Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 25 febbraio 2003

Raffaella Baritono (a c. di), Il sentimento della libertà. La Dichiarazione di Seneca Falls e il dibattito sui diritti delle donne negli Stati Uniti di metà Ottocento, Torino, La Rosa editrice, 2001.




Numerosi lavori hanno ormai largamente documentato l'importanza del ruolo esercitato dalle donne americane, fin dall'epoca della rivoluzione, nella "costruzione del popolo americano e del cittadino repubblicano" (p. XXIII). Tale contributo, tuttavia, - com'è noto - non garantì loro il pieno accesso alla cittadinanza: le donne rimasero, infatti, anche dopo la ratifica della costituzione federale e l'emanazione del bill of rights, "soggette alla dottrina di derivazione common law della coverture, in base alla quale esse erano 'coperte' dalla personalità giuridica dei loro padri o dei loro mariti, come aveva esplicitato William Blackstone nei suoi Commentaries on the Laws of England (1758)" (p. XXIII).

Nel 1848, l'anno che in Europa fu segnato dallo scoppio delle "rivoluzioni borghesi" e dall'affacciarsi sulla scena politica della questione sociale, un gruppo di donne americane, richiamandosi allo stile retorico e ai principi della Dichiarazione d'Indipendenza del 1776, si riunì, dal 19 al 20 luglio, nella Convenzione di Seneca Falls (stato di New York), per stendere una dichiarazione dei diritti delle donne: la Declaration of Sentiments.

Autrici materiali del documento furono Lucretia Mott (1793-1880), Martha C. Wright (1806-1875), Elizabeth Cady Stanton (1815-1902), Mary Ann McClintock (1800-1884). Due di loro, Lucretia Mott e Elisabeth Cady Stanton, si erano conosciute otto anni prima a Londra, in qualità di delegate americane alla Convenzione mondiale contro la schiavitù (World's Anti-slavery Convention). La loro reciproca ammirazione e amicizia era nata in quell'occasione, quando, insieme ad altre donne, si erano trovate ridotte al ruolo di spettatrici per il voto dei delegati maschi, che si erano rifiutati di riconoscerne le credenziali.

La presenza di Lucretia Mott e Elisabeth Cady Stanton a Londra nel 1840 dà un'idea della rete di relazioni entro la quale molte delle donne della classe media bianca, che furono protagoniste del movimento femminista di quegli anni, erano inserite in virtù della loro attività filantropica e religiosa. Grazie ai contatti culturali di cui godevano, esse erano ben informate di quanto accadeva oltre oceano. Puntuali resoconti delle vicende europee, del resto, venivano regolarmente pubblicati dai giornali americani - basti ricordare le corrispondenze dall'Italia di Margaret Fuller (cfr. pp. VIII-XIX).

Insieme alla traduzione italiana della Declaration of Sentiments e di altri importanti documenti dell'epoca (1), Raffaella Baritono offre al lettore una puntuale e stimolante ricostruzione della storia del movimento femminista americano nella prima metà dell'Ottocento, inserendola nel quadro dei profondi mutamenti economici, politici, religiosi e culturali allora attraversati dalla società americana. Figure quali quelle di Lucretia Mott e Elizabeth Cady Stanton non nacquero dal nulla. L'Introduzione di questo volume dà giustamente un forte rilievo a diversi fattori, su almeno tre dei quali mi pare valga la pena insistere qui: il ruolo giocato dall'ideale della "maternità repubblicana" (2); l'importanza del movimento revivalista e, più in generale, del protestantesimo evangelico; e, infine, la centralità per l'attività delle donne, in questo preciso momento storico, di uno "spazio pubblico-sociale", chiaramente distinto da quello "spazio pubblico-politico" dal quale esse erano escluse.



