Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 19 marzo 2002

Amitai Etzioni (a cura di), Nuovi Comunitari. Persone, virtù e bene comune, Bologna, Arianna Editrice, 2001.

1. Marco Tarchi – Prefazione (p. 3).   2. Amitai Etzioni – Vecchie storie e nuovi stimoli (p. 9).   3. Thomas A. Spragens – Liberalismo comunitario (p. 31).   4. Michael Walzer – La critica comunitaria al liberalismo ( p. 45).   5. Robert Booth Fowler – Comunità: riflessioni su una definizione (p. 65).   6. Philip Selznick – La persona e il dovere morale (p. 75).   7. Alan Wolfe – La natura umana e la ricerca di comunità (p. 91).   8. David Hollenbach – Virtù, bene comune e democrazia (p. 105).   9. Charles Taylor – Politica liberale e sfera pubblica (p. 117).   10. Note e bibliografia (p. 153).

Introduzione
Nel saggio introduttivo al volume, Amitai Etzioni1, partendo dal tema classico cui prende spunto la querelle Liberals-Communitarians degli anni Ottanta, ovvero quello della distinzione tra libertà "positiva" e "negativa" - quest'ultima intesa come accezione tipica del pensiero liberale - illustra brevemente il significato di un'opera che vuole essere una "ripresa", seppure in un contesto diverso, delle analisi critiche condotte da pensatori di matrice diversa, per comodità raggruppati sotto il termine di "neo-comunitaristi"2. Gli argomenti e la scelta dei contributi dell'opera, curata dallo stesso Etzioni, compongono quindi una vasta antologia di temi ricorrenti, cari al pensiero comunitario, quali il rapporto società -individuo, il problema della deliberazione e della giustizia, la natura e il fine di una comunità intesa come "cerchia" di riconoscimento, caratterizzata quindi da un certo genere di legami sociali e morali. Etzioni, fautore di un modello politico di tipo partecipativo, afferma il valore della deliberazione pubblica, schierandosi insieme a coloro che intendono la nazione come "progetto". Avendo cura di premettere il volume non si vuole porre come un "manifesto" comunitarista, ma come "un catalogo critico (ovviamente non esaustivo per limiti di spazio e scelte dell'autore) delle sue declinazioni, al cui interno emergono adesioni, distinguo e dissensi'" (cfr. Paolo Tarchi, Prefazione, p. 4), vediamo quindi quali sono i temi affrontati dagli autori intervenuti:

La natura del sé nel rapporto con la società da un lato e i propri fini dall'altro

La critica rivolta al concetto liberale "atomistico" di individuo, promossa dall'impostazione comunitaria, per la quale, invece, l'identità individuale è riferita ad una rete stabile di riconoscimenti che prendono forma in uno spazio sociale, è avanzata da Philips Selznick, per il quale l'educazione alle virtù sociali parte dal particolarismo di un individuo posto in una situazione determinata e non scisso dal contesto specifico cui appartiene. L'individuo astratto, infatti, "è una delle più sterili e disumanizzanti eredità del moderno razionalismo" (p. 87), mentre il concetto di persona è da intendersi come "uno sforzo per recuperare quella trama" (p. 88). L'identità personale si configura attraverso la dimensione collettiva, come appartenenza, radicamento, attraverso un rapporto dialogico tra società ed individuo, in continuo divenire. "Fondamentale è l'idea di membro appartenente alla comunità: questi può essere definito come una persona che, pur facendone parte integrante, non ne è consumato e sommerso. Come il chiodo ed il martello, essi sono indispensabili l'uno dall'altro" (p. 11). Le due forze antagoniste, l'una centrifuga di omologazione dell'individuo rispetto alla cultura di massa e l'altra, centripeta, che riduce la società ad un'amalgama di singoli progetti individuali, devono trovare, in egual misura, un giusto rapporto tra di loro, a seconda delle oscillazioni storiche (p. 12).

