Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 26 settembre 2002

Fabio Bacchini, Il diritto di non esistere, Milano, McGraw-Hill, 2002, pp. 362.

Le discussioni sulla legittimità dell’aborto o sulla ricerca sugli embrioni si scontrano sempre con la questione dell’esistenza di un diritto alla vita. La collisione tra le opposte argomentazioni avviene su alcuni nodi essenziali: se esista un diritto alla vita, a chi sia attribuibile, se l’embrione possa essere titolare del diritto alla vita, se e quali diritti possano essere considerati più forti. Esiste un dilemma speculare: se esista un diritto alla non-vita - se esista un diritto di non esistere, quando l’unica esistenza possibile è sgradevole e penosa. Con l’espressione ‘diritto di non esistere’ è possibile certo riferirsi al diritto alla fine della vita, di cui tanto si dibatte (lo statuto morale del suicidio e dell’eutanasia); ma è anche possibile, benché meno usuale, riferirsi a un diritto di non cominciare affatto ad esistere, prima ancora che sia possibile parlare, per l’essere la cui esistenza è stata avviata, di un diritto di cessare di esistere.

Per lungo tempo la nascita è stata considerata un bene intrinseco e assoluto per colui che nasce, ma nel caso di persone gravemente handicappate o incurabilmente malate si può parlare, al contrario, di un diritto di non esistere? È possibile affermare che, in queste condizioni, la non esistenza sia preferibile all’esistenza? Ammesso che esista un diritto di non esistere, a quali condizioni potrebbe essere ascrivibile? Sarebbe immorale portare a termine una gravidanza, pur sapendo che la vita del nascituro sarà tormentata da una grave menomazione? La violazione del diritto di non esistere di un individuo implica la sanzionabilità, civile o penale, dei genitori?

Fabio Bacchini, in Il diritto di non esistere, prende le mosse da questi avvincenti interrogativi che la bioetica filosofica si trova ad affrontare a partire dagli anni Sessanta, da quando alcuni figli hanno intentato causa contro i propri genitori perché avrebbero preferito non esistere. Queste cause da torto da procreazione (wrongful life suits) hanno obbligato filosofi, giuristi e medici a ricontrattare concetti che si ritenevano saldi e privi di ambiguità: l’avvio dell’esistenza, la sua preferibilità alla non esistenza, la persona, il danno (harm), il torto (wrong), la responsabilità morale, la titolarità dei diritti.

Il dibattito sul diritto di non esistere implica una preliminare presa di posizione sulla questione dell’avvio dell’esistenza: quando cominciamo ad esistere? Innanzi tutto è possibile tracciare una distinzione tra la nascita di un individuo e l’inizio della sua esistenza. La nascita coincide con un momento agevolmente identificabile, mentre l’inizio dell’esistenza è più difficile da stabilire. È possibile, convenzionalmente, identificare l’avvio dell’esistenza con il concepimento, con la nascita, oppure con un momento t collocabile nell’intervallo di tempo compreso tra il concepimento e la nascita (secondo una posizione estrema, perfino con un momento t successivo alla nascita). Considerare l’avvio dell’esistenza coincidente con il concepimento esclude che l’aborto possa essere un rimedio volto a evitare l’avvio di una esistenza, e rimanda tale rimedio indietro nel tempo (a tutte le condizioni che avrebbero impedito il concepimento). Posticipare l’inizio dell’esistenza a un tempo successivo al concepimento e precedente la nascita permette invece di vedere l’aborto come uno dei rimedi potenzialmente utili per ottenere che un eventuale diritto di non esistere sia rispettato.
È evidente che, se si colloca l’avvio dell’esistenza in un momento successivo al concepimento, ammettere un diritto a non esistere è in contraddizione con una posizione radicalmente antiabortista: si rischierebbe di attribuire a un embrione un diritto di non esistere e, contemporaneamente, si negherebbe a quello stesso embrione la possibilità di non iniziare ad esistere. Allo stesso individuo verrebbe attribuito contemporaneamente un diritto di esistere e un diritto di non esistere.

In ogni caso, è parso a molti che l’assegnazione di un diritto a non iniziare ad esistere sia legittima solo a condizione che, per l’individuo a cui lo si assegna, l’esistenza sarebbe un’eventualità peggiore che non iniziare mai ad esistere. Ma è concepibile, e in quali casi, considerare l’esistenza un male? La preferibilità della non esistenza rispetto all’esistenza è stata considerata spesso un’idea intimamente contraddittoria, tanto da condurre al rifiuto dell’ammissibilità stessa delle cause di torto da procreazione.
Alcuni autori sostengono che permetterle avrebbe conseguenze pericolose e assurde (secondo l’argomento del piano inclinato). Altri ritengono che le premesse concettuali su cui si fondano le cause da torto da procreazione siano deboli, se non addirittura fallaci: ad esempio, potrebbe risultare contraddittorio attribuire diritti attuali a persone che non esistono. Questa attribuzione richiama il problema della giustizia nei riguardi delle generazioni future, e pone grosse difficoltà sia alle teorie etiche contrattualiste che alle teorie consequenzialiste. Alcuni giudici hanno sostenuto che la richiesta di un indennizzo per torto da procreazione è troppo logicamente bizzarra per essere considerata (Gleitman vs Cosgrove, 1967; Williams vs State of New York, 1965).