La riforma protestante, prima con Lutero poi con Calvino, aveva prodotto dei mutamenti di grande rilievo nei rapporti tra famiglia e religione: essa aveva, infatti, condannato le virtù monastiche e il celibato e trasformato lo spazio domestico in una "scuola di carattere" e "di fede" (3). La sfera privata nel mondo protestante era divenuta così un momento fondamentale nella formazione di quelle virtù indispensabili al funzionamento della sfera sociale. L'ideale della "republican motherhood", coniato durante la rivoluzione americana, accentuò questo ruolo della sfera domestica, dando alla donna una funzione importante in quanto "produttrice" dei futuri cittadini repubblicani. La "maternità repubblicana" - come sottolinea Baritono - esigeva dalla donna una speciale preparazione in vista dei suoi compiti di moglie, madre e, in ultima analisi, custode dei valori morali e religiosi della comunità. Non è un caso che proprio agli inizi dell'Ottocento si verificasse una straordinaria diffusione di manuali e riviste femminili, volti a fornire alle donne consigli e precetti pratici che andavano dalla cura dei figli, all'alimentazione, all'igiene, alla razionalizzazione degli spazi domestici.

Questa letteratura, prevalentemente opera di donne, contribuì a ridefinire tanto i compiti sociali della sfera domestica quanto la condotta della donna al suo interno. Apparentemente essa proponeva un percorso di valorizzazione del ruolo femminile alternativo rispetto alla rivendicazione dell'eguaglianza dei diritti proposto nello stesso periodo da femministe quali Sarah (1792-1873) e Angelina (1805-1879) Grimké. Il discorso, tuttavia, - come evidenzia la Baritono - è più complesso: quello della "madre repubblicana" è un "ruolo che poteva rinchiudere le donne nella sfera della domesticità e nell'esaltazione vittoriana del "cult of true womanhood" come avvenne nella prima metà dell'Ottocento; ma che poteva anche servire ad affermare il ruolo politico della "madre" nella socializzazione politica dell'individuo, cosa che aveva in ultima analisi il risultato di proiettare la donna nella comunità politica-maschile" (p. XXVII).

Per comprendere come, nel corso dell'Ottocento, negli Stati Uniti d'America, l'ideale della maternità repubblicana potesse volgersi in una direzione di valorizzazione del ruolo sociale e pubblico della donna, lo si deve considerare in relazione alla sua particolare combinazione con le esigenze del movimento revivalista. Ciò che permise alle donne nella prima metà dell'Ottocento di utilizzare in funzione politica l'ideale della maternità repubblicana fu l'effetto esercitato a livello culturale e sociale dal Secondo Grande Risveglio religioso che ebbe inizio intorno agli anni venti (cfr. p. XXXII). Ministri e pastori religiosi in questo periodo trovarono nelle donne delle interlocutrici privilegiate per combattere i vizi di una società attraversata da rapidi mutamenti e toccata da una crescente diffusione del benessere.

Nella sua protesta nei confronti dello sfruttamento e del prevalere dei valori pecuniari imposti dal mercato il movimento di riforma religiosa trovava un alleato nella donna e in una sfera domestica, considerata come unico, residuo luogo di salvezza, e di compensazione delle contraddizioni economiche e sociali prodotte dallo sviluppo del sistema capitalistico. Facendosi interprete di questo spirito, Sarah Hale, direttrice del "Ladies' Magazine", scriveva sulla sua rivista: "Our men are sufficiently money-making 'Let us keep our women and children from the contagion as long as possibile'" (4).

Il prevalere del denaro, quale mezzo astratto e impersonale di scambio, nelle relazioni all'interno della società civile, sembrava sottoporre ad una lenta e inarrestabile erosione le "abitudini del cuore", le regole della morale e della religione. Il successo dell'autogoverno in una nazione dai caratteri così diversi come quella americana e soggetta all'epoca a continue trasformazioni e ad una inarrestabile espansione geografica, secondo il canone della domesticità, richiedeva alla donna, proprio in virtù della sua lontananza dalla sfera pubblica politica, di ergersi a custode della "cultura del cuore, della disciplina delle passioni, della regolazione dei sentimenti e degli affetti" (5). Alle donne spettava, insomma, non solo il lavoro della "riproduzione naturale" dei cittadini americani, ma anche quello della loro "riproduzione culturale".


