Copyright © 2005 Francesca Di Donato
17-09-2005 18:07:50
Internet e il Web hanno portato a una rivoluzione che coinvolge i mezzi di produzione e di disseminazione della conoscenza. Si tratta di un processo in cui la comunità scientifica è stata ed è parte fondamentale, e delle cui conseguenze ha di recente preso formalmente atto. È significativo, a questo proposito, il convergere delle Università più prestigiose e dei maggiori Centri di ricerca europei e dei paesi in via di sviluppo attorno alla “Berlin Declaration on Open Access to Knowledge in the Sciences and Humanities” e alle iniziative ad essa legate.
Nonostante l’accordo formale raggiunto a Messina nel novembre 2004 da parte della quasi totalità dei rettori delle università italiane, l’adesione ai principi dell’Open Access e la diffusione di modi alternativi di pubblicazione nel nostro paese restano, ad oggi, assai marginali. E la scarsa pubblicità del processo tramite cui le istituzioni intendono “sostenere nuove possibilità di disseminazione della conoscenza, non solo attraverso le modalità tradizionali ma anche e sempre più attraverso il paradigma dell’accesso aperto via Internet” non incoraggia il diffondersi delle sue pratiche, di cui la maggior parte dei ricercatori non è a conoscenza. 1
L’accesso aperto ai dati grezzi, ai metadati 2 e ai risultati della ricerca ha come precondizioni la messa a disposizione dei ricercatori di strumenti informatici adeguati, la diffusione di “buone pratiche” che favoriscano la nascita di archivi e riviste “aperti” e l’adozione di politiche di licenze appropriate da parte degli stessi autori; purtroppo invece, nonostante poche eccezioni, gli autori scientifici cedono i diritti di pubblicazione agli editori; e anche se non lo fanno, non hanno per lo più a disposizione archivi elettronici istituzionali e disciplinari in cui depositare articoli e libri per renderli accessibili al pubblico, e per condividere i metadati delle proprie opere con la rete OAI; infine, gli amministratori e i bibliotecari non possono contare sull’esperienza documentata di altri centri, e faticano nell’allestire gli archivi aperti e a fare rete. 3
L’ipotesi di partenza di questo ipertesto è che le nuove infrastrutture informatiche e il regime giuridico attraverso cui le pubblicazioni sono veicolate richiedano un’analisi attenta, tanto delle loro condizioni pratiche, quanto del sistema teorico di riferimento, e che questo compito spetti anche agli umanisti, che se ne sono, nel corso dei secoli, spogliati.
Tra l’organizzazione dell’accademia intesa in senso lato, e le infrastrutture per la produzione e diffusione del sapere, esiste infatti un nesso importante che riguarda tutti i ricercatori: nella “repubblica della scienza”, le pubblicazioni sono il mezzo privilegiato per il reclutamento dei nuovi ricercatori, e per la gestione delle carriere. Inoltre, lo statuto delle pubblicazioni contribuisce alla definizione di più concetti tra loro correlati e spesso in tensione come “prestigio”, “fiducia”, “verità”, “qualità” e “proprietà”, la definizione dei quali interessa l’avanzamento della scienza, e il modo in cui i centri e i gruppi di ricerca fanno innovazione. Adrian Johns ha messo in luce alcune implicazioni importanti del rapporto tra il processo di pubblicazione nella prima modernità (in particolare in Inghilterra) e il processo di accreditamento del sapere scientifico nella repubblica della scienza; le strategie adottate a partire dal XVI secolo per assicurare credibilità agli oggetti stampati si rivelano, in azione, ricorsive: la stampa assicurava e assicura credito agli autori e alle loro fonti, rendendo ad ogni fase successiva il sapere stampato sempre più sicuro. La storia delle pratiche di lettura dei libri scientifici proposta da Johns mostra inoltre come il modo in cui i libri sono fatti, usati e letti sia variabile e importante nel processo di creazione di verità scientifiche. Quali trasformazioni stanno producendo i nuovi processi di disseminazione del sapere sulla pratica della ricerca scientifica? E soprattutto, in che modo potranno influire sull’organizzazione della comunità accademica e sugli strumenti di reclutamento e di selezione degli studiosi?
