Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 27 maggio 2002

La sapienza giuridica delle repubbliche italiane
Incontro di studio presso la Scuola Normale Superiore di Pisa
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Il repubblicanesimo, che è stato importato in Italia dagli studi di Quentin Skinner, John G.A. Pocock ed altri, è ormai divenuto un tema ampiamente trattato. Tuttavia, anche in bocca a teorici politici che fanno professione di attualità, l'appello ad un patriottismo fondato su una visione della comunità politica ove la libertà del singolo sia interconnessa con l'autonomia della collettività, rischia spesso di suonare accademico. Gli antichi per primi - si veda ad esempio Resp. 423b - erano consapevoli che le dimensioni della comunità politica non sono un elemento accidentale per un piena realizzabilità dell'ideale dell'autogoverno.

In un simile quadro, offrire la parola agli storici - e agli storici del diritto e delle istituzioni -, allo scopo di ricostruire il repubblicanesimo dei comuni medioevali italiani può essere un modo stimolante per sfuggire alla retorica. E questo, effettivamente, è stato il pregio di questo incontro di studi.

Pietro Costa ha trattato il tema della rappresentanza politica nei comuni medioevali. In generale, la rappresentanza consiste, istituzionalmente, in un complesso di meccanismi e di strutture di legittimazione in virtù dei quali le decisioni di alcuni possono apparire come espressione della volontà di molti. La riflessione medioevale affrontava questo tema tenendo come punto di riferimento il Corpus Iuris giustinianeo e la Politica di Aristotele, tradotta in latino nel XIII secolo da Guglielmo di Moerbeke.
Il Medioevo considera la disuguaglianza assiomatica: le parti della società sono differenti e l'ordine politico consiste in una gerarchia di differenze. L'asimmetria del potere, che si manifesta nel nesso fra principans e subjectus, è dunque qualcosa di scontato. Ma la gerarchia consente di interpretare la cittadinanza aristotelica in modo da allargarne l'ambito. Aristotele presenta una dicotomia fra il cittadino, che accede al potere, e il non cittadino. La riflessione medioevale, sfruttando la distinzione fra civis simpliciter e civis secundum quid include nella cittadinanza una molteplicità di differenti posizioni soggettive. Così, in luogo di una definizione dicotomica, si perviene ad una visione gerarchica e inclusiva della cittadinanza: nessuno esiste in modo autosufficiente, ma tutti "nascono" come singoli differenziati entro un corpo unitario e articolato - la cui forza è avere, come substrato della gerarchia, un diritto condiviso. I cittadini sono sotto la stessa legge, lo ius proprium della città.
La naturalità della gerarchia è un dato così ovvio che la riflessione politica non si pone mai il problema di un eventuale deficit di rappresentanza, ma solo quello della sovversione dell'ordine, o per le turbolenze della moltitudo, o per l'esercizio tirannico del potere. La rappresentanza, in questo contesto, è dichiarativa perché frutto di una naturale posizione gerarchica, e non costitutiva, frutto di un atto di volontà. La metafora del corpo politico ha successo, in questo contesto, perché esprime un senso di appartenenza effettivamente condiviso.
Pietro Costa conclude chiedendosi se le immagini ed esigenze di questo antico mondo perduto possono tornare in contesti molto diversi e mutati, per questi tre aspetti:
  1. il principio ideale della città
  2. il ricorrere della metafora del corpo
  3. il problema della possibilità per l'alveare mandevilliano di funzionare senza una qualche forma di spirito pubblico

L'intervento di Mario Ascheri mira ad illustrare le procedure di distribuzione e di controllo del potere cittadino nei comuni medioevali. Tramite una analisi molto dettagliata di leggi e procedure (si vedano in proposito i contributi dell'autore su Reti medievali) - che vanno dal sorteggio, alla selezione delle candidature, a forme di ineleggibilità per i più ricchi, a leggi suntuarie e misure per una uguaglianza fiscale sostanziale - Ascheri si propone di dimostrare che i comuni duecenteschi non nascono come regimi oligarchici. Sono, invece, forme di governo "popolare" e partecipativo, la cui eccezionalità merita di essere colta dalla storiografia. Non bisogna cadere nell'errore di estendere i giudizi di Montesquieu e Hamilton sul carattere dispotico delle esangui repubbliche italiane del '700, ridotte ormai ad oligarchie immobiliste, ai comuni del '200. L'esperienza comunale permette, inoltre, di avere, per le democrazie sorte in seguito alla rivoluzione francese e americana, un termine di paragone storico un po' meno remoto di Atene e di Roma. Il distillato dello spirito repubblicano comunale si trova nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio e nelle Storie fiorentine di Machiavelli. Per quanto, storicamente, ci sia una continuità fra regimi popolari e regimi signorili, politicamente esiste una cesura forte: non a caso, ogni volta che, a Firenze e altrove, rinasce la repubblica, rinasce la legislazione suntuaria, che viene, di contro, puntualmente abolita dai regimi signorili.
La storiografia italiana - aggiunge Ascheri - manca ancora di un raccolta organica di documenti di storia costituzionale. Per esempio, lo statuto urbano di Pisa, scritto in volgare e senza abbreviazioni, è ancora inedito - pur essendo una testimonianza eccezionale di un regime "popolare" che, in quanto tale, si curava di garantire l'accessibilità delle fonti del diritto.

Il contributo di Rodolfo Savelli mira a confutare la tesi di Montesquieu sul carattere o anarchico o dispotico delle repubbliche italiane tramite un analisi puntuale di leggi e istituzioni comunale, che si dimostrano riconducibili a forme di costituzionalismo e di governo della legge.

