di un popolo ricco di spirito che abbiamo visto avvenire nel nostro
				tempo, può avere successo o può fallire; può essere così piena di miseria e di
				atrocità, che un uomo che pensa rettamente, se potesse sperare di portarla a termine
				felicemente compiendola una seconda volta, non deciderebbe mai di ritentare
				l'esperimento a tal prezzo - questa rivoluzione, dico, trova però nell'animo di
				tutti gli spettatori (i quali non siano personalmente coinvolti in questo gioco) una
					<emphasis>partecipazione</emphasis> sul piano del desiderio che rasenta
				nell'entusiasmo, e la cui stessa manifestazione comportava qualche pericolo: una
				partecipazione che dunque non può avere altra causa che una disposizione morale
				insita nel genere umano.</para>
			<para>Questa causa morale che interviene è duplice: in primo luogo è quella del
					<emphasis>diritto</emphasis> di un popolo a non essere ostacolato da altre
				potenze a darsi una costituzione civile che gli sembra buona; in secondo luogo è
				quella dello <emphasis>scopo</emphasis> (che è al tempo stesso un dovere) per cui è
					<emphasis>legittima</emphasis> e moralmente buona solo quella costituzione
				civile che per sua natura è tale da evitare per principio la guerra di aggressione,
				e che, almeno in teoria, non può essere che la costituzione repubblicana<footnote>
					<para>Con questo non si intende tuttavia sostenere che un popolo che sia retto
						da una costituzione monarchica si attribuisca così il diritto, o che abbia
						anche soltanto il segreto desiderio di vederla cambiata; poiché per esempio
						il suo territorio assai frammentato in Europa può suggerirgli che quella
						costituzione è l'unica nella quale esso possa conservarsi fra vicini
						potenti. Anche i mormorii dei sudditi, non sulla politica interna, bensì a
						causa della condotta negli affari esteri, se il governo ostacolasse gli
						stranieri proprio nel loro costituirsi in repubbliche, non sono affatto
						prova dell'insoddisfazione del popolo verso la propria costituzione, ma
						piuttosto dell'amore per essa, poiché il governo è tanto più preservato dal
						vero pericolo quanto più altri popoli si costituiscono in repubbliche. -
						Eppure alcuni sicofanti calunniatori, per rendersi importanti, hanno cercato
						di far passare questo innocente parlare di politica per smania di
						cambiamenti, per giacobinismo e per sedizione, che costituirebbero un serio
						pericolo per lo stato: e invece non esisteva il minimo fondamento per questa
						accusa, soprattutto in un paese che era distante più di cento miglia dalla
						scena della rivoluzione.</para>
				</footnote> [<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/086.html"
				>086</ulink>]; dunque del fine di entrare nella condizione nella quale la guerra (la
				fonte di ogni male e corruzione dei costumi) venga fermata, e al genere umano,
				nonostante tutta la sua fragilità, venga così assicurato il progresso verso il
				meglio in negativo, perlomeno nel non essere ostacolato nel suo progredire. </para>
			<para>Questo, dunque, e il prendere parte al bene con un <emphasis>affetto</emphasis>,
					l'<emphasis>entusiasmo</emphasis>, sebbene esso non sia del tutto da
				giustificare, poiché ogni affetto merita in sé biasimo, dà l'occasione, tramite
				questa storia, per fare un'importante osservazione antropologica: un vero entusiasmo
				si riferisce sempre soltanto a ciò che è <emphasis>ideale</emphasis>, e precisamente
				puramente morale, come è il concetto del diritto, e non può innestarsi
				nell'interesse personale. I nemici della rivoluzione, attraverso ricompense, non
				potevano essere pieni dell'ardore e della grandezza d'animo che il semplice concetto
				del diritto faceva nascere nei rivoluzionari, e persino il concetto dell'onore
				dell'antica nobiltà guerriera (analogo all'entusiasmo) scomparve di fronte alle armi
				di coloro che avevano stampato negli occhi il <emphasis>diritto</emphasis> del
				popolo di cui facevano parte<footnote>
