Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 17 ottobre 2003

Ilaria Possenti, L’apolide e il paria. Lo straniero nella filosofia di Hannah Arendt, Roma, Carocci, 2003

Scorrendo le pagine del libro di Ilaria Possenti, si registra la netta sensazione di avere a che fare con una prospettiva nuova nel modo di trattare un pensiero complesso come quello di Hannah Arendt, che pure respingeva la definizione di “filosofa di professione” per quella di semplice “teorica della filosofia politica”. Nelle tre sezioni che dividono il libro – L’individuo senza polis, L’illusione dei “padri fondatori”, La città degli stranieri - sono affrontate criticamente quelle aporie del pensiero arendtiano «cercando di considerarle non come difetti da eliminare per recuperare la funzionalità del “sistema”, bensì come indicatori di problemi, ovvero di ciò che la riflessione filosofico-politica, una volta liberatasi da ipoteche di tipo normativo, ha la possibilità e il compito di formulare» (p. 12). Un compito non facile, tenendo conto che entrano in gioco i concetti d’inclusione e d’esclusione, la dimensione relazionale degli uomini nel mondo, la possibilità dell’azione e della libertà. Si tratta di ripensare alcuni concetti fondamentali della teoria politica messi a dura prova dai processi politici e culturali recenti (mondializzazione, flussi migratori trans-nazionali, crisi della democrazia). Secondo l’autrice, «ciò che Arendt si domanda, infatti, è come, all’interno di una comunità, possiamo concederci il lusso di rimanere stranieri». La pratica della resistenza può essere l’uscita di sicurezza per quanti non si conformano ad un modo di intendere la politica come mera fabbricazione, tecnica amministrativa, rapporto tra governati e governanti, oppure quanti sono nella condizione di invisibilità, cittadini senza diritti e senza posto nel mondo. L'invito a «porre al centro della riflessione filosofico-politica il valore del margine» (p. 21) è quanto mai indicativa di come Arendt riesca ad accostare senza alcun oltraggio, la figura del paria, centrale per un discorso sull’esclusione, a quello dell’apolide, che si aggrappa alla propria atopia cercando nuove formule di sopravvivenza.

Scrive Possenti che «nella prospettiva dell’apolide, infatti, l’esclusione e la perdita della libertà hanno essenzialmente a che fare con “la perdita del mondo”, nichilisticamente intesa come distruzione della condizione sociale, mondana o relazionale dell’esistenza umana, cosicché il problema politico per eccellenza appare quello di garantire l’inclusione nello spazio politico. Nella prospettiva del paria, invece, la libertà è in pericolo non solo quando si è esclusi, ma anche quando l’inclusione si realizza come assimilazione; quando vengono meno, cioè, le condizioni per un rapporto duplice, di appartenenza e di distanziamento, con il mondo entro il quale ci muoviamo» (p. 127).

La figura del paria cosciente si identifica con quello dello «straniero» al mondo, di chi viene respinto dalla società di massa e dei consumi verso una dimensione meramente biologica dell’esistenza.
Arendt, già nella sua prima opera Le origini del totalitarismo (1951) denuncia il cortocircuito della modernità e considera il totalitarismo, che individua come una categoria politica tutta contemporanea, un evento che segna la rottura con la tradizione. La studiosa ebrea, infatti, rintraccia nella crisi di valori dell’Europa occidentale i semi da cui nascerà il totalitarismo. Antisemitismo, imperialismo, crisi dello Stato-nazione, atomizzazione della società rappresentavano il collasso della società illuministica e il totalitarismo la sua deriva estrema.

Possenti mette in luce come Arendt, attraverso una critica serrata alla modernità filosofica e politica, riesca comprendere il fatto che con il totalitarismo veniva mascherato il disordine, il caos, la violenza, anche la mancanza di un conflitto sociale, in quanto era nega la diversità, l’esistenza dell’altro. La reductio ad unum della metafisica classica aveva permesso di considerare l’essere umano «come sostanza cui inerisce un’essenza» (p.46) e che, quindi, l’uomo fosse modellabile.

«A partire dall’adozione del paradigma “natura-cultura”, infatti, Arendt, - scrive Possenti - postula che possa esistere una forma di dominio capace di far regredire gli individui esclusi dalla comunità politica a una sorta di stato di natura, ovvero di repingerli nella loro naturale, privata e socialmente insignificante “datità” (natural giveness). Questa forma di dominio che respinge gli uomini alla nuda vita è il totalitarismo.