Nel 1841 Catharine Beecher, nel suo Treatise on Domestic Economy, esplicitava le implicazioni politiche sottese al culto della sfera domestica e metteva in luce le conseguenze derivanti dalla sua subordinazione alle esigenze dettate dalla sfera pubblica (6). Come poteva essere giustificato all'interno di una società egualitaria il ruolo subordinato del sesso femminile? Questa era la domanda dalla quale partiva la riflessione della Beecher. Le donne americane, fin dall'epoca della rivoluzione, avevano percepito una contraddizione tra l'affermazione del principio d'eguaglianza e la loro esclusione dalla sfera pubblica. Ma l'introduzione del suffragio universale maschile, in epoca jacksoniana, aveva ripresentato la questione in termini nuovi. Come altri autori dello stesso periodo - quali Josepha Hale e Horace Bushnell - Catharine Beecher tentò di trovare una giustificazione a questa contraddizione enfatizzando la funzione sociale della sfera domestica, il suo ruolo di promozione dei valori della nazione democratica americana.

Per la Beecher la subordinazione della donna non aveva un fondamento naturale, ma rispondeva a precise necessità politiche: era la sopravvivenza stessa della democrazia in America ad esigere, quale "espediente politico" (7), la sottomissione delle donne alle funzioni domestiche. L'espansione politica, economica e sociale della nazione americana aveva creato conflitti e tensioni sociali che avrebbero prodotto una situazione di totale anarchia se la famiglia non fosse rimasta un luogo di riproduzione del principio di autorità.

"Catherine Beecher - scrive Sklar - portava i suoi lettori alla conclusione che, rimovendo metà della popolazione dall'arena della competizione e rendendola utile all'altra metà, la quantità di antagonismo che la società avrebbe dovuto sostenere sarebbe stata ridotta ad un limite tollerabile. Definendo, inoltre, l'identità di genere come più importante dell'identità di classe, dell'identità regionale e religiosa, e ignorando totalmente gli elementi imponderabili delle divisioni razziali americane, essa promuoveva l'opinione secondo la quale l'unica divisione fondamentale era quella tra uomini e donne"(8).

Citando quasi interamente il cap. XII, della III parte del secondo libro della Democrazia in America a sostegno delle sue tesi, nel suo Treatise on Domestic Economy, un volume concepito come manuale da adottare nelle scuole femminili, la Beecher spiegava che erano proprio le tensioni prodotte dalle dinamiche di una società egualitaria a giustificare la divisione dei ruoli tra uomini e donne, che altro non doveva essere considerata che un'estensione del moderno principio della divisione del lavoro giustificato da una crescente complessità sociale. La mobilità e il carattere sempre più incerto dei destini individuali, che metteva in crisi definitivamente l'esistenza di rigidi confini tra le classi, rendeva necessario fissare stabilmente alcuni rapporti di subordinazione, come quelli dei figli nei confronti dei padri, delle mogli nei confronti dei mariti e dei salariati nei confronti dei datori di lavoro. Solo la subordinazione del figlio all'autorità paterna aveva però un fondamento naturale. Quello delle mogli verso i mariti, come quello dei salariati verso i datori di lavoro, - secondo Beecher - poteva trovare una giustificazione esclusivamente nella sua utilità per il funzionamento dell'organismo societario.

Era dalla consapevolezza della rispondenza ad un bisogno sociale della propria condizione di sottomissione che doveva trovare motivazione la riconciliazione della donna con la propria posizione e il proprio ruolo all'interno della famiglia. Era decisivo per questo, secondo la Beecher, che alla donna americana fossero forniti lumi circa lo stretto rapporto esistente tra un corretto ed efficiente funzionamento della vita domestica e il benessere e l'ordine della nazione.

"Nessuna donna americana - scriveva - ha motivo di sentire che il suo è un destino umile o insignificante. Il valore di ciò che un individuo fa deve essere valutato dall'importanza dell'impresa realizzata, e non dalla particolare posizione che egli occupa 'I costruttori di un tempio hanno eguale importanza, sia che lavorino alle fondamenta, sia che lavorino alla cupola'"(9).

La missione della donna nell'impresa di costruzione della nazione americana, per la Beecher, era fondamentale. Di fronte al venir meno delle identità tradizionali prodotto dall'avvento di una società egualitaria, la famiglia sembrava costituire l'unico terreno sul quale edificare un nuovo senso di unità nazionale. Il linguaggio della sfera domestica, infatti, aveva il pregio di poter essere universalizzato, di tagliare trasversalmente le diverse classi sociali, di neutralizzare le diversità di razza e religione. Sebbene non articoli in modo esplicito il tema, tuttavia, secondo Sklar, la Beecher, sottolineando come le donne fossero unite dalla loro condizione di genere, ne faceva implicitamente il tramite per l'affermazione di quei valori della classe media, attraverso i quali la cultura americana ha da sempre cercato di placare le ansie derivanti dall'esistenza di fattori di divisione e conflitto sociale. La famiglia era insomma lo strumento principale attraverso il quale creare una certa omogeneità di valori, ma anche di abitudini e comportamenti.

