Bollettino telematico di filosofia politica

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Lawrence Lessig e la libertà del software

In inglese il termine free significa sia «libero», per esempio nel senso della libertà di parola, sia «gratuito», per esempio nel senso di ingresso libero. Una democrazia che conviva con una economia fondata sulla proprietà privata può promuovere la libertà di parola e, nello stesso tempo, rifiutare la gratuità degli ingressi. Ma che cosa succederebbe se questa stessa democrazia assimilasse la libertà nel suo significato politico e morale alla gratuità, e prendesse a combattere ogni libertà come una lesione alla proprietà privata? Potrebbe una democrazia - occidentale o no - convivere col principio che la libertà è un furto?

The future of ideas. The fate of the commons in a connected world, 21 scritto dal giurista americano Lawrence Lessig, si occupa di un problema solo apparentemente settoriale: l'impatto sulla libertà, nella rete e sulla rete, dell'inasprimento del regime della proprietà intellettuale e delle sanzioni destinate a proteggerla. Chi si è rassegnato a vivere in una «gabbia d'acciaio» e a subire le decisioni tecniche come incontrollabili ed estranee, 22 o a scagliarsi genericamente contro «la tecnica», può non essere consapevole del fatto che scelte tecniche determinate condizionano il modo di condivisione e trasmissione del pensiero, e dunque il mondo stesso della politica e della conoscenza.

The future of ideas affronta quattro temi:

  1. la nozione di commons (bene collettivo) e la sua ratio entro un sistema che contiene forme di proprietà privata

  2. la possibilità di intendere il mondo delle idee come soggetto a un regime di commons e la giustificabilità, entro tale prospettiva, della proprietà intellettuale

  3. il carattere di commons dell'internet originaria e l'architettura di rete che l'ha resa possibile come tale

  4. il processo di privatizzazione di questo commons a causa di un inasprimento senza precedenti del regime proprietario dell'informazione.

Per commons si intende un bene detenuto in comune, per il godimento da parte di una quantità di persone: è dunque liberamente accessibile (free) per queste persone, nel senso che ciascuna ne ha titolo senza dover chiedere il permesso ad altri. Esempi di commons possono essere le strade pubbliche, le idee e le teorie scientifiche nonché i testi che sono diventati di pubblico dominio dopo la scadenza dei diritti d'autore. In tutti questi casi non c'è nessun soggetto che abbia titolo ad esercitare una componente fondamentale del diritto di proprietà, cioè stabilire se e come rendere la risorsa disponibile ad altri.

La tradizione ha riconosciuto come commons sia risorse il cui uso non è competitivo, sia risorse soggette a un uso competitivo. Una teoria scientifica è un commons non competitivo, perché chiunque può apprenderla senza che nessun altro sia depauperato nel suo patrimonio di conoscenze. Una strada o un pascolo sono commons competitivi, perché un loro uso incontrollato li deteriora e li impoverisce: la strada può essere congestionata da ingorghi, il pascolo può esaurirsi se ciascun pastore persegue la strategia, razionale rispetto all'utilità individuale, di aumentare il più possibile il numero di capi del suo gregge, che si nutre sul terreno comune.

Tuttavia, il carattere competitivo dell'uso di una risorsa non è di per sé un motivo sufficiente ad escluderla dal novero delle cose che possono entrare in un regime di commons, dal momento che le comunità possono adottare regole che governino l'uso di un bene collettivo. La competitività o no dell'uso di un bene, invece, fa sì che siano diversi i problemi derivanti, per la società, dal suo carattere collettivo:

Perché una società che non mette in discussione la proprietà privata dovrebbe permettere che alcune risorse rimangano in un regime di commons? In un epoca in cui si tende a dare per scontato che il mondo sia amministrato nel modo migliore se viene suddiviso fra proprietari privati, una sorta di cecità culturale fa dimenticare che la tradizione giuridica statunitense giustifica il regime di commons quando le risorse sono fisicamente esposte ad essere monopolizzate e quando l'essere usate da un numero indefinito e illimitato di persone non diminuisce, bensì aumenta il loro valore. Per esempio una strada su cui si possono affacciare negozi e affiggere manifesti con la certezza che saranno visti da moltissimi passanti, è valorizzata dal fatto di essere pubblica. 24 Se la strada appartenesse a un privato il quale limitasse la circolazione a suo arbitrio, l'accessibilità a negozi e manifesti verrebbe meno e si perderebbe, così, gran parte del suo valore - che dipende, in questo caso, dal semplice fatto di essere frequentata e liberamente percorribile.