Per chi si occupa della ricerca di base (in cui rientra la quasi totalità delle scienze umane), riflettere sui mezzi e sui modi delle pubblicazioni scientifiche significa interrogarsi su una questione che è anche politica, in quanto riguarda l’accesso al patrimonio culturale e scientifico pubblico, che è impossibile o estremamente costoso con gli strumenti tradizionali per cittadini e ricercatori, sempre più penalizzati dalla scarsità delle risorse a disposizione di università e biblioteche. Dunque, il rapporto tra tecnologie, diritto, struttura della comunità scientifica e mezzi per la disseminazione del sapere, in una parola i limiti entro cui il discorso scientifico si autodefinisce nel corso dei secoli, offre il terreno per un’ampia e variegata discussione. E, in particolare, il sistema delle pubblicazioni può essere analizzato e discusso come anello fondamentale del rapporto tra “parola” e “potere”.
Questo ipertesto si muove tra il passato e il presente per cogliere alcuni aspetti comuni e alcuni fondamentali cambiamenti tra il modo di produzione e di disseminazione del sapere nell’età della stampa e il modello proposto nelle dichiarazioni per l’Open Access sopra ricordate. Il parallelo si rivela particolarmente fruttuoso grazie ad alcune fortunate analogie. La Germania dell’ultimo quarto del Settecento, fu teatro di un intenso dibattito sullo statuto filosofico, giuridico ed economico delle pubblicazioni che coinvolse filosofi importanti (tra cui Kant e Fichte), librai e stampatori. La discussione pubblica, raccolta in parte in un volume 4 , ci riporta su temi di grande interesse per la ricerca attuale come la pirateria (in una sua forma particolare, la ristampa), il diritto d’autore e l’organizzazione della repubblica dei dotti (la deutsche Gehlertenrepublik annunciata da Klopstock nel 1772). Nell’opera di Kant, in particolare, un filo rosso lega alcune opere composte in quasi ventanni, dalla prima Critica (1781) allo Streit der Fakultäten (1798) e che passa per il celebre saggio sull’Illuminismo (1784), Che cosa significa orientarsi nel pensiero (1786), gli scritti politici degli anni Novanta e la Metafisica dei costumi (1797). Ricostruire questo filo ci aiuta, partendo dai testi, a definire il contesto culturale; e viceversa, ricreare la cornice della storia delle idee ci permette di riportare il testo nel suo contesto, e di tracciare il modello di repubblica scientifica suggerito da Kant per confrontarlo con il nostro.
Infine, l’ipertesto si propone di ricostruire la storia delle idee alla base di Internet e del Web, mettendo in luce come la riflessione sulle odierne tecnologie per la ricerca scientifica possa portare a rielaborare concetti chiave nati nell’età della stampa, tra cui quelli di “autore”, di “libro”, di “accreditamento del sapere”, in termini e forme nuove. Se questo ultimo percorso è difficile e accidentato, perché tratta di una storia recente e di una rivoluzione che è in atto, la lettura di alcuni testi filosofici a fondamento delle recenti innovazioni tecnologiche può rivelarsi utile a comprenderne e a indirizzarne gli sviluppi futuri.
[1] Ad agosto 2005 sono state pubblicate le firme dei rettori delle Università italiane, che ammontano a oltre 60.
[2] Letteralmente, "dati sui dati". Sono metadati, ad esempio, l'autore, il titolo, l'editore, l'anno di una pubblicazione.
[3] Un controesempio di questa tendenza è il portale PLEAIDI (http://www.openarchives.it/pleiadi/); è significativo, comunque, che sul portale non sia ancora a disposizione nessuna delle policy adottate dagli archivi aperti istituzionali e disciplinari, che nel nostro paese ad oggi sono circa venti.
[4] Cfr. R. Wittman (a cura di), Nachdruck und geistiges Eigentum, Kraus International Publications, München 1981.
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