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Vivere e lasciar vivere. Un progetto per scrittori e librai

Gotthold Ephraim Lessing

Traduzione dall'originale tedesco (Gotthold Ephraim Lessing, Werke, Band 5, Hanser Verlag, München 1970 ff., s. 784-787) di Maria Chiara Pievatolo

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12-01-2009


Sommario

Gotthold Ephraim Lessing e i diritti dell'autore
Vivere e lasciar vivere. Un progetto per scrittori e librai
Primo frammento
Secondo frammento
Terzo frammento

Gotthold Ephraim Lessing e i diritti dell'autore

Maria Chiara Pievatolo

Per quanto Lessing sia spesso annoverato fra i precursori della proprietà intellettuale, 1 l'interesse primario di questo suo scritto inedito, risalente ai primi anni '70 del XVIII secolo, è l'autonomia economica dell'autore: «Poiché egli lavora con le sue forze più nobili non deve godere la soddisfazione che sa procurarsi il manovale più rozzo – dovere il mantenimento alla sua propria diligenza?» (p. 781) Se l'autore fosse in grado di mantenersi con il proprio lavoro, potrebbe sfuggire alla dipendenza dal mecenatismo o da altri uffici pubblici retribuiti.

In un momento in cui solo il Regno Unito godeva di una legge sul copyright, gli stati tedeschi continuavano a regolare la produzione letteraria con il regime del privilegio. Il privilegio non era un diritto soggettivo dell'autore, bensì una concessione del potere politico, di durata solitamente perpetua, finalizzata al controllo della stampa tramite un meccanismo di censura preventiva alla quale trovava vantaggioso cooperare la stessa corporazione a cui era stato conferito il monopolio sull'attività della stampa.

In queste condizioni, l'autore faceva la parte del vaso di coccio fra vasi di ferro: una volta venduto il suo manoscritto all'editore – che all'epoca era per lo più un libraio-stampatore - egli perdeva ogni diritto. Quando un libro aveva successo, l'editore si arricchiva mentre l'autore non partecipava affatto dei suoi guadagni.

Per rendere l'autore autonomo occorre in primo luogo fondare il titolo a trarre profitto dalla stampa di un libro su un diritto soggettivo che ha origine dal lavoro dello scrittore e non su una concessione politica. Questo diritto viene da Lessing chiamato “proprietà”. Secondo lui, merita questo nome tutto ciò che «si sia in grado di dimostrare che senza di me o non ci sarebbero affatto o non sarebbero esistenti in tale forma» (p. 783).

Una simile applicazione della teoria lockeana della proprietà al mondo dello spirito non era nuova. In Francia, per esempio, l'aveva sostenuta Diderot, nella sua Lettre sur le commerce de la librairie (1764). Tuttavia, per quanto Lessing e Diderot concordino sul carattere originario della “proprietà” dell'autore rispetto a quella dell'editore, gli esiti dei loro argomenti sono molto diversi. Diderot fa derivare dal diritto d'autore, tramite cessione, un monopolio perpetuo dell'editore. Per Lessing, invece, questa “proprietà” potrebbe essere un vero titolo giuridico solo se si avverasse una ulteriore condizione: che fosse possibile sfruttare il suo oggetto in modo esclusivo. Ma lo scrittore non è in grado di impedire la riproduzione del suo testo, una volta che sia stato pubblicato.

Nella Germania del XVIII secolo, la frammentazione degli stati rendeva assai difficile reprimere la pratica della ristampa: dato che il privilegio librario valeva solo entro i confini dello stato che l'aveva concesso, le ristampe compiute all'estero non potevano essere illegittime. Lessing, in Leben und leben lassen, sembra pensare che non valga la pena proporre una estensione interstatale del privilegio, sia perché non verrebbe accettata a causa della prevalenza di politiche economiche mercantilistiche, sia perché una simile estensione, rebus sic stantibus, non arricchirebbe l'autore, ma solo il suo editore. Oltre a sfruttare gli autori, un mercato librario dominato esclusivamente dagli editori e dal loro interesse a vendere libri già stampati corrompe anche un elemento essenziale della loro valutazione: le recensioni, che – denuncia Lessing - nascono in maniera poco trasparente proprio perché servono a promuovere qualcosa su cui l'editore ha già fatto il suo investimento.

A Lessing non interessa affatto teorizzare una proprietà intellettuale che, pur avendo origine dal lavoro dell'autore, finisca per essere quasi esclusivamente fonte di profitto per l'editore. Né, tanto meno, vuole usare la retorica della proprietà intellettuale per oggetti che ben difficilmente possono essere recintati. Bisogna, piuttosto, escogitare un sistema che assicuri all'autore la sua autonomia economica, rebus sic stantibus.