Giorgio Chittolini, rifacendosi, fra l'altro, all'articolo di Andrea Zorzi disponibile su Reti medievali, analizza la rivoluzione penale che ebbe luogo in alcuni comuni italiani del centro-nord fra XII e XIII secolo. Fino al XII secolo il rituale processuale preferito era di tipo "accusatorio": il tribunale era un mero strumento di mediazione dei conflitti - o, almeno, dei conflitti le cui parti in causa avevano la forza sociale ed economica di portare le questioni davanti a un giudice. A partire dalla metà del XIII secolo tende ad affermarsi un processo di tipo "inquisitorio", fondato su un ideale di giustizia egemonica, che vuole imporsi monopolisticamente con una volontà di disciplina pervasiva. Questo sistema penale, basato sull'investitura del Comune come tutore del bene comune, è concomitante con l'affermarsi del potere popolare.
La giustizia penale viene usata con spregiudicatezza a fini politici, per fare i conti con le vecchie classi magnatizie cui subentra il "popolo" trionfante. Le prime signorie, della prima metà del Trecento, sono figlie del potere popolare. Ma per durare devono rinnegare la loro origine: per esempio, alla metà del Trecento i Visconti di Milano diventano vicari imperiali e trent'anni dopo principi dell'impero. Alla fine del secolo si assiste a una sospensione della conflittualità: si è instaurato un certo ordine. Il prezzo di questa pacificazione, però, è il distacco fra istituzioni e società: si tende a passare da un modello repubblicano, partecipativo, ad un modello di tipo "statuale". Questa transizione è tutt'altro che indolore: il conflitto politico viene attenuato - si hanno più congiure di palazzo che rivolte di piazza - e le istituzioni sono più stabili, ma lo spirito repubblicane va perdendo il suo senso. Questa tormentata vicenda deve insegnare che il repubblicanesimo non è un deposito metastorico di pratiche edificanti, ma un oggetto storico che va considerato in tutte le sue sfaccettature.

Quentin Skinner affronta il tema della fortuna delle repubbliche italiane nel pensiero dei repubblicani inglesi del '600, ovvero del Machiavellian moment. L'idea di repubblica si fonda su una duplice indipendenza:
  • da ogni potere esterno, imperialistico o coloniale
  • da una voluntas diversa dalla voluntas populi, con la quale, a sua volta, si identifica il rule of law.
Ecco quanto scrive Marchamont Nedham, in The Excellencie of a Free State (1656): "Che cosa fece degli antichi romani un popolo libero? Essi erano davvero liberi perché nessuna legge poteva essere loro imposta senza che in precedenza le assemblee del popolo avessero dato il loro consenso. L'unico modo per prevenire l'arbitrio è che nessuna legge, o qualsivoglia atto di dominio, venga messa in atto se non con il consenso del popolo".

Tullio Gregory osserva che già nel pensiero di Marsilio da Padova si rispecchia la liquidazione della gerarchia medioevale, in rapporto all'esperienza comunale. La legge, che viene espressa dall'universitas civium o dalla sua valentior pars è ciò che legittima, dal basso, il governo come potere delegato. E auspica che il pensiero di repubblicano-federalisti risorgimentali come Carlo Cattaneo e Giuseppe Montanelli, i quali erano consapevoli del significato della tradizione municipale italiana, riceva una nuova attenzione storiografica.

Maurizio Viroli afferma, in conclusione, che la ricostruzione storica ha il pregio di mostrare, contro una ortodossia che ha avuto origine da Montesquieu, che il costituzionalismo era già in atto, prima e meglio che in Inghilterra, nelle repubbliche italiane. Furono, certo, superate dagli stati monarchici, ma questi furono investiti da rivoluzioni che li costrinsero a ridiventare repubbliche. La riscoperta del repubblicanesimo può suonare retorica - ma la politica stessa è fatta di simboli, miti e retoriche che danno origine all'azione e al cambiamento.

Forse, però, si dovrebbe anche ricordare che la retorica è anche esposta al logoramento e allo smascheramento, soprattutto se non si confronta con la concretezza storica. Non dobbiamo dimenticare che il patriottismo del cittadino antico e medioevale era reso autentico dal fatto che questo cittadino decideva in piazza sulla pace e sulla guerra. Oggi, di contro, decisioni siffatte vengono prese formalmente da ristretti parlamenti, e, effettivamente, da circoli governativi e di partito ancor più ristretti.
Gli stoici, di fronte allo spaesamento del cittadino antico divenuto suddito imperiale, si inventarono una nuova patria nella kosmopolis o civitas mundi, governata da una razionalità divina e impersonale aperta alla partecipazione dei sapienti. La repubblica universale degli stoici non riuscì ad essere nulla più di un ideale etico. Ma in un momento in cui i mercati e le possibilità di comunicazione globale offerte dalla rete stanno promuovendo lo sviluppo di una società civile internazionale, dovremmo chiederci se è possibile pensare a nuove forme cosmopolitiche di federalismo mondiale e di pubblicità, così da far seguire all'etica una politica. La retorica patriottica, per quanto possa essere una modalità della politica, presuppone una duplicità fra discorso dotto, riservato a pochi, e orazione politica destinata ai molti che, oltre ad essere, in verità, assai poco repubblicana, sussiste ancora soltanto nell'ambito dei media tradizionali ed è continuamente messa in discussione dalla rete. La realtà effettuale della storia - e le pratiche di condivisione della conoscenza degli storici stessi - dovrebbe indurci a battere altre strade: forse soltanto etiche e culturali o forse, con più difficoltà, anche politiche. La retorica, in questo senso, rischia di apparire come la confessione di un fallimento teorico.



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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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