Da questo argomento, Lessig desume un principio generale: quando l'uso di un bene è poco chiaro, nel senso che non è connesso univocamente a un fine, allora, da una prospettiva sociale, può essere preferibile trattarlo come collettivo, perché sia esposto alla sperimentazione di un gran numero di ingegni. In questo caso, infatti, un proprietario vincolerebbe il bene, con tutte le sue ignote potenzialità, al suo limitato intendimento e al suo interesse privato. Se invece l'uso di una risorsa è chiaro, il nostro obiettivo è semplicemente assicurarne la disponibilità per l'uso maggiore e migliore: in questo caso, conviene affidarla a un proprietario, interessato a massimizzare il reddito che ne ricava. 25

Lessig, in virtù della sua nazionalità e della professione, presenta questo argomento in un ambito particolare, quello della rete: in questo caso è chiaro che la sua pubblicità l'ha resa aperta ad usi imprevedibili ai suoi progettisti originari, come la pubblicazione distribuita del World Wide Web. Ma, da un punto di vista filosofico, il principio di Lessig può indurre a chiedere se esistano davvero beni che «hanno» un uso «chiaro», come se la loro finalità fosse scritta, per così dire, nella loro carta di identità - se non diamo indebitamente per scontato un orizzonte di valori e di tecnologie condivise. Per esempio, l'uso industriale del codice genetico e dunque il suo carattere proprietario è «chiaro» per le multinazionali statunitensi, ma assai meno per chi lo contesta - tanto che la soluzione del problema della sua destinazione richiederebbe una più profonda riflessione filosofica e politica. Se è solo lo stato dell'arte e la sua percezione sociale a giustificare la proprietà privata di un bene, allora ogni forma di proprietà privata va intesa come provvisoria e, potenzialmente, residuale.

Giustificare la proprietà privata come caso residuale e provvisorio, in relazione allo stato dell'arte e alle scelte politiche, significa spostarsi da una prospettiva lockeana a una prospettiva platonica. Locke legittima la proprietà privata sulla base dell'acquisizione con il lavoro, il quale dunque dà titolo a fare scelte sovrane anche sull'uso della risorsa. Platone, nella Repubblica, la tratta come qualcosa di circoscritto a un solo gruppo, quello degli «artigiani», 26 e la giustifica sulla base della specializzazione tecnica e della funzionalità sociale, tenendola fuori da tutto ciò che ha a che vedere con la politica e con la conoscenza. Passare dalla tradizione liberale di Locke all'egemonia filosofica di Platone sarebbe una rivoluzione di non piccolo momento - se la nostra tradizione fosse esclusivamente liberale, e non anche democratica.

La tradizione democratica, sostiene Lessig, è il terreno più solido per opporsi al sistema del controllo proprietario:

Perché non vendiamo semplicemente il diritto di governare al miglior offerente? (I cinici diranno che in effetti lo abbiamo sempre fatto. Forse, ma sto parlando formalmente) Perché non abbiamo un sistema in cui mettiamo all'asta il diritto di controllare il governo come diritto di proprietà permanente? 27

Lessig risponde prendendo ispirazione da Spheres of Justice, di Michael Walzer: nella nostra società i contanti non sono l'unico valore, ma ne esistono anche altri diversi e indipendenti - come l'autogoverno democratico. Questo, per il momento, può essere un argomento politicamente convincente. il suo solo limite, dal punto di vista speculativo, è la sua provvisorietà: Walzer, in Spheres of Justice, sceglie esplicitamente di «restare nella caverna», interpretando i significati che tutti hanno in comune. 28 Ma le ombre - cioè le intuizioni condivise - sono molto mutevoli, soprattutto se a controllare le proiezioni ci sono le grandi concentrazioni mediatiche e i potentissimi sostenitori di una destinazione proprietaria dell'informazione di cui lo stesso Lessig parla con grande preoccupazione. 29