Secondo Possenti, colui che viene messo al bando, il paria, non solo è messo al di fuori della legge ed è indifferente a questa, ma è abbandonato da essa, è esposto ad una soglia dove vita e diritto, esterno ed interno si confondono. Ecco perché, per Arendt, il campo di concentramento è l’istituzione centrale di un regime totalitario. Ciò che il totalitarismo tende a creare è una società di morti viventi, interamente piegati, liquidati di ogni carattere umano, incapaci soprattutto di opporsi. E’ solo in questo senso che può realizzarsi quell’ideale - che ogni buon senso ritiene un’utopia irrealizzabile - di società in cui è possibile impadronirsi interamente dell’uomo per trasformarlo in cittadino modello. La società totalitaria prevede, infatti, il controllo totale del foro esterno e del foro interno di ciascun individuo.

Il primo passo avviene uccidendo il soggetto di diritto che è nell’uomo, attraverso la snazionalizzazione e ponendo il Lager al di fuori del sistema penale ordinario; poi si procede attraverso l’uccisione della personalità giuridica; infine, con la soppressione della personalità morale, trionfo dell’ideologia totalitaria, per cui la coscienza non è più sufficiente e decidere cosa sia bene e cosa sia male è come valutare assassinio e assassinio. L’atto conclusivo è l’annientamento della peculiare identità di ognuno, la soppressione di quella spontanea unicità che è presente in tutti gli uomini, unicità irrepetibili, singolarità messe in relazione dall’azione e dal discorso.

E’ l’irruzione del male radicale, quel male che la teologia cristiana e la tradizione filosofica, in particolare Kant, non ha mai potuto definire se non in negativo, come deficienza dell’essere. E’ il trionfo della zoè sul bios, vale a dire della regressione degli individui «dalla cultura alla pura natura, dalla complessità dell’esistenza biografica (bios) all’uniformità della mera esistenza biologica (zoè) (p. 37). Possenti, tuttavia, sottolinea come Arendt, nella contrapposizione tra natura e cultura «alla quale si ispira il postulato teorico per cui l’esclusione dalla comunità coinciderebbe con la perdita di zoòn politikòn » (p.48) non colga che «gli esclusi dalla comunità politico-giuridica restano parte, nonostante tutto, di un mondo carico di relazioni sociali, dal quale partono gli input favorevoli alla codificazione e al rafforzamento dell’esclusione, ma possono anche derivare sollecitazioni in grado di attivare forme di resistenza» (ivi).

Possenti riesce abilmente a percorrere i concetti fondamentali dell’impianto teorico di Arendt – la dicotomia natura/cultura, la definizione del politico come agire intersoggettivo, la questione della fondazione impossibile, il tema della libertà - per arrivare alla discussione intorno al giudicare, tema affrontato da Arendt, a partire dalle conclusioni di Volere in Vita della mente, nelle Lectures on Kant.
Attraverso l’analisi degli a-priori storici e sociali, con la consapevolezza di come si perviene al giudizio, che consiste nel sapersi mettere al posto di chiunque altro, è possibile la comunicabilità e la capacità di comprendere, senza entrare in contraddizione. Il comunicare in modo veritiero le esperienze non rinvia né all’universalismo dei soggetti né ad un assoluto al di là della sfera del mondo concreto, dove l’unica preoccupazione ai fini della praxis politica dev’essere il diritto ad avere diritti, superando la condizione della necessità che crea disuguaglianze e asimmetrie e una concezione della politica come produzione di immagini e tecnica amministrativa.
Secondo Possenti, però, è proprio qui il punto debole della riflessione di Arendt: «sembra quasi che Arendt, proprio nell’enfatizzare la dimensione non solipsistica, ma sociale, della “vita della mente”, abbia trascurato di considerare gli ostacoli che ogni contesto può opporre, anche attraverso l’interiorizzazione di a priori socialmente e storicamente costruiti, all’esercizio di “farsi stranieri”». (p. 161) Arendt, probabilmente, era sicura che non potesse darsi un «pensiero ampliato» e che solo il paria, lo straniero, lo spettatore potevano godere di quella libertà che, per Possenti, non si traduce nel «considerare il mondo in una prospettiva definitiva» (p. 162)
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A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.