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Ultimo aggiornamento: 25 gennaio 2001
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Paolo Parrini



La filosofia positiva come “terza via”

Secondo le epistemologie più o meno dichiaratamente fondazionaliste, vi sarebbero alcune condizioni che stanno alla base del processo di giustificazione delle nostre pretese cognitive. Esse costituirebbero dei presupposti della conoscenza assolutamente certi, non rivedibili e completamente al riparo dal dubbio scettico. Nella storia della filosofia, le prese di posizione di questo genere si sono differenziate le une dalle altre a seconda degli elementi posti a fondamento della giustificazione epistemica. Si sono avute, così, concezioni di tipo empiristico, concezioni di tipo razionalistico e, infine, concezioni che (come per esempio quella kantiana) hanno mirato a una sorta di bilanciamento fra empirismo e razionalismo, ossia, in termini appunto kantiani, fra componenti materiali e componenti formali della conoscenza.

Come si sa, nel secolo appena trascorso si è avuta una progressiva erosione dell'idea che si diano fondamenti assolutamente indubitabili della conoscenza. Per quanto riguarda le condizioni empiriche, la crisi del fondazionalismo si è consumata con le discussioni sulla sottodeterminazione empirica delle teorie, sulla non esistenza di enunciati protocollari incorreggibili, sull'impossibilità di distinguere fra linguaggio teorico e linguaggio osservativo a causa della contaminazione teorica dell'osservazione, sul carattere mitologico di una datità empirica pura. Per quanto riguarda le condizioni razionali, tale crisi è passata, invece, attraverso la negazione di principi sintetici a priori, il rifiuto di asserzioni certe e irrivedibili perché basate sulla sola natura dei concetti interessati o dei significati delle parole chiave, la contestazione dell'esistenza di regole metodologiche capaci di garantire il progresso dei nostri sforzi conoscitivi verso la verità.

Questa crisi progressiva ha prodotto due effetti fra loro correlati. Il primo è costituito dalla proliferazione di concezioni che negano, in forma più o meno esplicita e marcata, la sensatezza di un qualsiasi rimando all'idea di oggettività conoscitiva. Basti pensare alle molte varianti di relativismo radicale che tengono campo su gran parte della scena filosofica attuale, dai vari richiami al prospetticismo nietzchiano alle molteplici celebrazioni della crisi della ragione e del pensiero negativo, dalle diverse forme di postmodernismo e di decostruzionismo a certi peculiari sviluppi del pensiero di Heidegger e dell'ermeneutica di Gadamer (compreso il progetto ermeneutico e conversazionale di Richard Rorty). Il secondo effetto riguarda invece la messa in discussione di un' epistemologia intesa come discorso teorico autonomo concernente la verità, l'oggettività, la realtà dell'oggetto conosciuto, la razionalità della scienza. Su questo punto gli anti-fondazionalisti hanno proceduto in due direzioni opposte, ma convergenti verso il precedente comune obbiettivo. Alcuni di essi hanno sostenuto che l'epistemologia dovrebbe venire sviluppata come un capitolo di una qualche scienza di tipo fattuale - o della psicologia dello stimolo-risposta, o di quella peculiare branca della biologia che è l'etologia o delle neuroscienze o delle scienze cognitive, e così via - con buona pace dell'idea husserliana che il tentativo di fondare l'epistemologia su una qualsiasi scienza di fatti dovrebbe considerarsi un puro non senso. Altri, invece, hanno sostenuto che il progetto epistemologico sarebbe da abbandonare in favore del progetto ermeneutico. L'epistemologia dovrebbe cioè essere rimpiazzata dall'ermeneutica e questa, a sua volta, dovrebbe essere intesa non come "una disciplina" o "un metodo" atto a raggiungere quel tipo di risultati che l'epistemologia non è stata in grado di conseguire (la fondazione di una conoscenza come specchio della natura, ossia come qualcosa di vincolato al realismo metafisico e a una concezione corrispondentistica della verità). L'ermeneutica dovrebbe invece essere intesa come un'espressione della "speranza che lo spazio culturale lasciato dall'abbandono dell'epistemologia non venga affatto riempito - che la nostra cultura diventi tale che in essa non si avverta più l'esigenza del vincolo e del confronto" (R. Rorty, Philosophy and the Mirror of Nature, 1979, trad. it., La filosofia e lo specchio della natura, Milano, Bompiani, 1986, p. 239, con una modifica nella traduzione).