La priorità dei diritti individuali rispetto ai doveri sociali e al bene comune

Ciò che i comunitaristi intendono attaccare, come è noto, è una obbligazione politica, intesa in senso normativo-contrattuale, piuttosto che morale. La mancanza, nella compagine sociale, di una forma di educazione morale ai valori comuni rappresenterebbe un paradosso, in quanto "priva le istituzioni politiche e sociali del meccanismo effettivo di cui le comunità necessitano per proteggere i diritti dei singoli" (p. 14). Il cittadino verrebbe in tal modo costretto alla perdita di autorità nel processo decisionale istitutivo di quegli stessi diritti e doveri, in quanto non chiamato come parte in causa. Una concezione dell'ordine sociale e della funzione delle istituzioni intese come soluzioni normative per il perseguimento di fini individuali, sarebbe, secondo Charles Taylor, conseguenza di un'altra dicotomia, quella tra "sfera pubblica" ed "economia di mercato", per cui solo il recupero della sovranità popolare, insieme alla decentralizzazione del potere, potrebbero generare le condizioni per un autentico processo democratico. Infatti, i principali fallimenti del processo democratico avvengono nelle società centralizzate, dove il potere è sentito come "distante" e "insensibile" agli interessi del singolo, oppure attraverso frazionamenti di interessi interni alle comunità stesse, o, ancora, dove il senso di esclusione generato da una "visione atomistica" ha condotto inevitabilmente ad un frazionamento politico.

Il problema dei diritti delle minoranze

Il modello comunitario non terrebbe tuttavia conto, secondo i liberali, della differenziazione sociale e della coscienza soggettiva dell'io rispetto al contesto fortemente pluralistico moderno, violando così la libertà individuale a favore di un modello maggioritario; livellando l'azione individuale, si favorirebbe la scelta maggioritaria, anche se, sostiene Etzioni, un governo di maggioranza non può interferire su diritti fondamentali garantiti costituzionalmente. Per David Hollenbach la chiave di risposta al problema del "diverso" non può essere delegata allo stato, ma deve risultare il prodotto di un processo culturale generato da una conversazione pubblica fondata su quella che egli chiama solidarietà intellettuale (p. 112).

Il concetto di comunità

Frutto di dibattiti secolari, dei corsi e ricorsi storici, di mode intellettuali che diventano "periodicamente di attualità solo perché non si realizza a lungo" (p. 46), minato dalla stessa ambiguità rintracciabile nelle varie divergenze di interpretazione, spesso contraddittorie, ma soprattutto dal fatto del pluralismo e della instabilità demografica originata dai flussi migratori, il concetto di comunità, così come inteso dai comunitaristi, sembrerebbe del tutto inadeguato entro contesti sociali dall'identità debole e in continua trasformazione. Il comune denominatore, per Etzioni, sarebbero i "valori condivisi", per cui famiglie, quartieri, villaggi possono essere definiti come delle comunità, ma non sempre come "comunità di virtù".Il fattore di coesione può essere un gruppo sociale ristretto, ma esistono anche comunità sociali di pluriappartenenza. Ad esempio, per Michael Walzer, lo stesso individuo può far parte di più cerchie di riconoscimento entro lo stesso contesto (il lavoro, la famiglia, la politica, etc.). Altri teorizzano la necessità di ricondurre l'etica ad un "impegno locale", con ciò accettando il pericolo che "questa posizione potrebbe a sua volta ridurre la portata del nostro impegno" (p. 18), che diverrebbe particolarismo oppure nepotismo, nel peggiore dei casi (p. 75). Nel saggio di Robert Booth Fowler, il problema della variegata interpretazione della comunità, viene ricondotto a tre macrocategorie: a) comunità di idee (es. repubblicanesimo), b) comunità di crisi (es. etnie, movimenti ambientalistici, c) comunità di memoria (es. la famiglia, le comunità religiose, etc.). Fowler mette in guardia da coloro che intendono la comunità come un progetto stabile: "Tale posizione è priva di fondamento e pericolosa. Può trasformare la comunità in una specie di progetto artificiale, qualcosa da costruirsi a una certa data […]" (pp. 71-72). Il recupero della dimensione comunitaria, come luogo simbolico di ricerca del bene comune, rappresenterebbe, per i suoi fautori, un rafforzamento di quelle istituzioni intermedie - quali la famiglia, i movimenti di quartiere, le scuole - e darebbe voce all'azione sociale, in uno spazio tra stato e mercato. Etzioni, perfettamente consapevole dell'inapplicabilità attuale dell'archetipo romantico dell'assemblea deliberativa popolare, propone un programma di revisione, attraverso processi che sono "solo parzialmente deliberativi" e che producono consenso "non violando un ordine centrale di valori superiori" (p. 21). Questa posizione non è condivisa da altri comunitari, come ad esempio Michael Walzer, per il quale l'elevata mobilità sociale (che egli distingue in quattro aspetti: geografica, sociale, dello stato coniugale e politica, cfr. pp. 51-52) produrrebbe una realtà del tutto inadeguata alla proposta auspicata da Etzioni3. La società liberale potrebbe rappresentare quindi il terreno adatto per coltivare i valori comunitari all'interno di "sfere" associative incorporate in strutture più vaste (pp. 56-62).