La Beecher insiste a più riprese nel suo testo sul bisogno che una società egualitaria e commerciale ha di trasformare le abitudini, anche quelle più quotidiane e minute, degli individui. Un esempio indicativo in tal senso è dato dalla questione - apparentemente insignificante - della responsabilità che viene attribuita alla madre di famiglia di imporre a tutta la casa, marito figli, e domestici - quando presenti -, l'abitudine di alzarsi presto la mattina. Si legge nel Trattato di economia domestica: "L'abitudine di alzarsi presto è in relazione con l'interesse generale della comunità, tanto quanto con quello di ogni singola famiglia. Tutta quella grande fetta della popolazione che è impiegata nel commercio e nella produzione, ha necessità di alzarsi presto; è evidente che alzarsi tardi danneggia la persona e la famiglia che ha quest'abitudine, ma interferisce anche con i diritti e la convenienza della società (10).

Regolarità, standardizzazione, e sistematizzazione delle pratiche domestiche, introduzione di metodi efficienti nella gestione della casa e dell'allevamento dei figli: sono queste le principali preoccupazioni avanzate dalla Beecher. Il riconoscimento della funzione sociale svolta dalla donna richiedeva, per l'autrice del Treatise on Domestic Economy, una razionalizzazione del lavoro domestico. Solo così la famiglia avrebbe potuto divenire efficiente della produzione di individui che fossero in grado di rispondere efficacemente agli standard richiesti dalla società. La donna doveva perciò specializzarsi nelle proprie funzioni, ricevere un'adeguata istruzione in materia di economia domestica, salute, e istruzione dei figli.

Alla donna la Beecher non chiede solo un atteggiamento razionale, ma anche il possesso di basilari conoscenze tecnico-scientifiche, che spaziano dalla medicina, al giardinaggio, alla chimica, alla dietetica. In conseguenza di questa razionalizzazione dei compiti della donna, lo stesso spazio domestico si trasforma. La Beecher ridisegna la pianta della casa, con un'attenzione per i problemi relativi all'igiene e all'ordine delle stanze, ma anche alla loro areazione, al loro riscaldamento ed ad un uso razionale degli spazi. Se la separazione del luogo di lavoro dalla casa di residenza, lasciava le donne sempre più sole e sempre più spesso prive di servitù (in una società democratica - come ricordava Tocqueville - diviene più arduo trovare domestici) il carico di lavoro che esse si trovavano ora a dover svolgere poteva essere alleviato solo con l'apporto di un sapere e di una conoscenza professionale.


Proprio la Beecher, la principale teorica del cult of domesticity, - come sottolinea Raffaella Baritono (che le dedica tuttavia uno spazio più ristretto rispetto a quello che le ho qui riservato) - "testimonia il modo attraverso il quale le donne americane bianche di classe media riuscirono a usare il concetto di sfere separate e della domesticità unito a quello della madre repubblicana, come strumento per infrangere la separazione virtuale tra il pubblico e il privato e irrompere nella scena pubblica, mobile, fluida ed estremamente variegata come quella americana del primo Ottocento" (p. XXX).

E' significativo sotto questo profilo lo stesso percorso biografico della Beecher, che - come ricorda Sklar - "nel 1869 si fece promotrice della creazione di case di accoglienza da stabilire in aree urbane povere e degradate, nelle quali 'alcune signore' avrebbero dovuto prendersi cura degli orfani, degli anziani, dei malati e dei peccatori e spendere il loro tempo e i loro soldi per la loro elevazione temporale e spirituale" (11). Molte associazioni femminili tra la metà del XIX secolo e la fine del XIX estesero le loro attività nell'ambito delle riforme sociali, promuovendo i valori della morale, della salute e dell'igiene al di fuori delle mura domestiche.