					<para>Di un tale entusiasmo per l'affermarsi del diritto per il genere umano si
						può dire: <foreignphrase>postquam ad arma Vulcania ventum est, - mortalis
							glacies ceu futilis ictu dissiluit.</foreignphrase> - Perché fino ad ora
						nessun sovrano ha mai osato affermare <emphasis>apertamente</emphasis> di
						non riconoscere alcun <emphasis>diritto</emphasis> del popolo nei propri
						confronti? E che il popolo deve la propria felicità soltanto alla
							<emphasis>benevolenza</emphasis> del governo che gliela concede, e che
						ogni pretesa del suddito a un diritto nei confronti del governo (poiché
						questo contiene in sé stesso il concetto di una resistenza permessa) sia
						assurda, e, anzi, punibile? - La causa è questa: che una tale dichiarazione
						pubblica farebbe insorgere tutti i sudditi contro di lui, anche se essi,
						come docili pecore guidate, ben nutrite e protette da un padrone buono e
						assennato, non avessero niente da lamentarsi circa il loro benessere. -
						Infatti a un essere dotato di libertà non basta godere delle comodità della
						vita, cosa che può derivagli anche da altri (e qui, dal governo); si tratta
						invece del <emphasis>principio</emphasis> secondo cui se le procura. Ma il
						benessere non ha un principio, né per colui che lo ottiene, né per chi lo dà
						(infatti, uno lo pone qui, l'altro là): poiché qui si tratta della
							<emphasis>materia</emphasis> della volontà, che è empirica e dunque è
						priva dell'universalità di una regola. Un essere dotato di libertà,
						cosciente di questo suo vantaggio sull'animale irrazionale, secondo il
						principio <emphasis>formale</emphasis> del suo arbitrio non può e non deve
						dunque esigere per il popolo di cui fa parte nessun altro governo se non
						quello in cui il popolo è legislatore: cioè, il diritto degli uomini, che
						devono prestare obbedienza, deve necessariamente precedere ogni riguardo per
						il benessere, e quel diritto è una cosa sacra, che va oltre ogni prezzo
						(l'utilità) e che nessun governo, per quanto possa essere benefico, può
						violare. - Questo diritto, tuttavia, è pur sempre soltanto un'idea la cui
						attuazione è limitata alla condizione, che il popolo non può trasgredire,
						dell'accordo dei suoi <emphasis>mezzi</emphasis> con la moralità; una tal
						cosa non può avvenire per mezzo di una rivoluzione, che è sempre ingiusta.
							<emphasis>Regnare</emphasis> in forma autocratica, e tuttavia
							<emphasis>governare</emphasis> in modo repubblicano, vale a dire nello
						spirito del repubblicanesimo e secondo l'analogia con esso, è ciò che rende
						un popolo soddisfatto della sua costituzione.</para>
				</footnote>, e del quale si ritenevano difensori<footnote>
					<para> La citazione latina della nota precedente è tratta dall'ultimo libro
							dell'<ulink url="http://it.wikipedia.org/wiki/Eneide">
							<citetitle>Eneide</citetitle>
						</ulink> di Virgilio (Eneide, XII, 739-41): “ma dopo che si venne le armi
						del dio Vulcano - la spada mortale si spezzò come fragile ghiaccio”. Kant
						paragona le armi dei rivoluzionari francesi a quelle di Enea, figlio di
						Venere e di Vulcano. Le armi di Enea erano divine, perché costruite dal
						padre, e contro di esse nulla poterono le armi mortali di Turno. Sul
						significato dell'uso kantiano delle citazioni di Virgilio qui e nel saggio
							<citetitle>Sul detto comune</citetitle> (cfr. il <ulink
							url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantdc.html#ftn.id2534662"
							>Corollario</ulink> della Seconda parte, <citetitle>AA VIII, Über den
							Gemeinspruch</citetitle>, p. <ulink
							url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa08/306.html">306</ulink>) cfr. G.
						Marini, <ulink url="http://archiviomarini.sp.unipi.it/120/">
							<citetitle>Considerazioni su resistenza e rivoluzione nell'ultimo
							Kant</citetitle>
						</ulink>, "Actum Luce", XXXIII (2004), 1-2 [pubb. 2002], pp. 21-40.
