Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 26 febbraio 2004

Alberto Andronico, La decostruzione come metodo. Riflessi di Derrida nella teoria del diritto, Giuffré, Milano 2002.

Se volessimo racchiudere in un'unica espressione il contenuto di questo testo, credo che la migliore potrebbe essere: Testamenti traditi, il titolo di un famoso saggio di Milan Kundera.

I testamenti sono, ovviamente, le interpretazioni del lascito culturale che le teorie del diritto contemporanee hanno creduto di poter (dover) trarre da un autore come Jacques Derrida. La trama contenuta nel testo si dipana, infatti, nell'analisi di questa "eredità" soprattutto negli autori di area nordamericana. Tuttavia, mentre nell'opera di Kundera si percepisce una stigmatizzazione del tradimento perpetrato nei confronti di alcuni tra i protagonisti della cultura del novecento, Andronico non ha nessuna intenzione di "vendicare Derrida".

Ben felicemente, infatti, l'autore utilizza questo ragionamento: l'analisi del tradimento (che in realtà è una fedeltà) di ciò che Derrida espone nelle proprie opere, porta a riflettere sulla consistenza del suo insegnamento (p.5). Solo in questo modo, dunque, sarebbe possibile superare quell'apparente paradosso che consiste nella dichiarazione del francese di non voler affermare nulla e di non voler fissare in una teoria il suo messaggio.

Questo testo narra, appunto, come l'infedeltà, di cui stiamo trattando, si sia consumata nelle teorie del diritto contemporanee. La responsabilità maggiore che accomuna gli autori riportati da Andronico è appunto quella di appropriarsi della decostruzione utilizzandola come un metodo e pretendere, inoltre, di applicare le sue forme (o le sue non-forme) alla realtà giuridica secondo un esercizio di interpretazione destinato alla operatività. Invece, ed Andronico è particolarmente attento nell'indicarlo sin dalle prime battute del testo, il messaggio di Derrida andrebbe in un senso diametralmente opposto perché si inserisce pienamente nell'ambito del post-moderno contestando radicalmente le strutture culturali del modo di concepire anche la realtà giuridica. E perciò l'idea di fornire un'analisi della comprensione nordamericana del messaggio di Derrida è particolarmente utile al fine di denunciare il rischio al quale la decostruzione si espone. Proprio in America, infatti, essa è divenuta una sorta di "paradossale scolastica chiamata decostruzionismo" (p. 3). Negli Stati Uniti, più che altrove, il tradimento di Derrida trova, dunque, il suo compimento: in quel contesto, infatti, le pratiche della decostruzione vengono intese come un esercizio capace di far emergere le contraddizioni presenti nel discorso giuridico quando pretende di costituirsi come un sistema organico e coerente. Una tecnica, insomma, considerata alla moda che, tuttavia, giunge quando l'idea stessa di "nuovo" è oramai tramontata, superata dall'avvento della postmodernità.

La struttura dell'opera di Andronico può essere così riassunta: l'autore "fa parlare" i lettori dei testi di Derrida che si interessano della realtà giuridica. Queste riflessioni hanno direzioni diverse: una lettura critica, una narrativa, una trascendentale e comprensiva, per finire poi con i diversi modi nei quali si presentano le interpretazioni del rapporto tra la decostruzione e la teoria dei sistemi.

Nel primo capitolo, perciò, è presentato il progetto dei Critical Legal Studies, il movimento che si coagula attorno a questi due principi: "la presenza di una contraddizione fondamentale all'origine della teoria liberale del diritto e dello stato e la connessa affermazione della strutturale 'indeterminatezza' del discorso giuridico" (p. 22). Contraddizione ed indeterminatezza ben rappresentate dai lavori di R.M. Unger e di D. Kennedy. Con l'abbandono della convinzione di avere svelato la "vera" struttura del diritto nascosta sotto il pensiero liberale, che caratterizza la prima generazione dei CLS, si passa, con la seconda generazione (es. con il lavoro di C. Dalton sulla struttura del contratto) ad una rinnovata coscienza della impossibilità, o contraddittorietà, di una simile impostazione che tenta di rinverdire i fasti della cd. "scuola del sospetto".

Tuttavia il discorso dei nuovi CLS non riesce a contrastare le aperte accuse di nichilismo. Altre vie, dunque, si tentano per cercare di uscire dall'impasse nichilista di questa generazione dei Crits. Tra queste Andronico analizza la tesi J.M. Balkin. Secondo questo autore "la decostruzione offre ai giuristi...semplicemente un 'metodo' in grado di criticare i tradizionali discorsi sul diritto e le consolidate teorie dell'interpretazione" (p. 56). E dunque si tratterebbe, in sostanza, di una nuova ideologia attraverso al quale aprire "la possibilità di un altro punto di vista sul diritto" (p. 57). Una volta incontrata la questione della giustizia è, secondo Balkin, inevitabile che la decostruzione si presenti come una svolta aperta alla trascendentalità. Questa è l'unica altra possibilità, oltre al nichilismo, che si presenta al termine del percorso di decostruzione; pena il destituire di senso ogni affermazione giuridica. Un po' come la retorica che, sottolineando come ogni discorso si manifesti a partire da un contesto, la decostruzione non annulla la gerarchia tra i due termini di un'opposizione concettuale, ma è comunque necessario sottolineare che essa, dipendendo proprio dal contesto, non può avere valore universale.