Il problema della giustificazione dei "valori superiori".

Tra i vari tipi di giustificazione - religiosa empirica, deontologica - Etzioni riconosce come più soddisfacente l'argomento deontologico e, tuttavia, afferma che "una domanda difficile è quale sia la fonte di questi valori superiori, contestuali e, soprattutto cosa conferisca loro una speciale posizione" (p. 22). Dietro questa domanda, ci fa notare, ve ne è inevitabilmente un'altra, quella sulla natura umana, vista da un lato come prodotto artificialmente costruito da rappresentazioni culturali e, dall'altro, come fattore universale e astorico (posizione condivisa dallo stesso Etzioni). Entrambe le interpretazioni possono dar luogo a giustificazioni dello status quo di determinati assetti discriminatori. Alan Wolfe condivide con Etzioni l'idea che l'essere umano è "socievole per natura" e ciò, a suo parere, è sostenuto dai contributi empirici della ricerca biologica (cfr. pp. 94 -102), pur essendo tuttavia consapevole del pericolo di un'eventuale interpretazione dogmatica di quest'ultima (pp. 102-104).

Conclusioni

Sebbene non si possa negare che molte delle proposte dell'ideologia comunitarista siano attualmente, di fatto, impraticabili a livello politico e siano giustamente tacciate di un'inutile nostalgia tradizionalista o, quantomeno, di una circolarità di fondo dovuta a tematiche dibattute con regolare ricorrenza (come la moda della "piega dei pantaloni", puntualizza Walzer, p. 45), resta comunque aperta la questione di come riuscire a rispondere a problematiche inerenti ai limiti della società attuale, evitando di ricorrere ad inutili dicotomie astratte, ormai stagnanti, che vedono, da un lato, i successori della tradizione repubblicana e, dall'altro, gli "apologeti del diritto". In primo luogo, ripartendo da una prospettiva storica, che vede la tradizione liberale stessa all'interno di un orizzonte comunitario non statico, ma in fieri (anche perché "la neutralità" è un'illusione), sarebbe plausibile prendere seriamente in considerazione la necessità di riappropriarsi di alcune "virtù civiche" o pratiche sociali che siano in grado di restituirci il senso di appartenenza (cfr. Thomas Spragens, "Liberalismo comunitario", pp. 31-44). Al di là dei limiti rappresentati da un filone ormai battuto della filosofia contemporanea, resta infatti irrisolto il problema per cui il liberalismo, fondato sull'autoreferenzialità del soggetto, risulta una teoria ciclicamente condannata alla propria crisi sociale, in quanto incapace di coniugare libertà individuale e istituzioni sociali, differenziazione pluralistica e solidarietà. Il problema è ricondotto alla riappropriazione di una libertà intesa come realizzazione, per cui solo attraverso "relazioni comprensive e stabili" gli individui sarebbero "più capaci di compiere scelte ragionate, di produrre giudizi morali e in sostanza di essere più liberi", affermazione che, tuttavia può dare luogo ad esiti contraddittori (cfr. R. Booth Fowler, Verso una definizione, il problema della tirannia e una diversa prospettiva, pp. 70-72). La questione dell'erosione delle "forme originarie" del liberalismo non è certo da imputarsi a debolezze storiche, ma risulta la naturale conseguenza di processi inclusivi di varie realtà (sociale, economica, politica, etc.). Il "liberalismo riformato" dovrebbe riappropriarsi della dimensione morale e, tuttavia, se la priorità ontologica e normativa, al di là delle mutevoli oscillazioni storiche, sia da intendersi più fondata sul singolo oppure su valori pubblicamente condivisi – all'interno del delicato equilibrio tra l' Io e il Noi - è una questione che va ben oltre l'intento del presente volume, che, nondimeno, rimane apprezzabile sotto l'aspetto di un tentativo di recupero dei fili conduttori di un dibattito andato via via frammentandosi.

