Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

Serenella Armellini, Le due mani della giustizia - la premialità del diritto come problema filosofico, Torino, Giappichelli, 1996, pp. 189.

Nel dibattito filosofico attuale si è rinnovato l’interesse nei confronti dell’aspetto premiale e promozionale del diritto. Armellini, che da tempo si dedica a ricerche sull’argomento, raccoglie in questo testo una serie di saggi ed articoli precedentemente pubblicati in altre sedi.
Scopo dell’opera è mettere in luce la distinzione tra premialità e promozionalità, cogliendone nel contempo anche gli elementi in comune, sia tramite un inquadramento storico, sia attraverso l’analisi delle tendenze attuali al riguardo. Infatti, solo una revisione del concetto di premialità, alla luce della sua evoluzione storica, può evitare di confonderlo con esito deleterio con quello, di contemporanea elaborazione, di promozionalità. Per questo motivo l’autrice sceglie, nella seconda parte del volume dedicata a Le tensioni attuali, di dare rilievo al dibattito tra Gavazzi e Bobbio sulla sanzione positiva. Scrive Gavazzi: "Il premio si dirigeva non all’azione buona, ma all’uomo buono. La premialità scomparve dal diritto, forse non a caso, proprio da quando il diritto si occupò sempre meno di disposizioni e sempre più di azioni. Se questa svolta sia un progresso oppure un regresso della cultura giuridica è questione importante... Sta di fatto che la tecnica dell’incentivo è perfettamente coerente con l’idea che il diritto si interessi solo, o quasi solo, delle azioni, dei risultati... Nel contempo anche la vecchia premialità torna alla ribalta del diritto, ma si ritrova con un socio, l’incentivo, che ha e persegue ben altri interessi.” (pp. 84-85). A questa riflessione Bobbio replica sostenendo il contemporaneo disinteresse nei confronti dell’uomo virtuoso, la necessità di evitare qualsiasi permeabilità tra diritto e morale e la conseguente inopportunità di porsi quesiti di tal genere. Armellini prende posizione al riguardo denunciando l’imprescindibilità di un ritorno all’attenzione verso l’uomo ed il suo essere, richiamando, a questo scopo, la necessità di tornare alle origini del pensiero sulla premialità “non solo per compiere opera ‘retrospettiva’, ma per verificare se la sanzione positiva con i suoi premi o con i suoi incentivi sia sulla linea di continuità teoretica del progredire dell’uomo nella sua razionalità oppure scelta di convenienza e di opportunità sia da parte dello Stato che del cittadino stesso” (p.95).
Su questa premessa l’autrice fonda la prima parte del testo, dedicata ad un excursus storico sulla premialità nel Settecento europeo, ed italiano in specie.
Hobbes appare al riguardo figura cardine, poiché nel suo pensiero non si rintraccia, come scrive l’autrice, “alcuna connotazione morale del problema, che si configura (a) nel riconoscere al sovrano l’esercizio della ricompensa accanto a quello della punizione come un suo vero e proprio dovere. Tale riconoscimento, però, non viene ad incidere (b) sulla struttura della norma, tanto meno della sanzione, la quale mantiene e rafforza le connotazioni proprie di coercibilità e di punibilità, secondo la linea del volontarismo legislativo, che sfocerà poi nel giuspositivismo, ma soprattutto secondo la linea dell’antropologia hobbesiana” (p. 17). Ed ancora: “Per Hobbes...punizione e ricompensa non sono le due facce, l’una negativa e l’altra positiva, di una medesima realtà almeno nell’ambito giuridico, ma... strumenti diversi ed indipendenti, di cui si avvale il sovrano per la sua azione politica” (p.18). Armellini ci spiega, inoltre, che Hobbes giunge a ravvisare una connessione tra le ricompense e le passioni umane, poiché le prime costituiscono l’unico modo di ovviare a quella malattia ‘cronica’ di cui soffrono gli uomini allorché sono mossi dall’impulso di prevaricarsi l’un l’altro; pertanto, Hobbes appare all’autrice. l’unico pensatore della modernità che abbia pienamente applicato alla tematica premiale la sua antropologia filosofica.
Nel volume, la sanzione positiva viene approfondita anche tramite una “lettura” del problematico binomio Ragione-passioni. Partendo dall’assunto, caro agli Illuministi, secondo il quale l’uomo è perfettibile, il premio risulta essere un ottimo incentivo. All’argomento Armellini dà un “taglio” originale utilizzando il pensiero di alcuni autori minori dell’Illuminismo italiano. Tra costoro spicca per originalità Antonio Genovesi, che si distingue dai contemporanei per la sua volontà di ridimensionare l’allora preponderante figura del legislatore, elaborando un concetto di premialità non più intesa come mero strumento nelle mani di costui, ma come appartenente alla struttura stessa della norma.
L’esame dell’evoluzione storica della sanzione positiva induce l’autrice a richiamare la necessità di superare l’immagine riduttiva e stereotipata dell’Illuminismo. Solo così l’idea di premialità potrà essere intesa nella sua poliedricità.
Il testo si conclude con un’interessante appendice sull’illuminista Isidoro Bianchi, di cui vengono esaminate le riflessioni attorno al tema della felicità. La scelta dell’autrice di inserire questa appendice su un minore del Settecento italiano, appare condivisibile poiché talvolta tali figure risultano indulgere meno in rigidi atteggiamenti dogmatici, proponendo interessanti soluzioni operative. Tuttavia, non ci pare che un’analisi storica della premialità, che voglia aspirare a rispettarne la poliedricità, possa esimersi dal confrontarsi sull’argomento con alcuni grandi dell’Illuminismo europeo, come ad esempio  Jeremy Bentham.


Elisa Scattolini

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
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Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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