Ma l'alterazione maggiore proposta da Balkin al discorso di Derrida, ce lo ricorda Andronico, è il fatto di ritenere che "la decostruzione non è, come sostiene Derrida, 'la giustizia', ma solo quella particolare forma di argomentazione che, servendosi dello scarto tra i valori e le loro manifestazioni, critica incessantemente i discorsi costituiti in vista di un loro perfezionamento" (p. 68).

La radicalizzazione delle tesi di Balkin è ben rappresentata da un altro autore: M. Rosenfeld. Egli infatti arriva a sostenere che se la decostruzione viene intesa non come un semplice metodo ma come una vera e propria concezione ontologica ed etica, essa consente di mantenere e garantire l'autonomia del diritto. Rosenfeld, inoltre, esplicita una caratteristica del pensiero di Derrida, forse sottovalutata da Balkin: il tema della scrittura. Egli infatti ci ricorda come il significato di una scrittura dipenda sempre ed inequivocabilmente da una sua futura lettura.

Ogni lettura di un testo implica, però, una sua ri-scrittura. E dunque ogni interpretazione si trasforma in una vera e propria apertura all'avvenire la quale, lungi dal porsi come arbitraria attribuzione di significato, costituisce un tentativo di conciliare il passato della scrittura con il presente della sua interpretazione. Questa possibilità, inoltre, è destinata a non chiudersi mai definitivamente, lasciando all'interprete la libertà di reperire nuovi significati perché, altrimenti, si finirebbe per chiudere ogni attualità al messaggio.

Ogni testo infatti, non si pone mai in forma definitiva ma determina l'impossibilità teoretica di una "mitologia della certezza" dell'interpretazione. Questo monito della ermeneutica di Derrida si pone sul piano di una possibilità aperta verso l'avvenire e potrebbe, perciò, costituire una deriva di continui significati a loro volta interpretabili e perciò giustificare ampiamente le accuse di nichilismo (p. 76). Ma ciò, secondo Rosenfeld, significa dimenticare la dimensione anche morale del messaggio di Derrida. Infatti "l'ontologia della differenza conduce... all'imperativo morale per cui bisogna lasciare aperto lo spazio per la venuta dell'altro" (p. 77).

E dunque questo limite costituirebbe un vero e proprio "criterio regolativo" il quale permetterebbe ad ogni interprete-riscrittore, di conservare le possibilità di ogni "altro". E' chiaro che una siffatta considerazione non risolve la questione della interpretazione perché non consente di reperire un criterio di preferibilità tra i diversi significati possibili. Rosenfeld prosegue su questa questione individuando il significato preferibile nel suo essere "intersoggettivo". Non soggettivo dunque, né oggettivo ma risultato di una collaborazione tra tre soggetti: lo scrittore, l'interprete presente e quello futuro. E' questo rapporto che consente una ri-scrittura (intesa come interpretazione) che non si risolva in una semplice nuova scrittura.

Il discorso di Andronico, a questo punto, si sposta ad analizzare il recepimento della decostruzione nelle teorie dei sistemi sociali. Due in particolare, quella di Drucilla Cornell e Gunter Teubner.

La prima autrice tenta una fusione tra alcune premesse lacaniane e la teoria dei sistemi proposta da Luhmann. Costei suggerisce, infatti, di utilizzare le categorie fornite da queste teorie per comprendere il rapporto che intercorre tra la gerarchia di genere, interpretata come un sottosistema del sistema sociale, ed il sottosistema giuridico. In questo spazio il decostruzionismo fornirebbe la chiave di volta in grado di far convivere teoria dei sistemi (garante di un movimento di conservazione) e decostruzione (che favorirebbe, invece, la trasformazione).

Nella prospettiva di Teubner, invece, sarebbe la teoria dei sistemi a poter essere considerata una soluzione ai problemi del decostruzionismo. Attraverso una personale rilettura, egli cerca di evitare le derive misticheggianti del decostruzionismo "contaminandole" attraverso le riflessioni pragmatiste habermasiane. Nello stesso tempo, tempera l'universalismo normativo di Habermas grazie alle suggestioni decostruzioniste.
Nell'opera di Teubner emerge, dunque, come l'auto-osservazione del sistema apra lo spazio per una differenziazione al suo interno e, dunque, per una radicale messa in discussione della sua unità. Osservando le proprie componenti, il sistema compie la propria decostruzione, ma è proprio in quel momento che il sistema stesso si percepisce come unitario.

Secondo Andronico, tuttavia, anche Teubner e la Cornell cadrebbero nell'equivoco che accomuna tutti gli studiosi di area nordamericana: quello di considerare la decostruzione come un metodo ed il decostruzionismo una teoria.