					[N.d.T.]</para>
				</footnote>; con tale [<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/087.html"
					>087</ulink>] esaltazione simpatizzava il pubblico esterno, che era spettatore,
				senza alcuna intenzione di cooperare. </para>
		</sect2>

		<sect2 id="sette">
			<title>7. Storia pronosticante dell'umanità.</title>
			<para>Ciò che la ragione ci presenta come puro e, anche a causa del grande ed efficace
				influsso epocale, anche come qualcosa che pone di fronte all'anima dell'uomo il
				dovere legalmente riconosciuto dev'essere qualcosa <emphasis>di morale</emphasis>
				nel suo fondamento; e ciò di cui il genere umano auspica la riuscita e saluta con
				favore i tentativi, e che acclama con una partecipazione così generale e
				disinteressata deve riguardare il genere umano nella suo complesso
					(<foreignphrase>non singulorum sed universorum</foreignphrase>) - Questo evento
				non è il fenomeno di una rivoluzione, bensì (con le parole del <emphasis>signor
					Erhard</emphasis><footnote>
					<para><ulink url="http://de.wikipedia.org/wiki/Johann_Benjamin_Erhard">Johann
							Benjamin Erhard</ulink> (1766-1827). Amico e seguace di Kant, nel 1795
						pubblicò un saggio filorivoluzionario ("Über das Recht des Volkes zu einer
						Revolution") che fu censurato in diversi stati tedeschi. [N.d.T.]</para>
				</footnote>) della <emphasis>evoluzione</emphasis> di una costituzione <emphasis>di
					diritto naturale</emphasis>, che certamente solo non si può ottenere con lotte
				selvagge – poiché [<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/088.html"
				>088</ulink>] la guerra interna e internazionale distrugge ciò che è fino a quel
				momento <emphasis>statutario</emphasis> della costituzione -, ma che comunque porta
				a tendere a una costituzione che non può essere incline alla guerra, vale a dire
				quella repubblicana; e che può essere tale o propriamente per la <emphasis>forma di
					stato</emphasis> o anche solo per il <emphasis>modo di governo</emphasis>,
				ossia, sotto l'unità del capo supremo (del monarca), qualora lo stato sia
				amministrato lo stato secondo le leggi che un popolo darebbe a se stesso in base a
				princìpi giuridici universali.</para>
			<para>Ora, anche senza lo spirito del veggente, io affermo di poter predire, sulla base
				degli indizi e dei segni del nostro tempo, che il genere umano raggiungerà questo
				scopo e con esso anche, d'ora in avanti, un progresso verso il meglio che non
				tornerà più indietro. Infatti un tale evento nella storia umana <emphasis>non si
					dimentica più</emphasis>, poiché ha reso evidente nella natura umana una
				disposizione e una capacità di migliorare, che nessun politico, per quanto si
				arrovellasse, avrebbe potuto desumere dal corso passato delle cose, e che solo
				natura e libertà, riunite nel genere umano secondo principi giuridici interni,
				potevano preannunciare ma, riguardo al tempo, solo come avvenimento indeterminato e
				casuale.</para>
			<para>E tuttavia quella predizione filosofica non verrebbe indebolita neppure se non
				venisse ancora raggiunto lo scopo previsto tramite questo evento, se la rivoluzione
				di un popolo o la sua riforma della costituzione alla fine fallissero o persino,
				come astrologano ora i politici, se una volta instaurata da qualche tempo tale
				costituzione, tutto tornasse all'antico corso delle cose. Infatti quell'evento è
				troppo grande e troppo intrecciato con l'interesse dell'umanità e la sua influenza
				sul mondo, in tutte le sue parti, è troppo estesa per non tornare alla memoria dei
				popoli al riproporsi di circostanze favorevoli, e se dovessero essere ripetuti nuovi