Secondo Lessig, ci sono buone ragioni per mantenere alcuni tipi di beni in un regime di commons. Il carattere collettivo si addice in modo paradigmatico alle entità del mondo delle idee. Lo scrisse molto chiaramente Jefferson, in armonia con la tradizione dell'Illuminismo, in una lettera a Isaac MacPherson del 13 agosto 1813: 30 le idee sono di proprietà esclusiva di chi le ha pensate solo finché non le rivela in pubblico. Ma, una volta rese pubbliche, possono essere possedute da tutti, senza privare di nulla il loro primo autore. «Chi riceve un idea da me, riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia; come chi accende il suo lume al mio riceve luce senza oscurare me.» Per questo, le idee devono diffondersi liberamente nel mondo, per istruire e migliorare gli uomini, e le invenzioni non possono essere soggette a proprietà privata. 31

In questo spirito, la costituzione americana permette solo una forma limitata di proprietà intellettuale «To promote the progress of science and useful arts, by securing for limited times to authors and inventors the exclusive right to their respective writings and discoveries» (a1. Section 8). Il periodo di validità della proprietà intellettuale è limitato, perché le idee appartengono, per loro natura, al pubblico: diritti esclusivi temporanei possono essere giustificati solo limitatamente al fine di incentivare gli autori alla produzione creativa. 32

La prima legge americana sul copyright lo attribuiva agli autori di «mappe, carte e libri», ma solo a condizione che facessero una registrazione presso un ufficio apposito. Il copyright durava originariamente quattordici anni, ed era rinnovabile ad altri quattordici solo se l'autore, ancora vivo, ne avesse fatto esplicita richiesta. Traduzioni e opere derivate erano libere e l'onere della registrazione faceva sì che molte opere fossero fuori copyright semplicemente perché l'autore aveva preferito non sottoporvisi. Oggi il copyright, negli Stati Uniti, è automatico, dura per settanta anni dalla morte dell'autore, e si estende su ogni atto creativo prodotto su un medium tangibile e anche su traduzioni ed opere derivate. 33 Sono fuori dalla sua portata solo i fatti storici e il cosiddetto fair use, che comporta la possibilità di citare piccole parti del lavoro a fini didattici e scientifici. 34 Il controllo proprietario sull'informazione non è mai stato così aspro e intenso.

Lessig ritiene che l'attuale legislazione sul copyright sia incostituzionale: la ratio costituzionale del copyright è incentivare economicamente gli autori alla produttività. Ma è ridicolo pensare che qualcuno scriva un libro, oggi, solo perché e se ha la garanzia che qualche sconosciuto del XXII secolo ne potrà trarre guadagno. 35 Il vero, ancorché incostituzionale, motivo dell'estensione è l'interesse al controllo e allo sfruttamento industriale dell'informazione. 36

Secondo il giurista e teorico della comunicazione Y. Benkler, 37 un sistema di comunicazione può essere pensato come suddiviso in tre strati o layer:

Ciascuno di questi tre strati può essere libero o controllato. Si va così dallo Speakers Corner, ove tutti gli strati sono liberi, fino alla TV via cavo, ove sono tutti controllati, passando per il modello dell'auditorium, ove è soggetto a controllo solo l'accesso fisico, e per quello del telefono, ove solo i contenuti sono liberi. 38 L'internet, come l'abbiamo conosciuta finora, è controllata nello strato fisico e, per lo più, nello strato del contenuto, ma il suo codice è libero.

Negli anni '60 dello scorso secolo ci si rese conto che il sistema telefonico statunitense non avrebbe potuto resistere a un attacco nucleare, perché era centralizzato e privo di metodi di ridondanza efficaci. Si cominciò allora a pensare a un tipo di interconnessione diversa, a pacchetti anziché a circuito. Il circuito comporta una connessione univoca fra un punto e un altro, dalla quale dipende interamente la possibilità della comunicazione. I pacchetti permettono di dividere ciò che deve essere trasmesso in una serie di frammenti, ciascuno dei quali fluisce indipendentemente attraverso percorsi in una rete, per ricongiungersi agli altri solo al punto di arrivo. 39

