Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 21 agosto 2003

Etienne Balibar, Nous, citoyens d'Europe? Les frontières, l'État, le peuple, Paris, La Découverte, 2001.


Le racisme est la valorisation, généralisée et définitive, de différences, réelles ou imaginaires,
au profit de l'accusateur et au détriment de sa victime, afin de justifier une agression.
Albert Memmi, Le racisme

1. Scritti in occasioni diverse nel corso di un lungo arco di tempo (dal 1990 al 2000) i saggi qui raccolti proseguono una riflessione iniziata con il volume Les Frontières de la démocratie (La Découverte, Paris, 1992; altri interventi di Balibar sui medesimi temi si possono trovare anche in Droit de cité. Culture et politique en démocratie¸ Ed. de l'Aube, Paris, 1998 e nella seconda parte di La Crainte des masses. Politique et philosophie avant et après Marx, Galilée, Paris, 1997). Le argomentazioni proposte, che spaziano su di un orizzonte assai ampio, trovano unità intorno ad una domanda fondamentale: che cosa dobbiamo intendere con il termine Europa? La domanda è decisiva e, per Balibar, capace di ridare attualità alla filosofia politica e alle sue categorie.
Per avvicinare il contenuto specifico della rischiosa possibilità contenuta nel progetto Europa il filosofo francese si adopera a percorrere e ripercorrere alcuni dei concetti centrali della teoria politica moderna. Stato, frontiera, popolo, nazione, identità, cittadinanza sono, per Balibar, concetti storico-concreti che abbisognano gli uni degli altri per poter essere messi in questione, scontrandosi ogni loro indagine con la necessaria coimplicazione degli stessi. L'interrogazione di Balibar, per quanto radicale, rimane una interrogazione storica. In questo senso l'Europa di cui Balibar parla non è un'idea, ma è innanzitutto una entità politica (l'Unione Europea) che si trova ad affrontare la sfida di un mondo sempre più interdipendente, di un mondo pienamente "mondializzato". Questo mondo (ri)unificato, che con l'implosione del socialismo reale ha dovuto abbandonare anche l'ultima semplificazione concessa dal bipolarismo, mette in questione le categorie sulle quali l'esperienza politica della modernità si è fondata ed innanzitutto la formula trinitaria dello stato-nazionale-territoriale. Il progetto di integrazione europea ha messo in questione questa forma sin dalla sua origine che, com'è noto, si situa nella waste land del secondo dopoguerra europea (mirabilmente tradotta in immagini da Lars Von Trier nel suo Europa).
Nell'agosto del 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrivevano nel Manifesto di Ventotene (che proponeva di risolvere l'impasse nel quale continuava a versare la Lega delle nazioni attraverso la costruzione di una federazione europea):

"Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in Stati nazionali sovrani"

La bancarotta dei nazionalismi divenne nei mesi e negli anni successivi vieppiù evidente e fece da sfondo, insieme alla guerra fredda e alla decolonizzazione, alla formulazione dei primi progetti di integrazione. Accelerato dalla paura della decadenza determinata dall'evidenza dello stato di minorità politica in cui versavano i nazionalismi europei, il progetto Europa contiene insomma sin dalle sue origini una essenziale diffidenza nei confronti della nazione, che diviene esplicita nella tradizione federalista di cui il Manifesto di Ventotene è tra i più classici esempi (va detto che all'interno del progetto ci fu, e c'è tuttora, spazio per posizioni significativamente differenti, tra le quali ha senz'altro importanza fondamentale l'idea gollista di una "Europa delle patrie" che persegue il fine di piegare il processo di integrazione al servizio della sopravvivenza della nazione).
Potrà questo legame genetico immunizzare la costruzione europea dalle tentazioni di impaurita chiusura identitaria e sicuritaria che sempre più esplicitamente sembrano avere preso il sopravvento nei dibattiti politici di questo inizio millennio? Basterà questo legame a evitare che l'Europa si trasformi in un astuto espediente attraverso il quale prolungare la vita di quegli stessi nazionalismi che avrebbe dovuto permettere di superare? O fungerà da motore per la crescita di un iper-nazionalismo europeo? Ma innanzitutto: è davvero l'Europa un'entità postnazionale? Ed è l'Europa un'entità politica ancora descrivibile attraverso il concetto di stato?