				tentativi di tal specie; poiché infatti, in una faccenda così rilevante per il
				genere umano, la costituzione che è prevista deve necessariamente raggiungere in un
				certo momento quella solidità che la lezione imparata attraverso ripetute esperienze
				non mancherebbe di produrre in nessun animo.</para>
			<para>Non è semplicemente ben pensata e rispettabile dal punto di vista pratico, bensì
				valida, a dispetto di tutti gli increduli, per la più rigorosa teoria: la tesi che
				il genere umano sia sempre stato in progresso verso il meglio e che così proseguirà
					[<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/089.html">089</ulink>], cosa
				che, se si guarda non solo a ciò che può accadere in un popolo qualsiasi, bensì
				all'ampliamento verso tutti i popoli della terra che possano a poco a poco prendervi
				parte, si apre la prospettiva su un tempo infinito; a meno che nella prima fase di
				una rivoluzione naturale che (secondo <emphasis>
					<ulink url="http://en.wikipedia.org/wiki/Petrus_Camper">Camper</ulink>
				</emphasis> e <emphasis>
					<ulink url="http://en.wikipedia.org/wiki/Johann_Friedrich_Blumenbach"
					>Blumenbach</ulink></emphasis>) semplicemente sotterrò il regno vegetale e quello animale prima ancora
				che ci fossero uomini, non ne segua una seconda che riservi lo stesso trattamento al
				genere umano per lasciar spazio ad altre creature su questa scena, e così via.
				Infatti, per l'onnipotenza della natura, o piuttosto della sua causa suprema, a noi
				inaccessibile, l'uomo è ancora soltanto un'inezia. Ma che anche i signori della sua
				propria specie lo considerino tale, e come tale lo trattino, in parte opprimendolo
				come fosse una bestia, quasi fosse un semplice mezzo per le loro mire, in parte
				mettendolo in conflitto con gli altri per mandarlo al massacro: - questa non è
				un'inezia, ma il capovolgimento dello <emphasis>scopo finale</emphasis> della
				creazione stessa. </para>

		</sect2>

		<sect2 id="otto">
			<title>8. Sulla difficoltà delle massime che mirano al progresso del mondo verso il
				meglio riguardo alla loro pubblicità.</title>
			<para><emphasis>Il rischiaramento del popolo</emphasis> è l'istruzione pubblica di
				questo sui suoi doveri e diritti verso lo stato a cui appartiene. Poiché qui si
				tratta soltanto dei diritti naturali e che derivano dalla comune intelligenza umana,
				così presso il popolo sono annunciatori ed esegeti naturali non i professori di
				diritto ordinati regolarmente nelle professioni statali, bensì i liberi docenti di
				diritto, cioè i filosofi, che proprio per questa libertà che si concedono, sono uno
				scandalo per lo stato, che vuol sempre soltanto comandare, e vengono screditati come
					<emphasis>illuministi</emphasis> - come gente pericolosa per lo stato; sebbene
				la loro voce non si rivolga <emphasis>confidenzialmente</emphasis> al popolo (che di
				ciò e dei loro scritti sa poco o nulla), bensì <emphasis>con deferenza</emphasis>
				allo stato, e che di ciò lo scongiura: di prendere a cuore il suo bisogno di
				diritto; cosa che non può accadere attraverso nessun'altra via se non la pubblicità
				quando un intero popolo voglia avanzare le proprie rimostranze
					(<foreignphrase>gravamen</foreignphrase><footnote>
					<para>In linguaggio giuridico è il mezzo riconosciuto alla parte soccombente
						affinché possa ricorrere contro una sentenza che reputa ingiusta (come
						avviene ad esempio tramite il ricorso in appello). [N.d.T.] </para>
				</footnote>). Così, il <emphasis>divieto</emphasis> della pubblicità blocca il
				progresso di un popolo verso il meglio in ciò stesso che riguarda il minimo delle