Nonostante le difficoltà nel rendere conto della presenza di obblighi verso persone non ancora esistenti, l’intuizione morale che tali obblighi sussistano è tanto forte da spingere a cercarne comunque una giustificazione teorica. Alcuni esempi forniti da Feinberg illustrano la forza di questa intuizione: una trasfusione trasmette la sifilide a una donna; un anno dopo la donna concepisce, e il figlio nasce malato di sifilide – questo individuo sarà legittimato nel chiedere i danni all’ospedale per negligenza. Oppure, un misantropo piazza una bomba in una scuola materna, regolando il timer in modo che scoppi sei anni dopo. Quando la bomba scoppia, molti bambini di cinque anni muoiono o rimangono mutilati. È stata l’azione del misantropo risalente a sei anni prima, a prima che i bimbi fossero concepiti, a danneggiarli. Da questi esempi si può inferire che una persona ha degli obblighi verso coloro i quali hanno una possibilità di essere danneggiati in conseguenza della sua condotta (le ‘vittime prevedibili’), e che in alcuni casi il rischio di danno include anche persone ancora non nate.
Una volta raggiunta questa conclusione, non è difficile fare il passo ulteriore che consiste nell’affermare che, in alcuni casi, si possono violare obblighi presenti verso persone ancora non esistenti mediante l’atto stesso di avviarne l’esistenza. La situazione è atipica, ma non necessariamente paradossale: è possibile che, proprio perché le persone esistenti hanno un obbligo di non provocare la sofferenza futura di persone ancora non esistenti, esse abbiano anche, in alcuni casi, un obbligo a non avviare certe esistenze, ove l’avvio di quelle esistenze significhi una condanna certa a una sofferenza costante e irrimediabile.

Accettando l’ammissibilità di un diritto di non esistere, e dunque del derivante torto da procreazione (wrongful life) nei casi di violazione, l’attenzione dell’autore si sofferma sulla discussione delle condizioni di sussistenza del torto da procreazione e dei criteri attraverso i quali poter accertare il requisito fondamentale: la preferibilità della non esistenza rispetto a una esistenza menomata.
Quali sono i requisiti minimi per poter giudicare che una vita è degna di essere vissuta? Bacchini analizza alcune proposte avanzate allo scopo di stabilire quali siano i criteri di identificazione del torto da procreazione: Steinbock, Feinberg, Roberts, McClamrock, Harris.

Un caso affascinante riportato da Bacchini è il caso della ‘donna dell’esempio di Parfit’. Questo esperimento mentale consente di accertare se siamo disposti a riconoscere danni da procreazione impersonali, ovvero a giudicare moralmente sbagliati (e forse criminali) anche alcuni atti procreativi che non danneggiano nessuno, meno che mai colui che nasce.
La donna dell’esempio di Parfit è una donna afflitta da una grave malattia temporanea: se questa donna concepisse un bambino da qui ai prossimi tre mesi, il figlio nascerebbe con una grave malformazione; se invece lasciasse passare questo tempo, curandosi nel frattempo, concepirebbe fra tre mesi un altro figlio, sano. La donna, informata delle circostanze, concepisce ora il suo bambino, il quale nasce handicappato. Quel bambino non sarebbe nato se la donna avesse aspettato tre mesi (il bambino sano sarebbe stato un altro bambino: il bambino malformato non sarebbe potuto in nessun caso nascere sano): assumendo che il bambino abbia un’esistenza complessivamente preferibile alla non esistenza, dovremmo giudicare la donna colpevole oppure no?
La versione della non colpevolezza si avvale della seguente argomentazione: il bambino che nasce aveva solo due possibilità (nascere handicappato o non nascere); la madre, fra queste due possibilità, gli ha offerto la migliore (nascere handicappato, che è meglio di non nascere); quindi la donna non ha fatto nulla di male. La versione della colpevolezza, al contrario, argomenta: la donna ha scelto di mettere al mondo un figlio handicappato anziché un (diverso) figlio sano, come le sarebbe stato possibile; quindi la donna ha fatto qualcosa di male, e addirittura deve essere punita per questo.
Se tendiamo a pensare che la donna sarebbe moralmente colpevole, ciò significa che ammettiamo che esistano anche torti da procreazione impersonali: torti da procreazione che sussistono sebbene non vi siano torti da procreazione nei confronti di nessuno in particolare: giacché è evidente che, in questo caso, né il bimbo handicappato che nasce, né il bambino sano che non viene concepito, hanno subito alcun torto personale o alcun danno personale.

Le ultime due rilevanti questioni filosofiche che affronta Bacchini sono: in quali casi la non esistenza sia oggettivamente preferibile alla esistenza, e come si configuri una eventuale riparazione di un torto da procreazione ormai consumato.