Il sistema proposto da Lessing è in sostanza quello della stampa su prenotazione, con una correzione sostanziale: all'autore deve spettare un terzo del prezzo del libro, dato che ne ha fornito la materia prima, un terzo deve andare al libraio-editore che si occupa della sua commercializzazione e un terzo servirà a coprire le spese di stampa. Perché la sottoscrizione sia praticabile, però, occorre che gli scrittori siano in grado di offrire ampie e significative anticipazioni - «le loro pagine migliori» - dei volumi che vorrebbero produrre, in una apposita rivista. In questo modo, il lavoro dell'autore, la stampa e la commercializzazione del volume sarebbero state finanziate in anticipo dal lettore sottoscrittore. Anche se i testi pubblicati fossero stati ristampati abusivamente, la loro prima pubblicazione non sarebbe mai stata in perdita.

Il progetto di Lessing, in un mondo in cui la circolazione dell'informazione era ancora relativamente difficile e costosa, non ebbe la possibilità di misurarsi con la realtà. Oggi, grazie alla rete, possiamo però renderci conto che esso conteneva delle anticipazioni preziose.

In primo luogo, Lessing capisce che l'interesse dell'autore è diverso da quello dell'editore e rifiuta di usare il diritto del primo per difendere le velleità monopolistiche del secondo. I diritti d'autore, che diventano cari agli editori solo quando li hanno acquisiti per sé, non si identificano affatto col diritto dell'autore come lavoratore.

In secondo luogo Lessing si rende conto che in un sistema in cui copiare è facile, è vano pretendere una protezione più incisiva della proprietà intellettuale; bisogna piuttosto trovare, una volta riconosciuto che il suo testo pubblicato potrà poi essere facilmente ristampato, un modo non repressivo per assicurare all'autore la sua remunerazione.

Leggere, oggi, il frammento di Lessing può dunque essere molto utile. E' infatti la testimonianza che è possibile pensare a soluzioni pragmatiche alla questione dell'autonomia dell'autore senza cadere nella retorica della tutela della proprietà intellettuale, col suo lugubre tintinnio di manette.

Vivere e lasciar vivere. Un progetto per scrittori e librai

Gotthold Ephraim Lessing

[781] Come? Si dovrebbe biasimare lo scrittore se cerca di rendere il parto del suo capo per quanto possibile redditizio? Poiché egli lavora con le sue forze più nobili non deve godere la soddisfazione che sa procurarsi il manovale più rozzo – dovere il mantenimento alla sua propria diligenza?

Ma, si dice, gli eruditi che si dedicano alla scrittura di libri di solito stanno però in impieghi civili con i quali si provvede loro quanto basta per vivere.

Non so effettivamente se questo possa essere l'intento di tutti gli uffici retribuiti. So che moltissimi di essi ora non corrispondono più a questo scopo, essendo stati determinati in un tempo nel quale i prezzi di ciò di cui abbiamo bisogno erano assai diversi da quelli attuali.

Però, si dice inoltre, la sapienza in vendita per denaro! Vergognoso! Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente dovete dare! 2 Così pensava il nobile Lutero nella sua traduzione della Bibbia.

Lutero, rispondo, rappresenta in parecchie cose un'eccezione. Infatti è in gran parte non vero che lo scrittore riceva gratuitamente quello che non vuole gratuitamente dare. Spesso pressoché tutto il suo patrimonio è stato impiegato per metterlo in condizione di informare e divertire il mondo. O devono giovargli gli uffici retribuiti che contemporaneamente esercita? Lo stato o il governo lo pagano appunto soltanto per quel che ha bisogno necessariamente di sapere a causa del suo ufficio, che spesso è abbastanza poco. Quel che sa in più, è per conto suo: e se, oltre a questo più, vuole sapere ancora di più, ciò non riguarda affatto lo stato. Che nondimeno giovani eruditi che promettono così poco di comune [782] marciscano e ammuffiscano nel loro ufficio, come si suol dire, che non possono fare a meno di assumere, deriva in gran parte dal fatto che le loro retribuzioni non sono e non possono essere sufficienti a procurarsi i libri e gli strumenti indispensabili a progredire in una scienza. Perché ostruire o guastare la fonte di un afflusso che spesso è pure l'unico per loro!

Eppure, si aggiunge, i dotti antichi, gli scrittori greci e romani, si accontentavano soltanto dell'onore e non prendevano denaro per le loro opere!

Oh! Come si fa a saperlo? Forse perché Quintiliano nella lettera al suo editore non ricorda nessun onorario? O perché l' Exercitatio critica de editione librorum apud veteres di Eckhard non ha addotto niente di ciò?

Si pensi a Gestit numos in loculos demittere 3 di Orazio!

