Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 13 gennaio 2001

Nuovi Studi Politici
Nuovi Studi Politici


La rivista non è presente sul web. Le schede offerte dal BFP sono di Claudio Carusi.

Ecco le schedature del BFP

30 (2000), 1

R. Ranucci, Riflessioni sulla teoria delle forme di governo, pp.105-123.

L'impostazione tradizionale dello studio delle forme di governo, basato su modelli tassativo-descrittivi (studio inter-organico sulla ripartizione delle funzioni tra gli organi costituzionali) deve essere superata se si vuole comprendere lo sviluppo reale dei sistemi di governo.
Bisogna infatti includere, accanto all'approccio normativistico, il principio di effettività in modo da realizzare le categorie dei modelli descrittivi alla luce delle variabili sociali e politico-istituzionali.
Per mettere in pratica questo nuovo approccio è necessario, innanzitutto, circoscrivere il campo di indagine all'interno di una stessa forma di Stato, e qui raffrontare i diversi sistemi di governo sulla base di nuovi modelli tipici.
Essi si compongono di una serie di elementi.
I primi non hanno valore classificatorio e sono:
  1. elementi di sfondo (quadri: storico, sociologico, economico, internazionale);
  2. dati 'ambientali' (istituzioni di democrazia, mass-media, sindacato, gruppi di pressione, articolazioni in genere della società civile)
  3. altri organi costituzionali (Presidenza della Repubblica, Corte Costituzionale).
Il secondo gruppo di elementi ha invece valore classificatorio ed entra perciò nella costruzione dei nuovi modelli. Esso è composta da:
  1. elemento fattuale: sistema dei partiti;
  2. elemento normativo: raccordo tra organi costituzionali (l'interorganicità di cui sopra) e la teoria della separazione dei poteri
  3. la normativa elettorale.
Il vecchio modello interpretativo, facendo leva esclusivamente sulla teoria della separazione dei poteri, che si fonda sul rapporto di fiducia che lega i due organi costituzionali del governo e del parlamento, tralascia l'analisi dell'elemento partitico ma non riesce in questo modo a dare fondamento al governo parlamentare.
Nella concezione realistica delle forme di governo invece, interviene, oltre al valore classificatorio della separazione dei poteri, anche un valore sub-classificatorio che ha il compito di ordinare l'articolato panorama dei regimi parlamentari.
Tale è appunto il sistema dei partiti.
Si delinea pertanto il bisogno di fare riferimento ad una quarta funzione, da affiancare alla classiche tre, descritte dalla teoria della separazione dei poteri, ovvero la funzione di governo, che diviene, anzi, il vero criterio teorico di individuazione delle forme di governo; indirettamente perciò anche i partiti, in quanto partecipi dell'indirizzo politico nel momento in cui sono al governo, finiscono per assumere un ruolo di questo tipo.
Si può quindi affermare che il potere d'influenza dei partiti si traduce in regole giuridiche e che i partiti si configurano come veri e propri elementi costitutivi delle forme di governo; inoltre, che il sistema dei partiti deve essere considerato una importante variante istituzionale delle stesse.
L'analisi conseguente del sistema dei partiti fa emergere dunque due elementi portanti: gli operatori politici e i loro accordi.
I primi sono assunti ad elemento classificatorio delle forme di governo in quanto detentori del potere politico, potenziali titolari degli organi costituzionali (attitudine soggettiva delle forme di governo); i secondi integrano le norme scritte della Costituzione, le rendono elastiche, adattabili ai mutati contesti politici.
ll nuovo modello interpretativo dovrà allora tener conto:
  1. del rapporto di fiducia governo-parlamento;
  2. delle relazioni dei partiti col parlamento, col governo e tra loro.
A questo punto è possibile tracciare, molto schematicamente, una serie di modelli tipici:
-governo parlamentare di tipo multipartitico (estremo, multipolare, polarizzato) caratterizzato dal numero dei partiti in esso presente, o dalle ideologie o dal ruolo delle opposizioni,
-governo parlamentare di tipo conflittuale o compromissorio,
-governo parlamentare di tipo alternativo o consociativo
il quale, se sarà basato sull'alternanza, avrà un parlamento ratificatorio e un governo direttivo; se sarà basato sulla consociazione un parlamento decisionale e un governo esecutivo.
Come si vede è pertanto nelle convenzioni che esprimono "le formule di partecipazione dei partiti al potere" che va trovato lo stesso criterio giuridico di individuazione delle forme governative.
Si può quindi concludere dicendo che la nuova teoria delle forme di governo si orienta sempre più a considerare sia la teoria classica della separazione dei poteri che le formule di partecipazione al potere, per riuscire a cogliere i mutamenti che intervengono nel quadro costituzionale alla luce delle convenzioni tra sistema politici e sviluppo delle forme di governo. (C.C.)