Il libro di Bacchini muove da una premessa che è anche strumento di indagine e di analisi: la bioetica è caratterizzata dallo scontro di argomentazione razionali volte a persuadere il maggior numero di persone. In questa cornice, l’analisi del dibattito bioetico prende la forma dell’analisi delle argomentazioni proposte a sostegno di questa o quella posizione, al fine di verificarne la coerenza logica, l’ammissibilità delle premesse e la correttezza delle implicazioni. L’ideale sottostante è la concezione di una bioetica razionale, immune da pregiudizi religiosi e moralistici, dal fallace ragionamento e dall’adozione di premesse condivisibili solo da una piccola parte dell’umanità (quella comunità religiosa, o quel gruppo politico). La bioetica razionale deve fare appello a un solo criterio di giudizio, universalmente condivisibile: la forza razionale delle argomentazioni chiamate a sostegno delle scelte morali proposte.

Le posizioni degli autori analizzati da Bacchini – e le argomentazioni costruite per sostenerle – sono indagate allo scopo di valutarne la tenuta razionale, intrinseca e relazionale: quali argomentazioni sono valide e quali no; e quali argomentazioni, nell’insieme di quelle valide, sono più incisive delle altre. In primo luogo, Bacchini opera una ricostruzione filologica del percorso inferenziale dell’argomentazione in oggetto, denunciandone le eventuali contraddizioni o confusioni. In secondo luogo, l’argomentazione viene rivisitata razionalmente, al fine di rintracciare l’argomentazione valida più prossima a quella originaria.
La ricostruzione razionale delle argomentazioni richiede anche di stanare le eventuali premesse nascoste o quelle che poggiano troppo acriticamente sul senso comune, su intuizioni morali precarie e instabili, senza essere state sottoposte al vaglio della razionalità.
L’analisi di alcune sentenze a favore dell’inammissibilità delle cause da torto da procreazione fa emergere spesso l’inadeguatezza e la fallacia delle ragioni addotte.

La valutazione della forza delle argomentazioni si avvale di alcuni esperimenti mentali, quali configurazioni immaginarie e che si distaccano dal mondo reale e che, proprio con il loro carattere estremo, consentono di mettere davvero alla prova le nostre posizioni morali, vagliandone la consistenza (proprio come accade in un esperimento scientifico controllato in laboratorio, così in un esperimento mentale si possono azzerare fattori di complicazione e di confusione, ed esaminare certe reazioni – fisiche, chimiche o morali che siano – allo stato puro, per così dire).

Il libro si chiude con l’analisi di un caso che ha acceso l’opinione pubblica durante l’estate del 2001: la dichiarazione di Severino Antinori di procedere alla clonazione umana terapeutica, e le infervorate polemiche che ne sono seguite. Bacchini svela la fragilità di argomentazioni in apparenza convincenti, la fallacia delle ragioni portate a sostegno tanto delle posizioni a favore che di quelle contrarie.

Le argomentazioni contrarie si distinguono in due grandi gruppi: quelle che poggiano sulla premessa che la clonazione non funzionerà in modo ottimale (argomentazioni scettiche), e quelle che lo concedono (argomentazioni concessive). Le argomentazioni scettiche sono per la maggior parte fattuali; insinuano che Antinori dice il falso sulla effettiva realizzabilità e sicurezza della clonazione umana. Alcune argomentazioni scettiche sono anche argomentazioni morali, e si suddividono in argomentazioni orientate al danno/torto verso i genitori, e al danno/torto verso i concepiti; ciò su cui queste argomentazioni focalizzano è soltanto il rischio, o la certezza, di morti perinatali, di malformazioni e di anomalie genetiche.
Tra le argomentazioni concessive, sono degne di nota quelle che ritengono la clonazione immorale a causa dell’elevato tasso di artificialità immesso nel processo riproduttivo, che violerebbe la sacralità e la naturalità della vita e della sua ‘creazione’.
Sebbene dunque nessuna argomentazione ostile ad Antinori gli rimproveri di procurare danni/torti psicologici agli individui sani generati tramite clonazione, tuttavia Antinori e i suoi colleghi producono argomentazioni a favore della clonazione che sono, esclusivamente, risposte a questo tipo di argomentazione ostile. I tratti più notevoli del dibattito sono perciò, in primo luogo, l’assenza completa di argomentazioni favorevoli alla clonazione nella totalità dei commentatori (letteralmente nessuno, tranne Antinori, ha qualcosa da dire a favore della clonazione, neanche in modo incidentale e sovvertibile); in secondo luogo, la sordità reciproca degli interlocutori, con Antinori che risponde a obiezioni che nessuno gli ha mai rivolto, e i suoi oppositori che si accaniscono solo su aspetti che lo stesso Antinori ritiene meno gravi di altri.
Assumendo una prospettiva personalista, secondo cui gli unici danni e torti che esistono sono danni e torti personali, Bacchini conclude che la clonazione non è immorale se un individuo clonato non subisce danni né torti, ovvero a patto che sia sano, privo di fratelli o sorelle cloni tali che egli avrebbe potuto esistere senza averne, e dotato di una esistenza preferibile alla non esistenza.

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A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
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