E Stazio forse diede gratuitamente al teatro la sua Agave? 4 La cedette certamente un prezzo equo, perché dovette essere contento quando l'istrione gli diede quello che gli rifiutavano i grandi:

Quod non dat procer, dabit histrio. 5

E così molti altri poeti che trovavano remunerativa la scena romana:

Quoque minus prodest, scena est lucrosa poëtae. 6

La prima parte di questo verso può ora essere spesso abbastanza vera per i teatri tedeschi; ma l'altra?

E lo stesso Terenzio, anch'egli non vendeva i suoi pezzi soltanto agli edili, e non prendeva denaro soltanto perché aveva l'onore di riceverlo dallo stato. Lo prendeva dall'attore, senza questo onore, e rideva, si spera, se questi lo punzecchiava nel prologo per la sua avarizia in passi in cui non gli aveva affatto messo in bocca la canzonatura. Anzi sappiamo anche quale pezzo gli fu pagato di più, e quanto. Eunuchus meruit pretium, quantum [783] nulla antea cuiusquam comoedia, id est, octo millia nummum, 7 che secondo la nostra moneta fa ... ma per chi lo dovrei calcolare in Germania?

Primo frammento

La proprietà sulle opere dell'ingegno

All'inizio si fa subito una distinzione fra proprietà e uso della proprietà.

Posso chiamare mia proprietà centinaia di cose nel caso in cui, di esse, si sia in grado di dimostrare che senza di me o non ci sarebbero affatto o non sarebbero esistenti in tale forma; ma ne segue però che io sia autorizzato in modo esclusivo a sfruttarle?

Per essere autorizzato a sfruttare qualcosa in modo esclusivo deve essere prima possibile che io sia in grado di usarla in tal modo.

Qualora non abbia questa capacità in mio potere, è egoismo impotente pensare di dissuadere altri dall'uso in comune con un mero – ma sarebbe meglio rimanere alla scodella da soli!

Che all'editore spetti una proprietà sul libro che fa stampare con l'approvazione dello scrittore, lo ritengo non provato.

Per lo meno, la proprietà dell'editore non può essere maggiore e di altra natura rispetto a quella che era dello scrittore.

Ma la proprietà dello scrittore, se vi è incluso lo sfruttamento, serve a poco,

Perché non si può chiamare proprietà propria qualcosa nel cui possesso non si è in condizione di porsi e non si è in grado di mantenere.

[784] Ora, è chiaro per esperienza che nessuno scrittore, una volta che è venuto alla luce con la sua opera, una volta che ne ha fatto fare una o più copie, è in condizione di impedire che ne vengano fatte altre, anche contro la sua volontà.

Di conseguenza

Secondo frammento

Ristampa

Chi nega che la ristampa 8 sia ingiusta, che il ristampatore si dovrebbe vergognare a raccogliere dove non ha seminato, come dovrebbe vergognarsi il pigro calabrone ad avventarsi sul miele delle api diligenti? Ma questo serve a porre rimedio alla ristampa?

Oh, se la Germania stesse sotto un signore che potesse e volesse venire in aiuto all'equità naturale con leggi positive!

Ma in questa associazione fra province della Germania in cui le più decenti hanno il principio di lasciar uscire quanto meno possibile il denaro dei loro confini, chi renderà comprensibile ai loro consigli finanziari che non si dovrebbe tuttavia trascinare il commercio librario sotto questo principio?

Essi dicono: se un certo popolare Gellert 9 è letto così comunemente, che cosa dà diritto al suo editore sassone di esigere tasse dagli stati brandeburghesi e austriaci?

Quando l'editore sassone pagò al suo autore un misero ducato a foglio, poteva immaginarsi di aver così acquistato una partecipazione a una miniera così importante? Perché il suo frutto inaspettato non dovrebbe essere condiviso da più d'uno?

Terzo frammento

Il progetto

§1

[785]Rimangono l'edizione in proprio e la sottoscrizione

§2

Lo scrittore fa stampare a sue spese; ma la sottoscrizione passa esclusivamente per le mani dei librai.

§3

Lo scrittore compie formalmente rinuncia a far raccogliere sottoscrittori tramite amici che sono suoi librai. Perché ciò sarebbe in ambiti che nessun libraio tedesco può ben afferrare o in cui forse si troverebbero librai che, per mera invidia, preferirebbero il niente perché non avrebbero tutto.

§4

Ma quanti ce ne saranno di loro, appena il profitto ricavato dalla raccolta dei sottoscrittori non sia più considerevole di quanto è stato finora! E deve essere così.

§5

Si divida quindi il prezzo che i libri devono avere (delle cui equità qui sotto) in tre parti. Un terzo per la stampa, un terzo per l'autore e un terzo per il libraio presso il quale gli appassionati sottoscrivono.