30 (2000), 2/3

G. Buonomo, Elementi di deontologia politica, pp. 3-66.

Questo lungo articolo affronta i rapporti esistenti tra scienza della morale, scienza della politica e dottrina dell'interesse alla luce degli ultimi venti anni di storia della politica italiana. In particolare vengono analizzate le disastrose conseguenze prodotte dalla Legge 195/74 sul finanziamento dei partiti in quanto, secondo l'autore, questa legge ha segnato l'abdicazione della classe politica, allora al potere, al suo compito storico, quello cioè di saper portare allo scoperto in modo graduale il "nuovo" paradigma della democrazia contemporanea. Il nuovo era ed è rappresentato da un processo storico inerente alla democrazia attuale, vale a dire l'esistenza dello "scambio politico" tra gruppi di interesse e partiti politici; al contrario, quella legge consolidò un'ulteriore fase neo-corporativa in Italia, poi risoltasi nelle vicende di Tangentopoli. Questo giudizio di fondo viene sorretto dalla disamina del passaggio storico-moderno da una concezione della politica basata sul valore del bene comune, a cui ogni politico, "interprete della volontà generale", dovrebbe attenersi, ad una concezione avalutativa della politica. Si richiamano qui in particolare i lavori di Schumpeter e di Weber e si apprezzano, in generale, i contributi e le analisi della scienza delle politica condotte sulle tematiche inerenti le organizzazioni complesse dei gruppi di interesse e di pressione, del sistema delle lobbying, e delle degenerazioni del sistema stesso (free-riding, mercimonio politico). In questo ampio quadro teorico e storico si auspica costantemente l'esigenza di disciplinare la realtà incontestabile del rapporto dello "scambio politico" attraverso un codice deontologico, per cui i gruppi di interesse richiedano e i partiti polittici offrano solo decisioni connotate dalla generalità e dall'astrattezza al fine di evitare definitivamente ogni rinascita di pratiche corporative, degenerative della politica.(C.C.)

V. Frosini, Diritti umani e governo del mondo pp. 67-73.

Le legislazione dei diritti umani proviene da tre sorgenti giuridiche:
  1. il "Bill of Rights" dello Stato della Virginia del 12 giugno 1776 e la "Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino" del 26 agosto 1789. Con queste "dichiarazioni" i diritti dell'uomo da oggettivi divengono soggettivi.
  2. la "Carta Atlantica" del 1941, che stabilisce i principi di convivenza fra i popoli, principi confluiti nella "Dichiarazione di San Francisco" del 1948. Qui la sfera di riconoscimento politico e giuridico dei diritti umani diviene sovranazionale.
  3. il progresso scientifico e tecnologico che, trasformando definitivamente il mondo naturale in un mondo artificiale, ha contribuito a conferire agli stessi diritti umani il loro nuovo e attuale senso : non un oggettivo dono della natura ma una permanente conquista di civiltà.

I diritti umani acquistano oggi, pertanto, il loro carattere autenticamente mondiale e il loro "avvento" apre l'orizzonte di una metapolitica che oltrepassa la sfera del confine giuridico rappresentata dalla sovranità dello Stato. A fianco alla sovranità dello Stato si afferma, infatti, la sovranità dell'individuo, i cui diritti sono riconosciuti sia dallo Stato sia dalla Comunità Internazionale. In sostanza, si può dire che i diritti umani rappresentino la coscienza collettiva dell'umanità, il suo patrimonio giuridico, anche se non sono né permanenti, né stabili. I diritti umani possono regredire, soprattutto quando la reciproca responsabilità giuridica degli Stati non si configura ancora in un ordinamento unitario (al diritto comune attuale non corrisponde infatti una sovranità effettiva). D'altra parte la manifesta incapacità dell'ONU di costituire questo ordinamento unitario e l'apparizione della quarta generazione dei diritti umani, i diritti collettivi, conducono a prevedere, per la storia futura, che la costituzione di un tale ordinamento e di un corrispondente governo mondiale sia una necessità inevitabile, anche nella prospettiva non remota dell'inizio della colonizzazione spaziale. (C.C.)

S. Andò, L' "ingerenza democratica" (a proposito del caso Haider), pp. 139-165.

Preso atto che la sovranità statale a partire dalla fine della II guerra mondiale sta cedendo sempre più di fronte al diritto di ogni uomo di poter esercitare ovunque le libertà fondamentali, ne risulta, però, che le modalità giuridico-formali con cui tale tutela dovrebbe venir garantita da parte della comunità sovranazionale (in questo caso da parte dell'UE) non sono affatto "chiare". Nel "caso Haider" si profila anzi, sia il primo evento storico attuativo della pratica della "ingerenza democratica" che il suo primo abuso. Non accade forse, si chiede l'autore, che il cercare di evitare la partecipazione al governo di un partito portatore di “valori negativi” - ma a cui è stato concesso di partecipare alla competizione elettorale per la formazione di quello stesso governo - prefiguri una "chiara" violazione dei diritti politici elementari? Si profila, infatti, nel "caso Haider", in nome di una "ingerenza democratica" sovrastatale, la violazione della sovranità popolare nazionale, in quanto messa in discussione è stata proprio la sovranità popolare austriaca, "colpevole" di aver eletto partiti non graditi in chiave governativa. Ma non è possibile che in Europa vi siano partiti dotati di requisiti politici diversi, l'uno valido per poter partecipare alle elezioni politiche, l'altro per poter partecipare al governo. Conseguentemente, mantenendo questo atteggiamento, può entrare in crisi il meccanismo stesso alla base della legislazione dei diritti e a cedere non sarebbe solo la sovranità statale, bensì la democrazia formale e rappresentativa su cui si basa la stessa divisione classica dei poteri, quale spazio dei diritti con riferimento alle forme e alle procedure. In assenza di un processo di costituzionalizzazione che trovi i precisi confini della cittadinanza europea bisogna pertanto per il futuro evitare la spaccatura tra rappresentanza e responsabilità politica, tra Parlamenti rappresentativi dei popoli e Governi responsabili solo di fronte alle autorità superiori della UE (C.C.)


Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
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