Attraverso l'attività di assistenza e le opere filantropiche le donne erano, dunque, presenti nello spazio pubblico. Uno spazio pubblico che, più che quale spazio pubblico-politico, - come ha documentato nei suoi lavori Mary Ryan, giustamente ricordata dalla Baritono - si declinava nel senso di uno "spazio pubblico-sociale", che trovava espressione sia in una fitta rete di associazioni religiose e club femminili, sia attraverso i canali della stampa, delle riviste e della letteratura femminile.

La sfera pubblica americana ottocentesca era articolata in almeno tre momenti distinti: accanto ad una sfera pubblica-politica, "modellata sui rituali maschili propri dei nuovi partiti di massa e che comprendevano anche manifestazioni ad essa collegati - parate, cerimonie pubbliche, meeting politici ed elettorali" (p. XXXIX); si collocavano la "sfera pubblica 'femminile'", e, in posizione intermedia, una sfera pubblica filantropica maschile, che raccoglieva prima di tutto i gruppi abolizionisti (cfr. p. XXXIX). Quest'ultima, che condivideva il linguaggio religioso e spirituale delle associazioni femminili, fu nel primo Ottocento lentamente inglobata in quella femminile. "Tanto che -scrive Baritono - si potrebbe azzardare l'ipotesi della presenza di una dicotomizzazione della sfera pubblica americana" (p. XL): due linguaggi diversi venivano parlati nella sfera del sociale e in quella del politico, il primo femminile, il secondo maschile.

Attraverso la loro presenza nell'ambito delle attività filantropiche e assistenziali, e l'uso che esse fecero durante tutto il secolo dello strumento delle petizioni e degli appelli ai legislatori, le donne furono un elemento influente nella vita politica americana. Ciò impone - osserva Baritono - "una rivisitazione del concetto tradizionale di un'esclusione tout court delle donne dalla sfera pubblica e anche da quella politica" (p. XLI). Ad un certo momento, tuttavia, fu proprio il paradosso rappresentato dall'importanza della loro funzione sociale, da un lato, e dal loro status di inferiorità sul piano giuridico e politico, dall'altro, a spingere le donne americane ad una svolta sul piano teorico che le condusse a passare dal "linguaggio maternalista delle sfere separate" a quello "dei diritti" (cfr. p. XLIII).


Il principio di eguaglianza al quale le prime femministe americane facevano riferimento aveva - non diversamente da quanto poteva riscontrarsi nella dottrina lockiana - un fondamento teologico. Sarah Grimké nel saggio Letters on the Equality of the Sexes and the condition of Women (1838) partiva - come prima di lei aveva fatto Judith Sargent Murray, nel suo On the Equality of the Sexes (1790) - dall'esigenza di produrre un'esegesi biblica che dimostrasse l'inesistenza di un comandamento divino a giustificazione della diseguaglianza tra i sessi.

Dio, per Sarah Grimké, aveva creato l'uomo e la donna a tutti gli effetti uguali in quanto esseri morali (cfr. pp. L-LI). Rivendicare quest'uguaglianza, e il suo fondamento religioso, era fondamentale per donne come le sorelle Grimké, appartenenti al movimento quacchero e impegnate nella causa abolizionista, per legittimare il loro diritto alla parola.

"In una lettera di Elizabeth Cady Stanton e di Lizabeth E. McClintock ai direttori del Seneca County Courier, all'indomani della convenzione del 1848, esse così si esprimevano: 'the Bible is the great Charter of human rigths, when it is taken in its true spiritual meaning: thought its great, immortal, life-giving truths can be perverted by narrow, bigoted, sectarian teachers so as to favor all kinds of oppression, and to degrade and crush humanity itself'" (p. XLVIII).

Se la retorica femminista di Seneca Falls era intrisa di spirito religioso, altri elementi del linguaggio utilizzato in quella circostanza meritano attenzione. Raffaella Baritono ricorda innanzitutto l'importanza della scelta di riunire una "convenzione", lo strumento per eccellenza di espressione della sovranità popolare (come mostrarono i numerosi processi di revisione costituzionale che si ebbero negli Stati Uniti tra il 1830 e il 1860). Non meno importante, tuttavia, - come ancora si sottolinea nell'introduzione - era il richiamo alla Dichiarazione d'Indipendenza del 1776 e al linguaggio della sensibilità, dal quale nella cultura settecentesca aveva avuto origine la dottrina della separatezza tra le due sfere, pubblica e privata.