A mio modo di vedere, né il primo né il secondo di tali esiti sono conseguenze logicamente inevitabili del rifiuto del fondazionalismo. Le ragioni della mia convinzione possono essere raccolte intorno a cinque punti fondamentali che ho illustrato in varie sedi, ma soprattutto nel libro Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia positiva (Roma-Bari, Laterza, 1995; edizione inglese rimaneggiata Knowledge and Reality. An Essay in Positive Philosophy, Dordrecht, Kluwer, 1998), e nel saggio, appena uscito, "Crisi del fondazionalismo, giustificazione epistemica e natura della filosofia" (Iride, XIII 2000, 30, pp. 237-258):
  1. La giustificazione epistemica non implica di necessità l'idea di rispecchiamento e di fondazione; essa implica solo che si diano ragioni per giustificare ciò che si crede, quale che sia la forza a tali ragioni riconosciuta (il che mantiene anche un senso all'idea di una discussione razionale delle nostre credenze).
  2. Se è vero che vi è una sottodeterminazione delle teorie da parte dell'esperienza, è anche vero che vi è una sovradeterminazione dell'esperienza da parte delle teorie. L'esperienza, cioè, può quanto meno stabilire l'impossibilità di mantenere la validità di un insieme di ipotesi e teorie, sebbene non sia capace di dirci quale singola ipotesi o teoria di questo insieme sia da considerare verificata o falsificata, confermata o sconfermata. Insomma, la tanto famosa e citata tesi di Pierre Duhem sul carattere olistico del controllo sperimentale ha sia una valenza anti-empiristica (quella comunemente sottolineata) sia una valenza empiristica.
  3. Un'analisi ravvicinata dei modi di formazione di un simbolismo avente riferimento extralinguistico sembra consentire la possibilità di un confronto empirico fra teorie alternative (di contro alla tesi di un'incommensurabilità empirica di principio fra teorie di primo acchito radicalmente divergenti).
  4. Quali che siano le difficoltà di individuare un dato empirico concettualmente incontaminato e un principio razionale assolutamente non rivedibile alla luce dell'esperienza, resta il fatto che non si può capire il processo conoscitivo senza riconoscere l'esistenza in esso di una 'interazione' fra elementi materiali e elementi formali.
  5. Il relativismo radicale, quello cioè che asserisce non semplicemente la relatività della nostra conoscenza della realtà a un insieme di condizioni epistemiche di conoscibilità, ma la relatività della verità e della realtà stesse, è una posizione difficilmente sostenibile dal punto di vista strettamente teorico.
Una ponderata valutazione di questi cinque aspetti mostra la possibilità di evitare l'esito antiepistemologico della crisi del fondazionalismo - il secondo dei due effetti che dicevo. Non si vede perché, infatti, non si possa far leva su di essi per tentare di costruire una teoria epistemologica che li integri in una prospettiva coerente e unitaria. In realtà, quanto è emerso dalla crisi del fondazionalismo non è tanto la necessità di rinunciare alla filosofia, e in particolare all'epistemologia, come attività teorica volta alla costruzione di teorie della conoscenza in competizione fra loro, quanto l'impossibilità di elaborare teorie filosofiche che, come quelle tradizionali, mirino alla fondazione a un tempo del conoscere e di se stesse in quanto spiegazioni assolutamente incontrovertibili del processo gnoseologico. L'accettazione della crisi del fondazionalismo dovrebbe essere, insomma, solo un'occasione per rivedere le nostre idee sull'origine, la natura e gli scopi della filosofia.

Sviluppando la riflessione sulla complessa situazione appena indicata, io non ritengo valido neppure il primo degli effetti oggi associati alla crisi del fondazionalismo, ossia la negazione dell'oggettività conoscitiva. La mia difesa dell'oggettività si accompagna, però, a un rifiuto del realismo metafisico e ad una parallela ripresa di idee tipiche della 'filosofia positiva'. Naturalmente, sono consapevole del carattere 'inattuale' della mia proposta. Dopo la crisi della concezione neoempiristica delle teorie scientifiche, si è dato infatti per scontato non solo il tramonto di quel modello epistemologico particolare, ma il naufragio dell'intera prospettiva filosofica che ne era alla base. Ne è conseguita la diffusa opinione di un irreversibile affossamento del positivismo: la grande avventura intellettuale cominciata nella prima metà dell'ottocento sarebbe giunta al suo capolinea.