				sue pretese, e cioè semplicemente il suo diritto naturale.</para>
			<para>[<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/090.html">090</ulink>] Un altro
				occultamento, pure facile a smascherarsi ma tuttavia comandato a un popolo
				legalmente, è quello sulla vera natura della sua costituzione. Dire del popolo
				britannico che è una <emphasis>monarchia assoluta</emphasis> equivarrebbe a lederne
				la maestà; ma si dà a intendere che la costituzione che lo governa
				<emphasis>limiti</emphasis>, tramite le due camere del parlamento come
				rappresentanti del popolo, la volontà del monarca; eppure, ciascuno sa benissimo che
				l'influenza di quest'ultimo sui rappresentanti è così grande e inevitabile, che
				dalle suddette camere non viene concluso altro da quello che egli vuole e che
				propone attraverso i suoi ministri; e così ogni tanto avanza proposte che sa che
				saranno respinte, e quasi <emphasis>fa</emphasis> in modo che accada (ad esempio
				sulla tratta dei negri) per fornire una prova apparente della libertà del
				parlamento. - Questa rappresentazione della situazione ha in sé ingannevole perché
				la vera costituzione, fondata sul diritto, non viene più cercata: si crede infatti,
				sbagliando, di averla trovata in un esempio già a disposizione, e una pubblicità
				falsa raggira il popolo - con la recita di una <emphasis>monarchia limitata</emphasis><footnote>
					<para>Una causa la cui qualità non sia immediatamente visibile si scopre
						dall'effetto che ne dipende in modo necessario. - Che cos'è un monarca
							<emphasis>assoluto</emphasis>? È quello che, se dice: “Guerra sia”, è
						subito guerra. - Che cos'è viceversa un monarca limitato? Colui che prima
						deve chiedere al popolo se ci debba esserci o no la guerra; e se il popolo
						dice “Non ci dev'essere guerra”, allora non viene fatta. - La guerra,
						infatti, è una condizione in cui <emphasis>tutte</emphasis> le forze dello
						stato devono stare agli ordini del suo capo supremo. Ora, le guerre che ha
						condotto il monarca britannico senza chiedere alcun consenso su ciò sono
						davvero molte. Perciò tale re è un monarca assoluto, cosa che in base alla
						costituzione egli non dovrebbe essere; la quale, invece, si può sempre
						aggirare, proprio perché attraverso quei poteri dello stato può assicurarsi
						il consenso dei rappresentanti del popolo, dato cioè che egli ha il potere
						di affidare tutte le <emphasis>professioni</emphasis> e le
						<emphasis>dignità</emphasis>. Per avere successo, un tale meccanismo di
						corruzione non ha certo bisogno della pubblicità. Perciò rimane sotto il
						velo, molto trasparente, del segreto.</para>
				</footnote> dalla legge che viene dal popolo, mentre i rappresentanti di questo,
				piegati con la corruzione, lo hanno in segreto sottomesso a un <emphasis>monarca
					assoluto</emphasis><footnote>
					<para>Si confronti la posizione espressa da Kant nella nota precedente con la
							<ulink url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantdc.html#id2534523">terza
							parte</ulink> del <citetitle>Detto Comune</citetitle> (<citetitle>AA
							VIII, Über den Gemeinspruch</citetitle>, p. <ulink
							url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa08/311.html">311</ulink>) e con
						il <ulink url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantzef.html#id2480421">Primo
							articolo definitivo</ulink> della <citetitle>Pace Perpetua</citetitle>
							(<citetitle>AA VIII, Zum ewigen Frieden</citetitle>, p. <ulink
							url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa08/351.html">351</ulink>).
