Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 24 febbraio 2001

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La rivista è presente sul web ed è raggiungibile cliccando qui. Le schede offerte dal BFP sono di Francescomaria Tedesco.

Ecco le schedature del BFP

2000, 63

Dossier: Allo Show del cinismo

Maurizio Maggiani, Gianni Vattimo, Anna Elisabetta Galeotti, Bruno Gravagnuolo, Stefano Petrucciani, Danilo Zolo, Raimondo Cubeddu e Peter Sloterdijk si interrogano sul rapporto tra cinismo, politica e valori.

B. Gravagnuolo, C'è quello degli antichi e quello moderno, pp. 29-30.

Bruno Gravagnuolo opera una breve ricostruzione storico-semantica del termine cinismo. Varie radici etimologiche si intrecciano: i cinici si riunivano presso il ginnasio di Cinosarge, ma erano anche coloro che imitavano l'indole selvatica e libera del cane randagio (kyon). I cinici (kunikoi), veri e propri “cappuccini dell'antichità” (Zeller), proponevano un atteggiamento fortemente etico: il rifiuto delle convenzioni sociali e delle gerarchie, l'ascesi – non quella soddisfatta, tipica degli epicurei - la parresia (il 'dire tutta la verità in pubblico'), il cosmopolitismo. Secondo Gravagnuolo lo slittamento semantico che da questa connotazione etica porta il termine ad assumere un significato assiologicamente negativo, indicante un atteggiamento amorale, si realizza con l'affermazione dell'individualismo moderno. L'autore ritiene che oggi il cinismo si confonda con l'anti-politica, cioè con un contegno riprovevole ed opportunistico. (F.T.)

D. Zolo, Crisi della modernità e nuovo cinismo, pp. 34-35.

Danilo Zolo intravede nel recupero dell''amor di sé' e del desiderio di autoaffermazione individuale che contraddistingue l'uomo contemporaneo il riaffiorare dei temi centrali del cinismo ateniese. Il perseguimento della felicità personale attraverso lo scioglimento dei vincoli sociali e politici è tipico delle società post-moderne, percorse dalla crisi dell'etica pubblica fondata sull'antropologia liberale e da un impasse epistemologico. Se la critica cinica del mondo moderno costituisce una polemica cognitivamente scettica e pragmatica contro questo umanesimo europeo occidentale, allora, secondo Zolo, essa non può che essere accettata, come ha fatto il realismo politico classico (Weber, Schumpeter). Tuttavia l'autore mette in guardia dal radicalismo individualista, nichilista ed anti-politico che il neo-cinismo propone considerando, di contro, che l'uomo è quanto meno un essere 'carente' e quindi 'comunicativo', relazionale. (F.T.)

2001, 64

Wittgenstein, eredità diffusa

Richard Rorty, Gianni Vattimo, Alessandro Lanni, Marilena Andronico e Luigi Perissinotto scrivono dell'eredità filosofica di Wittgenstein, della sua incapacità/nolontà di fondare una 'scuola', del rapporto tra il Wittgenstein del Tractatus e quello delle Ricerche filosofiche.

Richard Rorty (Separò il naturalismo dall'empirismo, pp. 84-85) mette in luce quelli che ritiene essere i due progressi filosofici compiuti grazie all'opera del secondo Wittgenstein (quello delle Ricerche filosofiche). Innanzitutto, la separazione di naturalismo ed empirismo; in secondo luogo, l'abbandono dell'assioma russelliano che vuole la logica come essenza della filosofia. Anche Gianni Vattimo (Al gioco del linguaggio, pp. 86-88) rivolge l'attenzione al secondo Wittgenstein, individuando la differenza dal 'primo' (quello del Tractatus) nell'abbandono delle posizioni 'empiriste', quelle in cui Marcuse lesse il trionfo del pensiero positivo e la difesa dello status quo. Nelle Ricerche filosofiche Wittgenstein sostituisce alla pretesa universalistica di individuare nella logica il fondamento della filosofia la consapevolezza della natura contestuale, 'storica', del linguaggio. Questa consapevolezza si traduce nell'elaborazione dell'idea di 'gioco linguistico': si potrebbe dire, con il linguaggio sistemico, che non esiste un unico codice semantico, ma diversi codici semantici per ciascun sotto-sistema. Quello che pare, ai nostri fini, rilevante nell'intervento di Vattimo è proprio la critica al postulato wittgensteiniano della separazione tra giochi linguistici diversi (icasticamente “coi santi in chiesa coi fanti in taverna”). Per Vattimo, Wittgenstein pensa alla storicità del linguaggio in termini 'orizzontali' e sincronici: l'importante è che i diversi giochi non si sovrappongano. Al contrario, la democrazia secondo Vattimo altro non sarebbe se non il luogo del 'metagioco', cioè della rimessa in questione delle regole dei giochi e dell'idea della separazione stagna dei giochi linguistici: la democrazia è il luogo nel quale è impossibile individuare una metaregola che ordini gerarchicamente i giochi. L'interpretazione (heideggeriana) di Vattimo mi sembra sollevi, implicitamente e (forse) involontariamente, la questione del rapporto tra giochi linguistici e teoria sistemica, soprattutto nella versione habermasiana che postula la netta separazione del Lebenswelt dagli altri codici semantici. A quest'ultimo proposito, Alessandro Lanni (Chi può dirsi suo discepolo?, pp. 84-85) afferma che Habermas ha ben presente, nella Teoria dell'agire comunicativo, la nozione wittgensteiniana di 'gioco linguistico'. L'articolo di Marilena Andronico (L'andar per funghi e l'arte della filosofia.., pp. 89-90) si occupa della vexata quaestio della 'scuola filosofica' di Wittgenstein. Luigi Perissinotto (Gli usi di un filosofo, come e perché, pp. 91-92) indaga sui rapporti tra Wittgenstein, da un lato, e le due tendenze fondamentali della filosofia contemporanea (analitica e continentale), dall'altro. Perissinotto fa rilevare che è del tutto legittima la lettura di Wittgenstein come filosofo totalmente eccentrico non solo nei confronti della storia della filosofia, ma anche rispetto alle “complicate e contorte vicende della filosofia contemporanea” (p. 92). Infine, Antonella Santilli (La politica che non c'è, p. 91), recensendo il libro (a cura di Davide Sparti) Wittgenstein politico, edito da Feltrinelli, fa notare come questo libro non sia un volume sulla filosofia politica del filosofo austriaco, proprio perché in Wittgenstein è assente una riflessione sistematica sull'argomento. Nel Tractatus sono rinvenibili soltanto considerazioni rapsodiche sulla politica. Nonostante questo, Santilli afferma che questo libro sgombra il campo dall'accusa di conservatorismo (mossa a Wittgenstein, ad esempio, da Herbert Marcuse) diffusa “in una certa vulgata filosofica” (p. 91). Uno dei contributi al libro, quello di Bernard Williams, approderebbe ad una suggestiva interpretazione “nella quale l'anti-fondazionismo di Wittgenstein diventa la base di un pensiero politico di sinistra” (ibid.). /F.T.)



Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Riviste" curato da Brunella Casalini, Emanuela Ceva, Corrado Del Bo' e Francesca Di Donato.
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