Ma l'aspetto decisivo è il luogo in cui, nella rete, si colloca «l'intelligenza», ovvero l'elaborazione dell'informazione. Pensiamo, per chiarezza, a un arcaico sistema telefonico a commutazione meccanica manuale. In questo sistema, se voglio raggiungere, da Pisa, un apparecchio di Livorno, devo chiamare il centralino, ove la telefonista mi mette in contatto coll'abbonato richiesto. L'intelligenza - ciò che è in grado di indirizzare il mio messaggio proprio dove desidero che vada - è nella mente e nella mano della telefonista, che decifra la mia richiesta e mi connette correttamente, è, cioè, «nella» rete telefonica, al suo centro. Per mettere fuori uso un simile sistema, è sufficiente bloccare la telefonista.

In internet le cose non stanno così: la sua struttura end-to-end 40 fa sì che l'elaborazione dell'informazione non sia posta nel cuore della rete, ma alle sue periferie. Se la rete è «stupida» ma ogni terminale è in grado di fare da «telefonista» di se stesso, la comunicazione diventerà difficile o impossibile solo quando una parte rilevante dei cavi e dei terminali sarà stata messa fuori uso. I nodi intermedi nella rete, in questo caso, svolgono solo funzioni semplici, con protocolli semplici e di pubblico dominio, mentre le operazioni complesse sono riservate ai terminali. 41

Fra le architetture dei due sistemi c'è una differenza non solo tecnica, ma anche politica, se è vero, come dice Mitch Kapor, cofondatore della Electronic Frontier Foundation, che «l'architettura è politica»: 42 la telefonista del nostro esempio - o, più realisticamente, una concentrazione mediatica che occupa una analoga posizione strategica -, ha il pregio di essere «intelligente». Ma potrebbe anche essere, proprio in virtù di questo suo pregio e della sua funzione, avida, invadente, pettegola, censoria. Potrebbe per esempio raccontare tutte le nostre telefonate alla polizia, oppure intercalarle con slogan pubblicitari, oppure proibirci di leggere al telefono un brano sotto copyright, o rifiutarsi di collegare numeri pisani a numeri livornesi per sue personali questioni di campanile. Di contro, in internet, tutti possono usare il protocollo della rete, che è di pubblico dominio, tutti, dunque, essendo telefonisti di se stessi, possono elaborare l'informazione come vogliono, spedirla dove e come vogliono, e, soprattutto, far interagire con la rete i programmi che preferiscono. Come spiega molto chiaramente la RFC 1958: «the goal is connectivity, the tool is the Internet Protocol, and the intelligence is end to end rather than hidden in the network.» 43 -

Questo fa sì che Internet sia un ambiente molto favorevole all'innovazione:

Il codice che in rete assicura la connettività, il TCP/IP, è libero: ciò significa che questo ambito può essere inteso come un commons aperto, il quale aumenta il valore dello spazio controllato che si interfaccia con essa: 45 un computer, oggetto di proprietà privata, una volta connesso in rete, diventa uno strumento molto più interessante e ricco di possibilità. E, contrariamente a quando si tende a credere, il carattere di commons non fa della rete un ambiente sregolato, esposto all'abuso e dunque all'impoverimento: ci sono regole consuetudinarie, come quelle che proibiscono lo spamming su Usenet e altrove, ma, soprattutto, e tipicamente, la tecnologia è in grado di governare l'uso delle risorse comuni in modo tale da non esaurirle 46 e, anzi, da incentivarne l'accrescimento. Per esempio, un libro cartaceo in una biblioteca pubblica deve essere letto a turno ed è esposto all'usura, mentre un documento digitalizzato e messo in rete è indefinitamente copiabile.

Un chiaro esempio di bene valorizzato dal suo statuto di commons è il software libero protetto da licenza GNU-GPL. Questo tipo di licenza garantisce la libertà del software in questi quattro sensi:

La conservazione di questa libertà richiede che venga impedita la «privatizzazione» del codice, che avrebbe luogo se qualcuno si impadronisse di un programma, lo compilasse e lo distribuisse come software proprietario, sottraendolo alla pubblicità. Questo sarebbe inevitabile se il software libero non fosse un bene collettivo, ma una res nullius, esposta alla acquisizione da parte di chiunque. La licenza GNU-GPL si vale di una combinazione fra diritto d'autore e diritto contrattuale, per obbligare chi ridistribuisce il software protetto, originale o modificato, a passarlo ad altri con le medesime garanzie di libertà con cui l'ha ricevuto. Il software libero protetto dalla GPL rimane nell'ambito della pubblicità, che è vantaggiosa sia per chi lo scrive, sia per chi lo usa. Chi lo scrive può contare sulla cooperazione di una comunità non concorrenziale di sviluppatori, che fa immediatamente circolare ogni scoperta di difetti e di possibili miglioramenti; chi lo usa, proprio per questo motivo, non rimane ostaggio degli errori di programmazione e del codice strategico eventualmente inserito al servizio degli interessi del produttore. Se la Microsoft non avesse controllato il suo codice, non avrebbe potuto attuare la strategia di incorporare Internet Explorer in Windows: sarebbero subito fiorite altre versioni del sistema prive dell'ingombrante browser 48 e niente avrebbe potuto obbligare gli utenti ad accettare sul proprio calcolatore un programma non desiderato. Chi, infine, vende hardware trae vantaggio dal carattere di commons del codice, in quanto può rendere più appetibili e meno costose le sue macchine con del software meno costoso, autonomamente innovabile, e sostanzialmente migliore, perché sviluppato e discusso in maniera trasparente. La discussione si svolge nell'ambito che Kant avrebbe detto dell'uso pubblico della ragione, le cui dimensioni, grazie all'interconnessione, sono divenute virtualmente cosmopolitiche. Il software, esattamente come la filosofia, è informazione e conoscenza.

Come scrive Alan Cox, difendendo Linux ed il valore del software libero contro un attacco della Microsoft:

I grandi salti dell'età del computer hanno avuto luogo, in maggioranza, a dispetto piuttosto che in virtù dei diritti di proprietà intellettuale . Prima dell'internet i protocolli di rete proprietari dividevano i clienti, li rinchiudevano negli spazi dei loro fornitori, e li costringevano a scambiare la maggior parte dei dati su nastro. Il potere della rete non fu sprigionato dai diritti di proprietà intellettuale. Fu sprigionato dalla libera e aperta innovazione condivisa fra tutti. 49

L'internet è cresciuta grazie alla libertà dell'informazione nello strato del codice, che l'ha trasformata in un ambito aperto a un uso pubblico della ragione virtualmente cosmopolitico. Abbiamo a che fare con un commons di nuovo genere, in controtendenza rispetto allo spirito dei tempi e al loro intendere le persone e i diritti sulla base del paradigma della proprietà privata. Per questo, lo scontro con le concentrazioni economiche che traggono lucro dalla proprietà intellettuale appare inevitabile. 50

Chi lavora in rete ha avuto modo di imparare che questo complesso intreccio di questioni tecniche e giuridiche, in quanto insiste sul mondo delle idee, produce anche una politica e un'economia della conoscenza che merita di essere oggetto di riflessione al di là degli ambiti settoriali. Ci troviamo infatti di fronte alla possibilità di venir messi a tacere non più dai poteri censori di uno stato, ma dai poteri e dagli interessi privilegiati di concentrazioni economiche. I fondamenti teorici che stanno alla base di questa possibilità meriterebbero di venir messi in discussione nei loro presupposti e nelle loro eventuali incoerenze. La democrazia liberale ha insegnato a temere la censura dello stato, in nome della libertà della sfera pubblica, e a proteggere i poteri aziendali, in nome della libertà della sfera privata. Ma se i poteri aziendali invadono la sfera pubblica con le armi del copyright, dei brevetti e del controllo della rete e dello spettro, perché dovremmo considerare odiosi e tirannici i censori statali, e non invece, e di più, questi nuovi e inusitati padroni del discorso? Perché dovremmo ribellarci alla censura politica e ideologica e accettare, invece, la censura economica - come se una simile censura, una volta privatizzata la materia prima della pubblicità, non fosse per ciò stesso anche politica e culturale?



[21] L. Lessig, The future of ideas. The fate of the commons in a connected world, New York, Random House, 2001.