2. La risposta di Balibar è che

"l'État aujourd'hui en Europe n'est ni national ni supranational, et cette ambiguité au lieu de s'attenuer avec le temps ne fait que s'approfondir. En pratique, cela signifie (aussi bien sur le terrain économique ou financier que social ou juridique) : dans la répartition des pouvoirs entre le niveau des États nationaux et celui des institutions communitaires, ce qui se manifeste est une constante redondance, une concurrence des institutions entre elles. Mais ce qui constitue la réalité est plutôtun processus tendanciel de décomposition ou de déficit de l'État : déficit de pouvoir, déficit de responsabilité, déficit de publicité (Öffentlichkeit)"(pag. 237)

Questo processo di progressiva degradazione delle istituzioni statali in Europa trova la sua più evidente espressione nella flagrante assenza di una dimensione sociale dell'integrazione europea che il movimento operaio non è stato capace di imporre e che non è stato voluto né dai mercati né dai governi coinvolti nel processo di integrazione. L'assenza di uno stato sociale europeo

"du fait même que la frontiere entre le droit social et le droit public (ou si l'on veut entre la citoyenneté sociale et le citoyenneté politique) est aujourd'hui impossible à tracer, cela veut dire finalement qu'il n'y a pas d'État de droit européen. Démarquant l'exclamation celebre de Hegel, je me risquerai donc à dire: Es gibt keinen (Rechts)Staat in Europa"(pag. 238)

Per Balibar dunque l'Europa non è nè un'entità nazionale nè un'entità sopranazionale. Essa, inoltre, non è neppure uno stato. Accumulate queste negazioni ciò che continua a caratterizzare il progetto Europa rimane il fatto che esso è, appunto, un progetto. Torneremo in conclusione su questo aspetto. Per ora limitiamoci a seguire sinteticamente il peregrinare del nostro autore attorno al concetto di nazione. Su di esso Balibar ha lavorato a lungo producendo assieme a I. Wallerstein un testo che sull'argomento rimane ancora un riferimento obbligato: Race, Nation, Classe. Les identités ambigues (La Découverte, Paris, 1997 seconda edizione). La dimensione nazionale ha per Balibar una doppia funzione, assieme economica ed ideologica, amministrativa e simbolica.
Dal punto di vista economico, le nazioni servono a compartimentare e a frammentare il mercato mondiale delle merci e del lavoro, con ciò aprendo lo spazio interno delle economie al monopolio commerciale e quello internazionale all'inferiorizzazione delle popolazioni colonizzate.
Dal punto di vista simbolico la forma nazione permette la regolazione di alcune fondamentali "differenze antropologiche". In questo senso la nazione non è una comunità, ma una struttura capace di produrre "effetti di comunità" che si concretizzano nella invenzione di specifiche religioni civiche, ovvero nell'appropriazione da parte della nazione della dimensione del sacro.
Aspetto economico e simbolico del concetto di nazione non possono in nessun modo essere tenuti distinti: è per questo che nella classica opposizione di Tonnies la nazione non cade, a parere di Balibar, né verso la Gemeinshaft né verso la Gesselschaft (cfr. il cap.1, Homo nationalis). Essa costituisce, in ogni caso, una regola di esclusione capace di imporsi concretamente nella storia solo attraverso la sottomissione violenta di ogni forma secondaria di identità che rischi di intaccare il suo dominio politico e simbolico.

3. La nazione produce il proprio effetto di comunità erigendo le proprie frontiere. Le frontiere, nella tradizione della modernità, definiscono delimitandolo il territorio dello stato-nazionale. Esse sono delle istituzioni limite, condizioni non-democratiche (discrezionali, immaginate, poliziesche) delle stesse istituzioni democratiche. Assieme il luogo della storicità degli stati e il luogo della storicizzazione delle identità; assieme prodotti della storia e produttrici di storia le frontiere sono il punto in cui tutte le 'proiezioni' immaginarie dell'universalismo nazionale si condensano all'interno del processo di produzione e riproduzione della tradizione. Le frontiere sono per Balibar delle istituzioni feticcio, insieme sensibili e soprasensibili, concrete e astratte. Esse possono essere visibili o invisibili, ma in ogni caso si materializzano in pratiche o leggi capaci di garantire agli appartenenti alla comunità nazionale, ovvero ai cittadini, un accesso preferenziale alle risorse della comunità stessa. Con la realizzazione attraverso il Trattato di Maastricht della cittadinanza europea e del free movement of persons ad essa associato (e auspicato sin dal Trattato di Roma), le frontiere interstatali europee sembrano aver perso, quantomeno in relazione ai cittadini dell'Unione, la quasi totalità della loro rilevanza. In realtà, secondo Balibar, il ruolo della frontiera nella costruzione politica europea non scompare, ma si sposta e si ridefinisce secondo due differenti prospettive.
Da un lato, da una prospettiva esterna, a fronte dello sfaldarsi delle vecchie frontiere nazionali, l'Europa si sta dotando di frontiere sovranazionali che appaiono sottoposte ad un controllo sempre più ossessivo, orientato secondo criteri esplicitamente restrittivi e sicuritari. Queste frontiere contribuiscono alla costruzione dell'identità europea in un senso regressivo ed escludente:

