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BFP - Home | Titoli :: schede di lettura: W. Brown,"Supposing Truth Were a Woman..." Plato's Subversion of Masculine Discourse (1988)

W. Brown,"Supposing Truth Were a Woman..." Plato's Subversion of Masculine Discourse (1988)
in Feminist Interpretations of Plato, pp. 156-180



Una scheda di lettura
di Maria Chiara Pievatolo

Secondo la vulgata diffusa da Nietzsche e Derrida, Platone è il fondatore del razionalismo filosofico occidentale: ma in realtà la sua posizione è assai più complessa e contiene una critica - per quanto non ispirata da motivi femministi - dei modi di pensare socialmente maschili del suo tempo.
Il suo Socrate non critica solo idee e istituzioni, ma anche stili e usanze come, per esempio, il discorso sofistico e l'azione politica agonistica, che erano elementi fondamentali per l'ethos maschile della polis ateniese. Socrate critica i sofisti non solo per il loro professionismo, il loro relativismo e la loro ricerca di reputazione, ma anche per lo stile competitivo del loro discorso, che è controproducente rispetto al fine della ricerca della sapienza: questo è la radice e il sintomo dell'errore sofistico. Per quanto anche Socrate usi metodi sofistici, egli cerca verità politiche alternative; i sofisti, di contro, si dicono indifferenti alla verità. Per questo mentre i sofisti vogliono creare dei vincitori, Socrate viene accusato di coltivare virtù impotenti che alienano dalla città. In parallelo viene criticata lo stile agonistico della politica: la giustizia di Omero è la stessa giustizia di Trasimaco - l'utile del più forte.
Platone, tuttavia, fa osservazioni misogine e non rigetta la tradizionali virtù maschili della giustizia, della sapienza, del coraggio e della temperanza. Il suo punto di vista non è femminile: piuttosto, egli si propone di sovvertire i criteri tradizionale della virilità avvicinando filosofia e politica. Occorre, a questo fine, un radicale riordinamento concettuale dell'esperienza umana: per questo Platone mette in discussione anche i modelli di genere tradizionali.
Per Platone la conoscenza si trasmette con un processo di reminescenza; l'insegnamento perciò non può essere una trasmissione di nozioni, ma un far partorire ciò che è già presente nell'anima dello studente. La ragione non nomina o descrive la verità incarnata dalle idee: la verità deve essere afferrata in modo personale, perché richiede un ordinamento del desiderio che è una questione risolvibile solo personalmente. Il carattere universale della verità non intacca il carattere personale dell'apprendimento. Il mondo della ragione discorsiva non è un mondo astratto di verità assolute: per questo la parola scritta è inadeguata a rendere il carattere intersoggettivo del discorso come conversazione filosofica. La dialettica è uno strumento e non un contenuto di conoscenza, e perciò è esposta all'abuso dell'eristica.
L'epistemologia e la pedagogia di Platone sono intrecciate alla sua politica: dal momento che si richiede una conversione, una liberazione dalla catena del presente, chi ascolta deve essere coinvolto anche emotivamente. E' stato storicamente trascurato il fatto che, nella gnoseologia di Platone, se la dialettica è solo uno strumento, l'esperienza della visione della verità è qualcosa che i testimoni percepiscono come follia. Una esperienza ispirata e non comunicabile: nel Fedro l'amore per la sapienza è descritto negli stessi termini dell'amore per un altro essere umano - come possessione divina. La filosofia non si colloca nel mondo agonistico, che ad Atene era maschile, ma in quello della riproduzione, dell'amore e della cura, che ad Atene era femminile.
Socrate e Platone argomentano a favore di una relazione non maschile con il potere. Socrate, sebbene faccia il suo dovere di cittadino quando richiesto, mette in atto la sua vocazione filosofica nella sfera privata, paragonando se stesso, nell'Apologia, ad un padre o un fratello maggiore, nei confronti dei suoi concittadini. Si astiene dalla politica non perché la politica del suo tempo è corrotta, ma perché ritiene che la cura filosofica dell'anima in uno spazio pubblico non politico sia il lavoro più importante. Egli non rifiuta Atene, ma rilegge l'entità politica come un corpo familiare nei confronti del quale si sente obbligato. Ma nello steso tempo egli si disinteressa dell'oikos: non conduce né una vita pubblica né una vita privata, ma la vita peculiare di un cittadino-filosofo. I valori maschili sono sovvertiti, ma andando in un direzione diversa dall'"opposto" formale del maschile. Tuttavia Socrate lavora per la città in un modo simile a quanto si dice delle donne: cercando di formare gli uomini in una sfera non politica, prima dell'ambito del potere.
Il tentativo platonico di rimodellare la politica nella Repubblica si fonda sul modello socratico: la politica si occupa di sapienza, virtù e bene collettivo e non di potere, competizione ed interesse. Abolendo le famiglie private, egli cerca di rimuovere le cause delle lotte di potere e sceglie come governanti quelli che hanno meno voglia di farlo. La struttura della polis ideale è "effeminata" nel senso che sostituisce le relazioni politiche con relazioni familiari di gerarchia, accordo e interdipendenza, e che valorizza armonia e stabilità in luogo di competizione e rischio.
Platone, se deve essere lodato per il suo riconoscimento che il personale è politico, ha il limite di non riconoscere, come molto femminismo separatista contemporaneo, il valore di una vita pubblica ricostituita. Questo comporta un rafforzamento della convinzione che la politica è irrimediabilmente maschile e corrotta mentre la filosofia è femminile, senza potere e pura. Per questo nelle città esistenti non c'è posto per la filosofia - come lamenta Platone - e la città filosofica non esiste - come lamentano i suoi critici -. Per questo Platone rimane preda della antinomia che vorrebbe superare: non raggiunge né una razionalità sensuale né una città viva che lotta per la virtù, ma resta intrappolata nella dicotomia fra corruzione vitale e virtù statica.


Ipertesto a cura di Francesca Di Donato (france[at]sssup.it) Valid XHTML 1.0!