La scelta di emanare una "declaration of sentiments" aveva di per sé un contenuto provocatorio. L'uso politico del linguaggio dei sentimenti e la richiesta del diritto di voto, avanzata dopo lungo dibattito durante la convenzione di Seneca Falls, abbattevano infatti i confini tra pubblico e privato.

Mantenere il primato morale che fino ad allora era stato loro riconosciuto in virtù della dottrina della separazione delle due sfere, riuscendo al tempo stesso a scavalcarne i confini, fu uno dei nodi più complicati che le donne del movimento femminista si trovarono ad affrontare. L'oscillazione del femminismo successivo tra retorica maternalista e linguaggio dei diritti testimoniò la difficoltà di individuare categorie politiche che consentissero alle donne di fare politica, senza farla al modo maschile.
Links sull'autore
Alcuni riferimenti in rete

  • The Seneca Falls Convention
    http://www.npg.si.edu/col/seneca/senfalls1.htm
  • Dichiarazione dei sentimenti, Seneca Falls (in italiano)
    http://www.ispfp.ch/rpo/B/BO1_28set_Seneca.PDF
    http://www.url.it/donnestoria/testi/percorso_900/seneca.html
  • Declaration of Sentiments, Seneca Falls (in inglese)
    http://closeupms.mainsail.com/sentimnt.htm
  • Stanton and Anthony Papers Project on line
    http://ecssba.rutgers.edu/pubs.htm
  • American Treasures of the Library of Congress
    http://www.loc.gov/exhibits/treasures/trr040.html
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    Note

    (1) Il volume curato dalla Baritono offre al lettore oltre all'Introduzione, una nota biografica relativa alle principali protagoniste del movimento femminista dei primi dell'Ottocento, un ricco apparato bibliografico, e le traduzioni in italiano di Tiziano Bonazzi di alcuni testi concernenti la Convenzione di Seneca Falls e quella successiva di Rochester, testi arricchiti da un apparato di note a cura della Baritono.
    (2) Sul concetto di "maternità repubblicana" - come ricorda anche Baritono - è fondamentale: L. Kerber, Women of the Republic.Intellect and Ideology in Revolutionary America, W.W. Norton, New York-London 1980.
    (3) Cfr., in particolare, C. McDannell, The Christian Home in Victorian America, 1840-1900, Indiana University Press, Bloomington 1986, p. 4.
    (4) "Ladies' Magazine", 3 (Jan. 1830), cit. in N. F. Cott, The Bonds of Womanhood. Woman's Sphere in New England, 1870.1835, Yale University Press, New Haven-London 1977, p. 68. (5) "Ladies' Magazine", 2 (Jan. 1829), pp. 31-32, cit. in ivi, p. 96. (6) Su Catharine Beecher, v., in particolare: K. Kish Sklar, Catharine Beecher. A study in American Domesticity, W. W. Norton & Company, New York-London 1976 e J. Boydoston, M. Kelley e A. Margolis, The Limits of Sisterhood. The Beecher Sisters in Women's Rights and Woman's Sphere, The University of North Carolina Press, Chapel Hill-London 1988. Sul "cult of domesticity" nell'Ottocento, cfr. N. F. Cott, The Bonds of Womanhood. Woman's Sphere in New England, 1870.1835, cit.; M. P. Ryan, The Empire of the Mother. American Writing about Domesticity, 1830-1860, Harrington Park Press, New York-London 1985; L. Romero, Home Fronts. Domesticity and its Critics in Antebellum United States, Duke University press. Durham-London 1997; N. Tonkovich, Domesticity with a Difference. The Nonfiction of Catharine Beecher, Sarah H. Hale, Fanny Fern and Margaret Fuller, University Press of Mississippi 1997.
    (7) Cfr. K. Kish Sklar, op. cit., p. 156. (8) Ivi, p. 158. (9) Cfr. C. Beecher, A Treatise on Domestic Economy, for the Use of Young Ladies at Home and at School, Harper & Brothers, New York 1850 (revised edition, I ed. 1841), p. 37. (10) Cfr. ivi, pp. 127-128. (11) K. Kish Sklar, op. cit., p. 166.




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