Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 24 novembre 2003

La filosofia politica di Kant
I recensori degli scritti politici


Gli scritti politici di Kant e la loro recezione

La pubblicazione dei maggiori scritti politici di Kant è avvenuta quasi interamente nell'ultimo decennio del XVIII secolo; questi prendono le mosse dal 1784 (Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico) e giungono fino al 1798 (anno della pubblicazione dello scritto sul Progresso del genere umano). La filosofia politica di Kant può essere considerata il risultato dell'ultimo periodo della vita del filosofo, e, probabilmente, anche per questa ragione gli scritti politici ebbero un forte impatto sul dibattito politico nella cultura tedesca di fine secolo.

Come è noto, l'opera La religione nei limiti della semplice ragione (1793), cadde nelle maglie della censura del governo prussiano (per mano dell'allora Justizminister Wöllner) per via delle sue tesi razionalistiche in materia di religione. Dopo appena un anno, a causa delle aperture nei confronti dei rivoluzionari di Francia presenti nello scritto Sopra il detto comune: questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica [pubblicato sulla "Berlinische Monatschrift", XXII, 1793, pp. 201-284], Kant fu tacciato di "simpatie rivoluzionarie". Anche all'articolo Per la pace perpetua [apparso nel 1795 per l'editore Nicolovius di Königsberg] seguì un forte dibattito. Infine, il già ricordato saggio Se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio, presente nell'opera del 1798: Il conflitto delle facoltà [nella sua seconda sezione, Königsberg, Nicolovius, 1798], fece addirittura guadagnare al filosofo l'appellativo di "vecchio giacobino".

Senza dubbio, gli scritti che ebbero le risposte più dure da parte del pubblico cólto dell'epoca furono l'articolo sul Detto Comune e la Pace perpetua.

1. Allo scritto sul Detto comune risposero i liberal-conservatori come Friedrich von Gentz, già allievo di Kant e divenuto in seguito un importante funzionario dello Stato prussiano. Gentz aveva tradotto e introdotto le Reflexions di Burke in Germania, e proprio sulla scorta della filosofia burkeiana muoveva le proprie obiezioni all'argomento contro la nobiltà ereditaria, che da Kant era stato sostituito dal principio di uguaglianza giuridica dei sudditi. Gentz risponde con durezza alle argomentazioni di Kant, ricordando come il fondamento di ogni governo dovesse essere ricercato in un comune patrimonio di cultura e tradizioni condivise, e come la rivoluzione rappresentasse la fine di ogni possibilità di sussistenza per lo stato e per un ordine politico in generale. D'altra parte, Genz ricordava anche come tra gli scopi istituzionali di un sovrano dovesse essere compresa la soddisfazione dell'interesse del proprio popolo; in questo senso egli prendeva le parti di quella stessa idea di stato del benessere (Wohlfahrtstaat) del quale, prima in Europa, la Prussia si era fatta promotrice nell'età delle riforme. Su questa stessa via si porrà anche l'attività di codificazione che darà vita al codice federiciano del 1794 (Allgemeines Landrecht für die preußischen Staaten). Ma era proprio un tale atteggiamento paternalistico che Kant aveva rifiutato in quello scritto (soprattutto nel secondo paragrafo, dedicato alla polemica contro Hobbes): infatti, Kant si oppone a ogni "governo paternale" e rivendica invece la dignità del "governo patriottico".

In questi termini, l'aggettivo patriottico non era immediatamente riferibile a una concezione democratica e 'giacobina', come sarà fatto dalla nuova intellettualità romantica tra il vecchio e il nuovo secolo, oppure da alcuni kantiani sui generis, come nel caso di Fichte dei primi scritti politici; al contrario, testimoniava un concreto amore per la libertà come il primo dei diritti innati che "spetta al membro del corpo comune come uomo", perché questi "è in generale un essere capace di diritti". Un tale amore per la libertà, che ha come conseguenza il riconoscimento del valore dell'uguaglianza dei cittadini (in questo scritto limitata tuttavia alla semplice "uguaglianza giuridica", la quale non escludeva la restrizione del diritto di cittadinanza attiva prevedendo per quest'ultimo il requisito della indipendenza), spingeva il filosofo a sposare la causa dell'abolizione della rappresentanza "per ceti" in favore della moderna rappresentanza "politico-parlamentare". L'argomento kantiano era incentrato sulla tesi secondo la quale, nei rapporti tra ceti, non è possibile distinguere tra un imperans e un subjectus (come invece è possibile fare in riferimento all'ordinamento civile), ma soltanto un superior e un inferior. Di conseguenza, le differenze sociali sono giustificate non in base alla nascita, ma alla funzione che ognuno svolge nella società in riferimento alle proprie capacità e al proprio grado culturale. Pertanto, la società non deve impedire a nessuno di poter essere artefice della propria fortuna. In questo argomento di Kant si può trovare un riferimento alla Repubblica di Platone, che aveva appunto pensato la divisione sociale sulla base di una concezione 'meritocratica'.