[22] A questo proposito, P. Lévy sostiene (Cybercultura, cit., pp. 25-33 trad. it.), contro la scolastica heideggeriana, che tecnica, cultura e società sono entità interconnesse, distinguibili solo per comodità analitica. La storia dell'umanità è la storia della techne, nel senso ampio che questa parola ha in greco: un rapporto col mondo che comprende l'elaborazione e la trasmissione di strumenti concettuali e nozioni, di istituzioni e artefatti. Per questo, l'immagine dell'«impatto» delle tecnologie sulla società e sulla cultura non è molto felice: le tecniche non sono qualcosa di alieno, ma possibilità che nascono dalla cultura ed entrano a farne parte. Si può ritenere, heideggeriamente, che la relazione della tecnica con l'essere sia manipolatoria: ma, perché questa critica abbia un contenuto non soltanto polemico, occorrerebbe indicare un altro modo, non tecnico, non informativo, non concettuale, di produrre, comunicare e distribuire conoscenza.

[23] L. Lessig, op. cit., pp. 19-23

[24] Ibidem, pp. 86-87.

[25] Ibidem, pp. 88-89.

[26] Come nota A.E. Taylor (Plato. The Man and His Work, Cleveland, The World Publishing Company, 1963 pp. 276-277; trad. it. di M. Corsi, Platone, Firenze, La Nuova Italia, 1968, pp. 429-430) la classe degli artigiani platonici comprende in realtà l'intera popolazione civile - eccezion fatta per gli schiavi, su cui Platone tace - ed esclude solo coloro che servono direttamente la città nella veste di funzionari. Ma il «comunismo» platonico, per quanto riguardi un gruppo in verità molto ristretto, ha il preciso senso di tener lontano il potere politico - e a fortiori l'ambito della conoscenza - dalle forme e dai valori tipici della vita economica.

[27] Ibidem, p. 82.

[28] M. Walzer, Spheres of Justice: a Defence of Pluralism and Equality, New York, Basic Books, 1983, Introduction (trad. it. di G. Rigamonti, Sfere di giustizia, Milano, Feltrinelli, 1987).

[29] L. Lessig, op. cit., pp. 117-119.

[30] La lettera di Jefferson è visibile in rete a questo indirizzo: http://www.red-bean.com/~kfogel/jefferson-macpherson-letter.html. È interessante notare che la stessa immagine impiegata da Jefferson è stata usata nel II secolo d.C. da un antichissimo Padre della Chiesa, san Giustino Martire, per illustrare il rapporto fra Dio e il Logos: «Nonne vero hoc tale est quale etiam in nobis fieri videmus? Sermonen enim aliquem proferentes,sermonem gignimus; non per abscissionem, ita ut sermo (ratio) qui in nobis est imminuatur, proferentes. Quale est etiam quod in igni videmus alium |ignem| fieri, non imminuto illo ex quo accensus est, sed in eodem statu manente; et qui ex eo accensus est etiam ipse exsistens apparet non imminuens illum ex quo accensus es»t (Dialogus com Tryphone Judaeo, LXI, 5-7).

[31] L. Lessig, op. cit., pp. 94-95.

[32] Ibidem, p. 97.

[33] Ibidem, pp. 105-107.

[34] Ibidem, pp. 104-109.

[35] Ibidem, p. 252.

[36] Ibidem, p. 107.

[38] L. Lessig, op. cit., pp. 23-24.

[39] Ibidem, p. 31.

[40] Su questo tema si veda J.H. Saltzer, D.P. Reed, D.D. Clark, «End-to-end arguments in system design», 1981.

[41] L. Lessig, op. cit., p. 34.

[42] Ibidem, p. 35.

[44] L. Lessig, op. cit., pp. 36-37.

[45] Ibidem, p. 48.

[46] Ibidem, p. 96.

[47] D. Giacomini, Appunti di informatica libera, cap. I.

[48] L. Lessig, op. cit., pp. 54-57.

[49] Ibidem, p. 57. Il testo di Alan Cox è visibile presso http://www2.usermagnet.com/cox/index.html.

[50] Lessig elenca un ampia casistica, di cui il lettore interessato può trovare notizia nella parte finale della mia recensione al volume di Lessig sul Bollettino telematico di filosofia politica. Fra i casi riportati da Lessig, molti dei quali ancora sub iudice, vale tuttavia la pena prendere in considerazione almeno l'emblematica vicenda del DeCSS.


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