Nell'ultimo capitolo dell'opera Andronico fornisce una propria lettura, un proprio "tradimento" dei testi derridiani. Egli afferma infatti che "i suoi libri [di Derrida] non intendono dire nulla di nuovo che non sia già stato detto, ma semplicemente ripercorrere, dall'interno, la legge di funzionamento dei testi che hanno fatto la storia del pensiero occidentale. Ciò che è in questione, infatti, è proprio la possibilità di isolare nella sua purezza un preteso 'voler dire' e più in generale di arrestare il movimento di significazione attraverso il riferimento a dei significati ultimi".
E' questo il motivo per cui il tentativo di dire ciò che Derrida 'dice' non può che tradirlo, ossia 'fargli dire' alcunché (p. 134).

Andronico chiarisce perciò come, lungi dal porsi come una semplice proposta interpretativa, il continuo gioco di tradimento sarebbe, in realtà, una caratteristica strutturale della significazione, il suo movimento. Questo corrisponderebbe alla differenza che sussiste tra parola 'parlata' dal soggetto che intende esprimersi e parola scritta la quale, una volta che il suo autore è assente, resta aperta alla possibilità che il lettore-interprete fornisca ad essa un'interpretazione che la rende strutturalmente 'ospitale'.

In questo caso l'interpretazione dovrebbe costituirsi come una sorta di 'malinteso' produttivo e mai definitivo da pensare come un'inesauribile riserva di senso. In questa struttura di pensiero il rischio di una dimensione di incontro potrebbe essere garantita unicamente dalla incomprensione reciproca e non dalla comprensione. Solamente non-comprendendo l'altro, in pratica, sarebbe garantita la possibilità di non ridurlo ad un identico. E' per questo che i testi scritti aprono lo spazio ad un tradimento che è costitutivo proprio perché non solo l'autore deve poter 'firmare' il proprio lavoro ma anche l'interprete e tutti gli interpreti futuri.

Infine ciò che Andronico ritiene non sufficientemente pensato nelle traduzioni giuridiche dell'opera di Derrida è che la decostruzione può leggersi solamente come un'operazione che riguarda strutture concettuali e che non è, e non vuole essere, una distruzione.

Due sono le strade che Andronico ripercorre per mostrare la validità di queste affermazioni: lo strutturalismo e la critica heideggeriana della metafisica, entrambi temi cari a Derrida.
Da queste premesse occorre ripartire per non sottovalutare ciò che appare dimenticato dai giuristi che si sono avvicinati al pensiero di Derrida.

A questo punto il confronto di Andronico con Derrida appare improcrastinabile. Ed è qui che l'autore mostra la propria frequentazione dei testi del francese fornendo un'interessante interpretazione del suo pensiero. Il tentativo è particolarmente arduo poiché "la decostruzione non è né presente né assente, ma 'è' la differenza tra presenza ed assenza. Ed è per questo che risulta letteralmente innominabile, tradita anche dal silenzio". (p. 170).

Ed è qui che Andronico "firma" a suo modo i testi derridiani. In un contesto segnato da Saussure ed Heidegger, dunque, la decostruzione sarebbe, innanzitutto, un modo per leggere il testo della tradizione metafisica occidentale. Il tentativo del messaggio decostruzionista è, per Andronico, quello di rilanciare continuamente un senso che non si presta ad essere racchiuso definitivamente ad essere rinchiuso in una lettura esaustiva.

In conclusione l'analisi contenuta in quest'opera riafferma la vitalità del pensiero di Derrida ma è ben conscio che la sua impostazione teoretica lasci il posto per un senso di "insoddisfazione".
La risposta a questa disillusione potrebbe, secondo Andronico, essere rappresentata dalla proposta di Pierre Schlag. Costui, infatti, afferma che "applicare" la decostruzione al diritto è un'operazione impossibile. La decostruzione, infatti, sarebbe insuscettibile di divenire serbatoio (ricettacolo) di soluzioni normative. E' proprio la forma tradizionalmente associata ai discorsi giuridici che contrassegna la difficoltà di snaturare il discorso di Derrida per piegarlo ad una lettura giuridica che si nutre di forme e di concetti dai quali trarre 'forza' normativa.

In ultima analisi alcune considerazioni non possono non essere svolte a mò di congedo. Una lettura giuridica di un testo è solamente una lettura che tenta di reperire applicazioni metodologiche o normative? Certo la lettura datane dagli autori che Andronico tratta sembrerebbe indicare questo. Ma è solamente questa la modalità di leggere i testi giuridici attraverso gli "occhiali di Derrida"?. Insomma il giuridico è un orizzonte di senso formato solamente da testi normativi, o è qualcosa di più complesso?
Sarebbe auspicabile, dunque, "tradire" in senso giuridico i testi derridiani evitando proprio questo tranello: di fornire interpretazioni in chiave normativista le quali impongono di "applicare" la decostruzione come un metodo. Sarebbe dunque ben più fecondo tentare di procedere tenendo conto anche delle avvertenze sviluppate da Andronico.
Se sarà proprio lo stesso Andronico ad accettare la sfida di questa eredità culturale nel suo prossimo lavoro, è quanto gli auguriamo.


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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A cura di:
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Maria Chiara Pievatolo

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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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