NOTE

1. Pseudonimo di Werner Falk, è fondatore del movimento "The Communitarian Network", che ha come organo ufficiale la rivista trimestrale "The Responsive Community". Autore di "The Spirit of Community" (1993), nella cui appendice è pubblicato il cosiddetto "manifesto comunitarista", apparso inizialmente con il titolo The Responsive Communitarian Platform: Rights and Responsibilities, "The Responsive Community", 1991; insegna attualmente sociologia presso la George Washington University.

2. Cfr. D. Rasmussen (a cura di ), Universalism vs. Communitarianism. Contemporary Debates in Ethics, MIT Press, Boston 1990; S Mulhall, S. Swift (a cura di), Liberals and Communitarians, Basil Blackwell, Oxford 1992; Sh. Avineri (a cura di), Communitarianism and Individualism, Oxford U. P., Oxford 1992. Il movimento anni Ottanta, che ha avuto il suo sviluppo e la sua conclusione negli Stati Uniti con autori quali Ch. Taylor, M. Sandel, R. Bellah, P. Selznick, A. Etzioni e A. MacIntyre (ma che in Italia è rimasto pressoché sconosciuto), ha riproposto un concetto di comunità ben diverso da quello noto, tramandatoci dalla tradizione sociologica di F. Tönnies, cui dobbiamo la formulazione più famosa per cui Gemeinshaft (comunità) si oppone a Gesellschaft (società). Mentre la comunità è considerata un "organismo vivente", la società è vista come "un aggregato o prodotto meccanico". Ciò che intendono per comunità la serie di autori sopra enunciata, che per comodità vengo raggruppati sotto il termine appunto di "neo-comunitaristi", è qualcosa di diverso: degli elementi classici sopravvive solo il senso di appartenenza e un interesse per il bene comune. Si tratta di un'analisi critica della società attuale, ma nessuno degli autori che oggi utilizzano il termine "comunità" come framework di una critica alla cultura individualista mette in discussione la differenziazione degli universi di valore dell'etica. Nonostante le polemiche intercorse tra i comunitaristi e i liberali, questa concezione non è del tutto incompatibile con il liberalismo stesso.

3. Per questo motivo egli ritiene anche errata "l'impostazione delle due critiche al liberalismo (cfr. pp 45-50): a) La visione del liberalismo come rappresentazione della realtà (fornita, ad esempio da MacIntyre), troverebbe obiezione nella domanda liberale: "Se siamo davvero una comunità di estranei, cos'altro possiamo fare se non mettere la giustizia al primo posto?; b) L'idea del liberalismo come "mistificazione" della realtà, che presuppone che "perfino l'estesa struttura della società liberale sia, in realtà, comunitaria" può essere confutata dalla stessa sua premessa: che senso ha criticare un'ideologia che non ci impedisce di realizzarci comunitariamente?

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