						[N.d.T.]</para>
				</footnote>.</para>
			<para>* * *</para>
			<para>L'idea di una costituzione in accordo con il diritto naturale degli uomini: che
				cioè coloro che obbediscono alla legge [<ulink
					url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/091.html">091</ulink>] debbano anche
				essere, riuniti, i legislatori, è alla base di tutte le forme di stato, e la
				comunità che, pensata in conformità a tale costituzione secondo puri concetti della
				ragione, si dice <emphasis>ideale platonico</emphasis> (<foreignphrase>respublica
					noumenon</foreignphrase>), non è una vuota chimera, ma la norma perpetua per
				ogni costituzione civile in genere e allontana ogni guerra. Una società civile
				organizzata in conformità a ciò è la rappresentazione di quell'idea secondo leggi
				della libertà, attraverso un esempio nell'esperienza (<foreignphrase>respublica
					phaenomenon</foreignphrase>) e può essere ottenuta con difficoltà, solo in
				seguito a molti conflitti e guerre; ma la costituzione di una tale società, una
				volta che sia attuata, pur a grandi linee, si qualifica come la più adatta a tenere
				la guerra, che distrugge ogni bene, lontana; perciò è un dovere entrarvi, ma è un
				dovere temporaneo (poiché essa non si realizza in modo tanto rapido) dei monarchi,
				anche qualora regnino <emphasis>in modo autocratico</emphasis>, governare tuttavia
					<emphasis>in modo repubblicano</emphasis> (non: democratico); cioè, di trattare
				il popolo secondo princìpi conformi allo spirito delle leggi della libertà (quali si
				prescriverebbe un popolo dalla ragione matura), seppure, alla lettera, non ne venga
				richiesto il consenso.</para>

		</sect2>

		<sect2 id="nove">
			<title>9. Quale profitto frutterà al genere umano il progresso verso il meglio?</title>
			<para>Quali che siano i moventi che la determinano, non sarà una quantità sempre
				crescente di <emphasis>moralità</emphasis> nell'intenzione, bensì il crescere degli
				effetti della loro <emphasis>legalità</emphasis> in azioni conformi al dovere a
				prescindere dai moventi che le producono; cioè: il frutto dell'affaccendarsi del
				genere umano verso il meglio può prodursi solo legalmente, nelle buone
					<emphasis>azioni</emphasis> degli uomini, che dunque saranno sempre più numerose
				e migliori nella manifestazione del carattere morale del genere umano. - Infatti,
				noi disponiamo solamente di dati <emphasis>empirici</emphasis> (esperienze) su cui
				fondare questa predizione: cioè sulla causa fisica delle nostre azioni, nella misura
				in cui accadono, che sono anche fenomeni in sé, e non sulla causa morale, che
				contiene il concetto del dovere di ciò che deve accadere, concetto che può essere
				posto solo in modo puro, <foreignphrase>a priori</foreignphrase>. </para>
			<para>Gradualmente le violenze da parte dei potenti diminuiranno e crescerà l'adesione
				al punto di vista delle leggi. Vale a dire che nel corpo comune troverà posto
				maggiore carità [<ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/092.html"
				>092</ulink>], ci saranno meno controversie giudiziarie, una maggiore fedeltà alla
				parola data e così via, in parte per senso dell'onore, in parte per un proprio
				vantaggio correttamente inteso, e infine tutto ciò si estenderà alle relazioni
				esterne dei popoli, fino alla società cosmopolitica, senza che per questo il
				fondamento morale nel genere umano possa essere minimamente accresciuto; poiché a
				tal fine servirebbe quasi una nuova creazione (un influsso soprannaturale). - Non
				dobbiamo infatti neppure riprometterci troppo dagli uomini nei loro progressi verso
				il meglio, per non cadere, a ragione, nello scherno del politico, al quale sarebbe
				gradito considerare questa speranza come la fantasticheria di una mente esaltata<footnote>
					<para>E' certamente <emphasis>dolce</emphasis> concepire costituzioni conformi
						alle pretese della ragione (specialmente dal punto di vista del diritto): ma
						è <emphasis>temerario</emphasis> avanzarle e <emphasis>passibile di
						pena</emphasis> incitare il popolo all'abrogazione di quelle vigenti.</para>
					<para>L'Atlantide di <emphasis>Platone</emphasis>, l'Utopia di
						<emphasis>Moro</emphasis>, L'Oceana di <emphasis>Harrington</emphasis>, e la
						Severambia di <emphasis>Allais</emphasis> sono state più volte messe in
						scena, ma mai anche tentate (ad esclusione dell'infelice aborto della
						repubblica dispotica di <emphasis>Cromwell</emphasis>). - Con queste
						creazioni politiche è accaduto come con la creazione del mondo: non c'era
						nessun uomo presente, né avrebbe potuto, perché altrimenti avrebbe dovuto
						essere il creatore di sé stesso. Sperare che in avvenire, per quanto tardi,
						si compia un esempio di stato come lo si pensa qui, è un sogno dolce; ma
						approssimarsi sempre ad esso non è soltanto <emphasis>pensabile</emphasis>,
						bensì, nella misura in cui si accorda con la legge morale, è un
							<emphasis>dovere</emphasis>, non dei cittadini ma del capo dello
					stato.</para>
				</footnote>.</para>
		</sect2>

		<sect2 id="dieci">
			<title>10. Qual è il solo ordine in cui ci si può aspettare il progresso verso il
				meglio? </title>
			<para>La risposta è: non attraverso l'andamento delle cose <emphasis>dal basso verso
					l'alto</emphasis>, ma di quello <emphasis>dall'alto verso il basso</emphasis>. -
				Aspettarsi che attraverso la formazione dei giovani nell'istruzione domestica e poi
				anche scolastica, dalla inferiore alla superiore, nelle cose dello spirito e in
				quelle morali, rafforzata dalla dottrina religiosa, non deriverà semplicemente
				l'educare buoni cittadini, bensì l'educarli al bene, che può progredire sempre in
				avanti e sorreggersi da sé, è un piano sul cui successo è difficile sperare.