La critica all'eudemonismo paternalistico (che Kant riconduce a moventi estranei rispetto a quelli che devono orientare l'azione del buon politico) e la contemporanea rivendicazione di una concezione costituzionale del diritto dello stato sono motivi sufficienti per far allontanare definitivamente Gentz dal suo vecchio maestro, e per muovergli il rimprovero di aver sposato le tesi della rivoluzione.

F. v. Gentz, Nachtrag zu dem Räsonnement des Herrn Prof. Kant über das Verhältnis von Theorie und Praxis, "Berlinische Monatschrift", (1793).



2. Qualche anno prima un altro autore, August Wilhelm Rehberg, si era fatto promotore dell'idea di una netta separazione dell'ambito della teoria da quello della pratica. In questo senso Rehberg aveva inteso affermare una sorta di primato della 'prassi' nei confronti della pura teoresi, giustificando la trasformazione della trattazione del diritto e della politica da un problema di natura filosofica ad un problema di natura pratico-pragmatica. Come Gentz, Rehberg aveva studiato Burke e ne aveva importato il pensiero nel dibattito tedesco. Dopo la pubblicazione dello scritto sul Detto comune e la recensione di Gentz, Rehberg torna sull'argomento da una prospettiva ancora più radicale, ribadendo la netta distinzione tra i due ambiti e riproponendo la concezione secondo la quale nel tempo moderno la "scienza del diritto di natura" dovesse essere considerata alla stessa stregua della politica per gli antichi, e che come tale doveva trovare il proprio fondamento nel suo carattere originariamente "etico", distinto da quello "teoretico". Kant tiene in considerazione quest'ultima concezione come un secondo versante dal quale mantenere ben distante la propria dottrina del diritto e della politica. Infatti, scopo dell'articolo è non di confutare la tesi secondo la quale possa esistere un'argomentazione giusta "in teoria", ma sbagliata in "pratica", ma è soprattutto quello di negare che i due ambiti possano essere ricondotti a due discipline radicalmente differenti. Si tratta di una argomentazione che ritornerà in modo ancora più incisivo dal punto di vista della filosofia politica qualche anno più tardi, quando nel 1795 il filosofo pubblicherà lo scritto sulla Pace perpetua. D'altra parte, già alcuni anni prima (nel 1786), Kant aveva impiegato le stesse argomentazioni contro un'altra teoria del diritto di natura, addirittura proveniente da un autore che si professava, almeno formalmente, un suo discepolo. La recensione al Saggio sul principio del diritto naturale (1785) di Gottlieb Hufeland, infatti, mostra proprio la sua avversità ad ogni concezione materiale della teoria del diritto, che oscurasse la sua originaria vocazione formale e metafisica (più tardi, nel 1797, la dottrina del diritto sarà appunto una delle due parti della Metafisica dei costumi) in favore di una soluzione pragmatistica.

La questione del rapporto dello scritto kantiano con le differenti prospettive della filosofia politica del tempo è stata discussa ampiamente da D. Henrich, in Kant, Gentz, Rehberg über Theorie und Praxis, Frankfurt a.M., Shurkamp, 1967.

A.W. Rehberg, Über Verhältins von Theorie und Praxis, "Berlinische Monatschrift", 1794



La Pace perpetua e le sue recensioni

Alla pubblicazione della Pace perpetua seguirono importanti recensioni, da parte di illustri esponenti della filosofia tedesca. Tra i maggiori bisogna ricordare quelle di Fichte e di Friedrich Schlegel, entrambe apparse l'anno successivo alla pubblicazione dell'opuscolo kantiano.


F. Schlegel, Versuch über den Begriff des Republikanismus, veranlasst durch die kantische Schrift zum ewigen Frieden, in "Deutschland", Bd. 3, Berlin, Johann Friedrich Hunger, 1796, Stück VII.2, pp. 10-41, ora in Kritische-Friedrich Schlegel-Ausgabe, hrsg. v. E. Behler, Studien zur Geschichte und Politik, Paderborn-München-Wien-Zürich, Schöningh u.a., 1966.

J.G. Fichte, Zum ewigen Freiden. Ein philosophischer Entwurf von Immanuel Kant (1796), Werke, hrsg. v. R. Lauth u. H. Jacob, Bd. I.3, Stuttgart-Bad Cannstatt, Frommann-Holzboog, 1966.

La recezione del saggio kantiano fu particolarmente pronta anche per via dal fatto che l'argomento interpretava appieno i fermenti del dibattito politico-culturale tedesco di fine secolo, il quale tentava un primo confronto con la prospettiva della rivoluzione. L'esempio forse di maggior significato di una tale pubblicistica è il giovanile saggio di Johann Josef Görres: La pace universale, un ideale (1798), un autore destinato a divenire tra i maggiori esponenti della scuola romantica di Heidelberg. Anche questo testo può essere considerato sulla linea della recezione della Pace perpetua, e rappresenta, come già accadeva per la recensione dello Schlegel, una chiara testimonianza delle posizioni della nuova intellettualità romantica nei confronti dell'illuminismo e dell'eredità kantiana. Il saggio di Görres apparve nella rivista di forti tendenze repubblicane "Das rothe Blatt", diretta da Johann Michael Armbruster, che l'aveva fondata nel 1791.