§6

Il terzo per la stampa è calcolato abbondantemente così che il libro possa uscire con ogni accuratezza – se non bellezza – tipografica. E poiché è l'autore stesso a far stampare, non si deve presumere che permetterà manchevolezze per sudicia avidità. Quel che vi dovesse essere d'eccedenza, lo si metta in conto per l'affrancatura, per le spese di spedizione fino a Lipsia 10 , dove l'opera viene consegnata, e simili.

§7

[786] Il terzo per lo scrittore è da considerarsi propriamente come se fosse impiegato per l'acquisto della materia prima da elaborare, e certamente si comprende da sé.

§8

Finalmente il terzo per il libraio, a quale uomo equo non potrebbe bastare? Qui assumo, in particolare, che il libraio non debba incontrare affatto un rischio e soltanto poco sforzo.

§9

Allora di che cosa ha bisogno di più il libraio, se non di inviare e smistare ai suoi clienti con la buona maniera richiesta gli annunci che gli lo scrittore gli manda? Ottiene la copia a Lipsia, dove si reca comunque, oppure vi ha un proprio agente. Un minimo dei suoi clienti, se sanno con chi hanno a che fare, difficilmente rifiuteranno di trasformargli, nell'approssimarsi della fiera, la sottoscrizione in pagamento anticipato, e così non avrà neppure bisogno di fare la mostra alla fiera con i suoi soldi.

§10

Occorre tuttavia che alla fiera venga immediatamente fatto un pagamento in contanti, dietro ricevimento delle copie. Lo scrittore non può far credito; e sacrifica una parte così considerevole del suo profitto solo perché gli sia risparmiato tutto quello che richiede il dettaglio del commerciante, che fa usare il tempo inutilmente: tenere i libri contabili, sollecitare i pagamenti, riscuotere e simili.

§11

Che cosa si potrebbe obiettare ancora contro questo pagamento in contanti, dato che il libraio non ha bisogno di caricarsi di una sola copia in più rispetto a quanto era stato registrato presso di lui? E anche se la sottoscrizione non è stata trasformata dai suoi clienti in pagamento anticipato, quale commerciante non porterà volentieri a Lipsia del denaro che può riprendersi con una percentuale del 33%?

§12

Non sarebbe anzi da augurarsi che tutto il commercio librario si possa fare in questo modo? Un grande contributo a ciò potrebbe essere se si proponesse una qualche rivista di annunci nella quale tutti gli scrittori le cui opere sono annunciate nel catalogo per la futura fiera ne danno una notizia circostanziata. Una tale autopromozione, nella quale certo ogni scrittore mostrerebbe le sue pagine migliori, sarebbe per così dire la parola alla quale sarebbe tenuto in futuro e per gli appassionati e gli eruditi sarebbe ben più piacevole di una recensione strombazzante ottenuta con l'inganno o fatta da sé quando il libro c'è già e tanto dipende dal suo presentarsi bene fra la gente.



[2] Parafrasi di Mt. 10.8 nella traduzione di Lutero: «Umsonst habt ihr's empfangen, umsonst gebt es auch» (gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date).[N.d.T.]

[3] Letteralmente: “Si rallegra a far cadere i soldi nei cofanetti“ (Hor. Ep. 2, 1, 175 «gestit enim nummum in loculos demittere»): a dire la verità Orazio, nell'epistola in questione, sta accusando Plauto di preoccuparsi solo degli incassi e non della solidità delle sue composizioni. [N.d.T.]

[4] Giovenale, VII, 83 ss.

[5] “Quel che non dà il patrizio, lo darà l'istrione”. [N.d.T.]

[6] Ovidio, Tristia, II, 1, 507: “anche quando fa meno bene, la scena è lucrosa al poeta”. Ovidio per la verità lamenta che egli si trovi in esilio, mentre gli autori di spettacoli osceni come i mimi vengono pagati profumatamente. [N.d.T]

[7] “L' Eunuco guadagnò un prezzo tanto alto quanto nessuna commedia precedente altrui, cioè ottomila sesterzi” («Eunuchus quidem bis die acta est meruitque pretium quantum nulla antea cuiusquam commoedia id est octo milia nummorum», Svetonio, P. Terentii vita, 2). [N.d.T.]

[8] Traduco letteralmente Nachdruck con "ristampa" anzichè con "edizione pirata" perché nella Germania settecentesca l'illegittimità di questa pratica era ancora in discussione. [N.d.T.]

[9] Christian Fürchtegott Gellert, autore di favole, racconti, romanzi e canti religiosi di grandissima popolarità, contribuì alla nascita di un pubblico di lettori in Germania.[N.d.T.]

[10] A Lipsia si svolgeva, più volte all'anno, una fiera libraria in cui gli editori presentavano e scambiavano le loro novità. Nel XVIII secolo la Buchmesse di Lipsia si orientò sempre di più verso opere in tedesco di autori contemporanei. [N.d.T.]


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