				Infatti, non soltanto il popolo ritiene a tale riguardo che i costi dell'educazione
				dei suoi giovani non spettino a lui bensì allo [<ulink
					url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/093.html">093</ulink>] stato, ma lo
				stato di contro a sua volta non ha a disposizione un soldo per pagare docenti capaci
				e che si dedichino con piacere al loro lavoro (come dice Büsching<footnote>
					<para><ulink url="http://de.wikisource.org/wiki/Anton_Friedrich_B%C3%BCsching"
							>Anton Friedrich Büsching</ulink> (1724-93). Geografo, storico e
						pubblicista, fu il direttore del periodico <citetitle>"Wöchentliche
							Nachrichten"</citetitle>. [N.d.T.]</para>
				</footnote>), perché usa tutto quello che ha per la guerra; tuttavia poiché questo
				intero meccanismo formativo non ha alcuna coesione se non viene progettato, messo in
				atto e anche sempre conservato in modo uniforme secondo un piano ben ponderato del
				supremo potere dello stato e sulla base di questo suo fine; perciò potrebbe ben
				esserci bisogno che lo stesso stato debba nel tempo riformarsi e che, tentando
				l'evoluzione invece della rivoluzione, progredisca costantemente verso il meglio. Ma
				dal momento che sono pur sempre <emphasis>uomini</emphasis> a dover mettere in atto
				una tale formazione, gli stessi cioè hanno dovuto essere educati; allora, con una
				tale fragilità della natura umana nel caso si presentino le circostanze favorevoli a
				un tale effetto, la speranza nel loro progredire si trova soltanto, come condizione
				positiva, in una sapienza dall'alto verso il basso (la quale, qualora ci sia
				imperscrutabile, si chiama provvidenza); per ciò invece che qui ci si può attendere
				dagli <emphasis>uomini</emphasis> e che si può da essi pretendere, possiamo
				aspettarci soltanto una sapienza negativa nel promuovere tale scopo; cioè che essi
				si vedano costretti a rendere il massimo ostacolo alla moralità, vale a dire la
					<emphasis>guerra</emphasis>, che fa sempre regredire, prima sempre più umana,
				poi più rara sino, alla fine, a farla sparire completamente come guerra
				d'aggressione, per instaurare una costituzione fondata, per sua natura, su autentici
				princìpi giuridici, che possa, senza indebolirsi, progredire costantemente verso il
				meglio.</para>
		</sect2>
		<sect2 id="beschluss">
			<title>Conclusione</title>
			<para>Un medico che di giorno in giorno dava speranza ai suoi pazienti di una pronta
				guarigione: l'uno perché il polso aveva un ritmo più regolare, l'altro per
				l'espettorazione, il terzo perché i sudori facevano ben sperare, e così via,
				ricevette la visita di uno dei suoi amici. La prima domanda fu: <quote>Come va,
					amico, con la vostra malattia?</quote>. <quote>Come volete che vada? <emphasis>A
						forza di migliorare, muoio!</emphasis></quote>. - Non posso dare torto a
				chi, di fronte ai mali dello stato, comincia a perdersi d'animo sulla salvezza del
				genere umano e sul suo progresso verso il meglio; mi affido soltanto all'eroico
				farmaco che cita <emphasis>Hume</emphasis>, che potrebbe fare da rapida cura. -
					<quote>Quando oggi (dice) vedo le nazioni occupate a farsi la guerra tra loro, è
					come se vedessi due tizi ubriachi [<ulink
						url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/094.html">094</ulink>] che si
					prendono a bastonate in un negozio di porcellane. Infatti, non soltanto ci vorrà
					tempo a guarire dalle contusioni che si procurano l'un l'altro, ma dovranno
					anche pagare tutti i danni che hanno provocato</quote>. <foreignphrase>Sero
					sapiunt Phryges</foreignphrase><footnote>
					<para><quote>Troppo tardi divengono sapienti i Troiani</quote> (proverbio
						latino). Da Cicerone, <citetitle>Epistolae familiares</citetitle>, VII, 16.