J.J. Görres, Der allgemeine Friede, ein Ideal, in "Das Rothe Blatt", VIII, 1798, ora in Ewiger Friede? Dokumente einer deutschen Diskussion um 1800, hrsg. v. A. Dietze, München, Beck, 1989.

L'ultimo importante documento del dibattito successivo al fortunato scritto kantiano fu ancora una volta quello di Genz, che proseguiva la polemica nei confronti del suo vecchio maestro iniziata sette anni prima. Il lungo articolo di Genz rappresentò la chiara testimonianza del cambiamento intervenuto all'interno della cultura tedesca nel passaggio dall'illuminismo al romanticismo, e in particolare alla nuova sensibilità storica che di lì a pochi anni sarebbe divenuta il tratto distintivo della cultura tedesca del secolo diciannovesimo. Ma ancora di più, la critica di Genz alla filosofia politica irenica e cosmopolitica di Kant rappresentò il segno dell'evoluzione dei fermenti interni al tardo illuminismo tedesco, i quali costituivano una parte integrante e insieme una strada autonoma alla concezione della storia che aveva distinto l'età del criticismo. Di queste istanze culturali, la filosofia critica aveva rappresentato indubbiamente la sintesi più alta, ma non aveva affatto esaurito quelle autonome istanze di pensiero che provenivano dalla recezione di idee elaborate originariamente in altre regioni d'Europa, idee che nella Germania di fine secolo si sarebbero affermate nella forma dello storicismo.

F. v. Gentz, Über den Ewigen Frieden, "Historisches Journal", (1800).

Allo scritto sulla Pace perpetua seguirono saggi di storia universale di alcuni grandi autori del romanticismo tedesco, che intendevano riferirsi proprio alla prospettiva kantiana, talora con uno spirito polemico proveniente da una sensibilità culturale che andava velocemente mutando rispetto a quella di Kant. Come avevano fatto lo Schlegel, e, sotto una differente prospettiva, persino Fichte, anche Novalis e Schiller, due tra i maggiori poeti del romanticismo tedesco, intervennero su questi temi di politica e filosofia della storia.

Il poeta Friedrich von Hardenberg, conosciuto come Novalis, compose tra nel 1799 un brevissimo scritto dal titolo: Il Cristianesimo ovvero l'Europa, che era destinato ad esercitare notevolissima influenza sul dibattito romantico della Jenazeit (per il quale si può consultare L. Mittner, Storia della letteratura tedesca, II, 3, § 371, pp. 775-776). Dal punto di vista politico, il saggio di Novalis era volto soprattutto a mettere in rilievo le comuni radici cristiane dei popoli europei, e di conseguenza ad invitare ad un recupero di una sensibilità unitaria che potesse ricreare nel vecchio continente quella stessa unità spirituale che era stata sperimentata nel Medioevo.

Novalis, Die Christenheit oder Europa (1799), in Schriften. Die Werke Friedrich von Hardenbergs, hrsg. v. P. Kluckhohn u. R. Samuel, Bd. 3, Das philosophische Werk, II, hrsg. v. R. Samuel, Stuttgart-Kohlhammer, s.d.

Friedrich Schiller, che con Goethe condivide il ruolo di maggiore personalità letteraria del tempo, era noto per essersi ripetutamente ispirato a Kant, non solo nella teoria estetica ma anche nella filosofia morale. Nei saggi di filosofia della storia, Schiller riconduce le tesi kantiane sulla possibile speranza in un progresso dell'umanità al nuovo principio della nazionalità, che era andato affermandosi proprio al calare del XVIII secolo, e che vede ogni popolo legato ad una propria missione storica. Così come all'origine della storia umana era accaduto a Mosé e al suo popolo, ogni grande individualità che si trova alla guida di una comunità politica assolve una propria missione nella storia universale, la cui prospettiva ultima deve essere compresa nella comune direzione verso l'affratellamento di tutti i popoli della terra. A differenza di quanto accadeva per gli autori romantici che avevano pensato il principio razionale nella storia sotto forma di un primato riservato a un popolo particolare, con la conseguente rivendicazione di una missione esclusiva (come accadde al Fichte nei Discorsi alla nazione tedesca del 1805), Schiller non vede alcun reale antagonismo tra il primato nazionale e la missione universalistica di tutti i popoli della terra, sposando in tal modo una peculiare concezione cosmopolitica che risulta non troppo distante da quella che Kant aveva indicato nei suoi scritti.

F. Schiller, Was heisst und zu welchem Ende studiert man Universalgeschichte ?, in Werke (Nationalausgabe), hrsg. v. K.H. Hahn, Bd. 17, Historische Schriften, hrsg. v. K.H. Hahn, Weimar, Böhlaus, 1970, pp. 359-377.

F. Schiller, Die Sendung Moses, in Historische Schriften, cit., pp. 378-397.


Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Bibliografie" è curato da Nico De Federicis