Io penso invece che ad entrare in crisi siano state non le idee guida dell'esprit positif, ma il peculiare rivestimento linguistico con cui esse erano state riproposte dagli empiristi logici, in modo conforme alla cosiddetta 'svolta linguistica' della filosofia ispirata alle idee di Frege, Russell e Wittgenstein. Quando però si prescinda da tale rivestimento, resta ampio spazio di manovra per mostrare che l'accettazione dell'anti-fondazionalismo non contrasta con gli aspetti essenziali della filosofia positiva. Questi aspetti coincidono con le tre tesi principali – relativismo epistemico moderato, empirismo olistico e, soprattutto, oggettivismo non metafisico - che ho difeso nel mio già citato libro Conoscenza e realtà secondo modalità che non posso qui ricostruire. È appunto attraverso la difesa di tutte e tre queste tesi che ho inteso indicare una 'terza via' fra il nichilismo epistemologico nelle sue varie forme da una parte e i differenti ritorni alla metafisica dall'altra. Tali tesi, separatamente prese, trovano ampio conforto in questo o quel settore dell'epistemologia più recente, ma il collegarle e l'armonizzarle insieme attraverso l'individuazione di giustificabili punti di giuntura, intende essere uno dei contributi del mio lavoro teorico, accanto ad un'opportuna caratterizzazione di concetti chiave come oggettività, realtà, verità e razionalità.

Facciamo, per esempio, il caso dell'oggettività e della verità. Detto in estrema sintesi, il mio problema era mettere a punto una concezione che soddisfacesse le tre condizioni che seguono, di primo acchito in contrasto fra loro: (i) riconoscimento del carattere 'posizionato' (storicamente situato) dei nostri sforzi conoscitivi (relativismo epistemico moderato); (ii) mantenimento (per evitare le difficoltà del relativismo radicale) dell'idea della verità come un quid che trascende le specifiche strutture presupposizionali che di volta in volta fanno da cornice all'attività conoscitiva; (iii) necessità di evitare lo scetticismo, e quindi di trovare un modo di concepire tale trascendenza non in senso metafisico per non cadere nelle secche di un'inverificabile corrispondenza fra le nostre pretese cognitive e la realtà in sé. Date queste condizioni, ognuna delle quali suffragata con argomenti di varia natura, mi è parso che fosse possibile risolvere il problema solo interpretando l'oggettività e la verità come semplici ideali che guidano l'attività conoscitiva verso sintesi concettuali sempre più ricche di dati, più articolate e più comprensive. Lo sforzo conoscitivo diviene allora un processo che continuamente si rinnova e conosce punti di arresto soltanto relativi. Sono questi punti di arresto e i criteri di valutazione ad essi collegati a dare un contenuto, solo di volta in volta specificabile, alle categorie di 'oggettività'e di 'verità' nelle loro applicazioni ai casi concreti e ai giudizi particolari, e tuttavia ciò non tocca la loro trascendenza unitaria quali correlati ideali di una serie potenzialmente infinita di atti cognitivi intenzionalmente rivolti ad essi.

Le nozioni di oggettività e di verità si trasformano in categorie ideali puramente formali: divengono secchi vuoti che si riempiono al fiume della storia. Nonostante che questa metafora di Simmel sia molto famosa e citata, mi piace insistere su di essa perché esprime bene una concezione che mira a bilanciare istanze relativistiche e storicistiche da una parte e istanze oggettivistiche e teorico-valutative dall'altra. In realtà, ho qualificato come 'positiva' la mia prospettiva filosofica proprio perché essa nasce da un atteggiamento positivo (oserei dire quasi operazionale). Trasvaluta infatti in ideali regolativi quelle nozioni di oggettività e di verità inerenti alla tensione antirelativistica (o oggettivistica) che caratterizza di fatto le pratiche dirette alla conoscenza, e in modo particolare l'attività scientifica.


Compiled by Emanuela Ceva



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