						[N.d.T.] </para>
				</footnote>. Le conseguenze funeste della guerra attuale possono tuttavia estorcere
				al pronosticatore politico l'ammissione di un'imminente svolta del genere umano
				verso il meglio, che già ora è in prospettiva.</para>
		</sect2>

	</sect1>
	<appendix>
		<title>Nota sulla traduzione</title>
		<sect1 id="nota">
			<title> </title>
			<para>La presente traduzione è stata condotta sulla base della Akademie Ausgabe(vol.
				VII, pp. 77-94) accessibile nella versione on-line pubblicata dall'università di
				Bonn all'url: <ulink url="http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/"
					>http://virt052.zim.uni-duisburg-essen.de/kant/aa07/</ulink>
			</para>
			<para>I corsivi di Kant, assenti nell'edizione elettronica, sono stati inseriti sulla
				base dell'edizione cartacea (<citetitle>Kant's gesammelte Schriften</citetitle> /
				hrsg. von der königlich preussischen Akademie der Wissenschaften, Reimer de Gruyter,
				Berlino 1910)</para>
			<para><ulink url="http://bfp.sp.unipi.it/classici/kantdc.html#ftn.id2534662">Anche
					questa traduzione</ulink> si basa sugli appunti di Giuliano Marini alla
				traduzione di Filippo Gonnelli<footnote>
					<para>I. Kant, <citetitle>Scritti di storia, politica e diritto</citetitle>, a
						cura di F. Gonnelli, Roma-Bari, Laterza 1995.</para>
				</footnote>, lasciati dallo studioso di filosofia politica scomparso nel 2005 agli
				allievi e agli studenti della Facoltà di Scienze politiche dell'Università di Pisa. </para>
			<para>A differenza delle altre traduzioni italiane, alcune delle quali più che valide<footnote>
					<para>Si vedano, oltre alla citata traduzione di Gonnelli, le traduzioni di
						Venturelli e di Poma (I. Kant, <citetitle>Il conflitto delle
						facoltà</citetitle>, a cura di D. Venturelli, Brescia, Morcelliana 1994; I.
						Kant, <citetitle>Il conflitto delle Facoltà</citetitle> tr. it. di A. Poma,
						in <citetitle>Scritti di filosofia della religione</citetitle>, a cura di G.
						Riconda, Milano, Mursia 1989).</para>
				</footnote>, questa viene rilasciata con una licenza <ulink
					url="http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/2.0/it/">Creative Commons
					(Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 2.0
				Italia)</ulink>. Tale licenza permette di apportare modifiche al testo e di
				pubblicare la versione modificata<footnote>
					<para>Il sorgente XML di questo documento è <ulink url="kantpro.xml">scaricabile
							qui</ulink>.</para>
				</footnote>, a patto di farlo con la medesima licenza e di citare, come fonte,
				questa traduzione. Si tratta di condizioni assai poco restrittive, che mirano ad
				assicurare al classico qui tradotto la massima circolazione.</para>
		</sect1>
	</appendix>
	<toc/>
</article>