"en se totalisant a l'échelle européenne, les exclusions changent de signification objective : la citoyenneté européenne se présente comme le mécanisme qui inclut certaines populations historiquement présentes dans l'espace communautaire en en rejetant d'autres qui, pour la plupart de longue date, contribuent aussi au développement de la société civile du nouvel organisme politique. Les étrangers sont devenus des métèques ou des second class citizens, dont les sejour et les activités font l'objet d'une surveillance speciale "(pag. 308)

Con ciò ci siamo già spostati verso la prospettiva interna. In accordo con un mondo che unificandosi tende a perdere la stessa possibilità del fuori (e che forse proprio per questo trova necessaria la sua costruzione retorica), le nuove frontiere che le politiche migratorie dell'Unione contribuiscono ad edificare sono infatti, per Balibar, assai meno uniche ed assai meno esterne di quanto si voglia credere: esse non ricalcano solamente i suoi confini esterni ma percorrono dall'interno l'intero corpo sociale europeo frammentandolo e gerarchizzandolo seguendo le linee della cittadinanza, moltiplicandosi ed incarnandosi in ciascuno dei corpi estranei degli immigrati (i third country nationals, per usare la terminologia ufficiale del 'razzismo istituzionale europeo') che la abitano e la percorrono mobilmente.

4. Il risultato di questa duplice politica della frontiera è una vera e propria etnicizzazione dell'indigenza, che Balibar definisce come una "recolonisation de l'immigration"(cfr. pag.77), capace di riattivare (posto che siano mai caduti in disuso) gli schemi cognitivi, economici e sociali tipici del mondo coloniale. Ciò non costituisce motivo di stupore: il costituirsi stesso dello stato moderno come stato nazionale è legato inestricabilmente alla storia del colonialismo. O per dirla con le parole di Balibar:

"la trajectoire de la nation moderne est entièrement circonscrite par l'histoire de la colonisation et de la décolonisation (dont nous sommes bien loin d'être complètement sortis)"(pag. 101)

Questa storia, è bene sottolinearlo con forza, è innanzitutto una storia europea, al punto che la stessa

"question d'une définition endogène autoréférentielle, des "Européens" est une question très récente: jusqu'au milieu du XX siècle, la signification majeure de ce nom concernait les groupes de colonizateurs dans chacune des régions colonisées du reste du monde."(pag. 223)

Questa ricolonizzazione in loco dell'immigrazione spinge verso la naturalizzazione delle differenze culturali, e si abbevera alla fonte delle retoriche dello scontro di civiltà. Essa, nota Balibar, trova nella istituzione della cittadinanza europea una potente freccia al proprio arco. La cittadinanza (che la modernità politica fa coincidere di fatto con la appartenenza nazionale) si associa infatti da sempre (e in ciò è travalicata la differenza tra cittadinanza degli antichi e dei moderni) ad una "règle d'exclusion":

"par définition il n'y a de 'citoyenneté' que là où il y a la 'cité', c'est-à-dire là où les 'concitoyens' et les étrangers sont clairement distingués en termes de droits et d'obligations sur un territoire donné. Et à cet égard, la nation moderne est encore (se veut encore) une cité"(pag. 246)

Totalizzandosi al livello europeo, l'esclusione delle popolazioni migrate muta il suo significato oggettivo, rivelando la cittadinanza come lo strumento di produzione di quello che Balibar definisce il razzismo istituzionale europeo: una nuova e peculiare configurazione del razzismo che coniuga l'esclusione politica e sociale, con l'inclusione inferiorizzata nell'economia e nelle reti del welfare, e che si propone di sfruttare il differenziale dei livelli di vita e di salario che viene in tal modo a prodursi. Il risultato, che potremmo definire biopolitico (nel senso foucaultiano per il quale il potere biopolitico "si colloca e si esercita a livello della vita, della specie, della razza e dei fenomeni massicci di popolazione";cfr. M.Foucault, La volontà di sapere. Storia della sessualità 1, Feltrinelli, Milano, 2001), è la creazione di una nuova sorta di meteci (se non di iloti) ovvero di

"une population infériorisée (en droits, donc aussi en dignità), tendenciallement soumise à des formes violentes de contrôle sécuritaire, qui doit vivre en permanence 'sur la frontière', ni absolument à l'interieur ni totalement à l'exterieur"(pag. 309)

5. E' qui che Balibar ci presenta le considerazioni più interessanti. Il fatto che la cittadinanza europea

"ne soit pas conçue comme une reconaissance des droits et contributions de toutes les communautés présentes sur le sol européenne, mais comme un isolement postcolonial des populations 'autochtones et des populations 'allogènes" (pag. 307)

è, secondo il nostro autore, alla base dello scacco politico del progetto europeo. La nascita di un sistema specificamente europeo di apartheid, che va di pari passo con l'istituzione della cittadinanza europea, è riconosciuto da Balibar come una delle ragioni più decisive del blocco della costruzione stessa di una dimensione democratica europea (cfr. il cap. 12 Europe difficile: les chantiers de la démocratie).

"L'aspect politique de la structure discriminatorie dans l'espace européen … c'est le fait qu'indépendamment des frontières officielles il y a de facto dans l'espace européen des individus qui sont citoyens et d'autres qui sont sujets… Cette situation intenable durera aussi longtemps que ne se sera pas imposée dans les faits la question de savoir ce qu'est le peuple en Europe, c'est-à-dire comment la souveraineté populaire y est pensée et organisée, dès lors que l'Europe se vaut l'espace et l'exemple d'une politique 'democratique'." (pag. 240)

E' qui che sfocia l'interrogazione di Balibar sull'Europa, ed è qui che si situa, secondo un condivisibile parere dell'autore, la più grande aporia del progetto politico europeo. Per Balibar, se l'Europa non vuole ripercorrere gli errori già conosciuti dalla propria storia, deve guadagnare una concezione della cittadinanza come appartenenza non esclusiva (concetto che Balibar ritiene non avere precedenti storici), una concezione che non la faccia coincidere con uno status ma che la concepisca come uno strumento capace di generare status (cfr. il cap. 10, L'Europe des citoyens). Una simile cittadinanza non potrà basarsi su di una comune appartenenza ad un ethnos; essa al contrario dovrà appoggiarsi ad una idea inclusiva di demos capace di agire come potere politico costituente. La questione dell'Europa appare qui dunque come la questione della (auto)definizione del suo popolo:

"qui donc forme l'universalité des citoyens, le peuple ou la nation souveraine auxquels se réfèrent les textes fondateurs de notre ordre constitutionel ?"(pag. 70)

Balibar non crede a coloro che predicano la fine della storia, a quell'ipotesi di stampo positivista che accetta la profezia marxiana sulla fine dello stato collocandola però, al contrario di quanto sostenuto dal filosofo tedesco, non come esito del superamento del modo di produzione capitalistico, ma del suo trionfo generalizzato. La storia non è affatto scomparsa, essa ci sta di fronte come una chiamata di responsabilità nei confronti di un futuro che rimane nelle nostre mani. L'analisi del presente che Balibar avanza, e che può in larga misura essere condivisa, non lascia spazio a facili consolazioni. L'Europa nascente, al di là dei proclami autoincensatori che farcisono ritualmente le conclusioni dei Consigli europei, è, come le argomentazioni di Balibar mettono bene in luce, una Europa a rischio apartheid. Solo se il popolo europeo assumerà su se stesso consapevolmente l'intero onere democratico legato inestricabilmente al progetto Europa questo rischio potrà essere scongiurato. Ciò non potrà che avvenire attraverso la progressiva estensione dei pieni diritti di cittadinanza a tutti i residenti sul territorio europeo. Quel fuori che è già qui, sottoposto alle particolarissime attenzioni del nostro sistema penale, ci sprona a non interrompere, ed anzi a liberare dagli ostacoli, questo nostro cammino.

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A cura di:
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Inizio pubblicazione on line:
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