Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 26 febbraio 2002

Pietro Basso, Razze schiave e razze signore. Vol. I. Vecchi e nuovi razzismi, Franco Angeli, Milano 2000, pp. 135.

Il libro costituisce la prima parte di uno studio sul razzismo e l'antirazzismo. L'autore si pone espressamente dal punto di vista dell'intreccio tra teoria, storia e attualità che caratterizza il fenomeno del razzismo. Da questa prospettiva egli rifiuta la distinzione tra un razzismo di vecchio tipo, caratterizzato dal biologismo, e un razzismo di nuovo tipo, che si esprime a livello culturale e spirituale: il fenomeno, secondo lui, nasce da un rapporto sociale di oppressione di una razza sull'altra che si manifesta contemporaneamente a livello intellettuale, psicologico e politico. Il razzismo biologico conduce sempre a una presunzione di superiorità morale e culturale di una razza particolare, il razzismo spiritualista si fonda sempre su una base di riferimento biologica. Riprendendo la nota definizione di Giddens, secondo la quale il razzismo consiste nella credenza che l'attribuzione di caratteristiche di superiorità o inferiorità a individui di una certa razza abbia un fondamento biologico, Basso afferma che la razza è una categoria che non ha un significato scientifico, ma esiste come realtà sociale:

l'esperienza sociale quotidiana mostra, e senza possibilità di equivoci, che la razza è una realtà. Una solida realtà sociale, psicologica, ideologica, politica. La razza è tuttora una categoria piena di significato. Che conta, altro se conta! Le razze esistono. E sono socialmente diseguali. Il mondo è profondamente spaccato, infatti, in razze signore e razze schiave (p. 5).

Questa definizione del razzismo viene integrata da Basso con la considerazione dei rapporti tra le classi, tra le nazioni - anche se il razzismo preesiste al nazionalismo - e delle relazioni di genere. Perciò egli afferma che il razzismo è la considerazione dell'inferiorità naturale di soggetti - "colorati", proletari e donne - che sono già realmente e socialmente in una situazione di inferiorità. Tale situazione è determinata dalla divisione sociale e internazionale del lavoro e quindi rimanda al nucleo stesso del capitalismo. A questo si aggiunge la considerazione dell'inferiorità naturale e spirituale della donna, vero presupposto storico del razzismo, che conduce l'autore alle seguenti affermazioni:

In quanto ideologia, il razzismo, nel suo insieme unitario di variegati razzismi, è l'ideologia dello sfruttamento e dell'oppressione delle razze "schiave" per natura: i colorati, i proletari e le donne (p. 14)

Il razzismo si regge su una base quadrangolare: oppressione di classe, oppressione di razza, oppressione di nazione, oppressione di sesso (p. 18).

E' per questo motivo che la prospettiva indicata da Basso non è quella di una semplice opposizione culturale al razzismo, quanto piuttosto la critica dei fondamenti sociali del razzismo stesso: si tratta, in un certo senso, di una teoria operativa a sfondo marxista. Tale critica si realizza, in questo volume, tramite un excursus storico sulla "interpretazione razziale dei rapporti tra gli uomini e i popoli" (p. 23), che si afferma essere prerogativa dell'Europa moderna e borghese. Tuttavia, l'autore ne individua gli elementi che provengono dall'eredità del mondo antico e del medioevo. Vengono così analizzate la necessità e la naturalità delle divisioni e diseguaglianze sociali in Aristotele, con la gerarchia conseguente, e ancor prima, in Platone, e le conseguenze dell'etnocentrismo greco; la divisione in classi, l'inferiorità della donna e la concezione della superiorità e del primato naturale della stirpe latina nel mondo romano; la novità del tema della purezza del sangue introdotta dalla nobiltà e dalla Chiesa nel medioevo. La grande svolta verso la concezione europea moderna del razzismo si ha con le scoperte geografiche e con la nascita dell'ideologia coloniale europea, che l'autore considera un elemento essenziale in tutte le teorie razziali. Il razzismo di tipo moderno nasce nell'epoca dell'Illuminismo e della rivoluzione industriale, con lo sviluppo del commercio degli schiavi e la nascita del primo stato razziale, gli Stati Uniti, fondato sullo sterminio degli indiani e la segregazione dei neri. Riprendendo Marx, l'autore afferma l'importanza essenziale del colonialismo nel processo di genesi del capitalismo. Nonostante gli elementi di anti-razzismo presenti nella cultura illuminista, il contesto dei rapporti sociali e materiali tra individui, classi e nazioni favorì l'idea della diseguaglianza naturale tra le razze, che si arricchì di una nuova base scientifica a cui contribuì un preciso sviluppo delle scienze naturali. Perciò l'autore concentra la sua analisi sul periodo compreso tra la metà e la fine dell'Ottocento, quando il concetto di razza diventa una categoria centrale della vita sociale.
Grande attenzione è riservata alle teorie di Gobineau e di Lapouge. La prima, in particolare, è considerata come la sistematizzazione, con una falsificazione dei dati storici, dei rapporti sociali di classe e di razza già esistenti: perciò, secondo Basso, il totalitarismo dello stato razziale nasce molto prima dello stato nazista. Gobineau afferma la centralità della razza nella storia sociale dell'umanità e la diseguaglianza delle razze come un dato naturale, con una gerarchia in cui il vertice è occupato dalla razza bianca ariana e proprietaria. Il mito della superiorità dell'uomo bianco, afferma Basso in polemica con le tesi di Poljakov, non è nato in funzione anti-ebraica, ma come nucleo dell'ideologia e della pratica colonialista, nei confronti, cioè, delle razze considerate schiave, per poi essere applicato agli ebrei anche in conseguenza del secolare anti-ebraismo della Chiesa cattolica. Se in Gobineau, secondo Basso, gli argomenti a favore della superiorità della razza bianca sono di carattere prevalentemente qualitativo, è solo con il 1848 che le scienze naturali iniziano, con più decisione e senza le ambiguità delle epoche precedenti, a fornire un fondamento di carattere "scientifico" alla teoria razzista, in particolare con l'opera di Lapouge. La dottrina della superiorità della razza bianca, tipico prodotto dell'Europa moderna, è il minimo comun denominatore di molti intellettuali e appartenenti alle classi colte di diverse nazioni europee, in una direzione sovranazionale che supera anche le barriere dei singoli nazionalismi. Basso interpreta l'opera di Gobineau e di Lapouge, nel contesto del periodo storico in cui appaiono, tra il giugno parigino del 1848 e la rivolta dei sepoys indiani nel 1857, come un grido d'allarme della reazione conservatrice di fronte al nuovo pericolo della possibile unione tra la lotta di classe e la lotta di razza, da parte delle razze schiave.
Passando all'analisi delle razze considerate dalla teoria razzista schiave per natura - i "colorati", i proletari e le donne - Basso individua il processo di bestializzazione "tridimensionale: fisica, psichica, morale-religiosa" (p. 62) dei vinti e dei colonizzati, con la conseguente attribuzione di una inferiorità naturale. Il colonialismo, inteso anche come processo di accumulazione capitalistica, è stato l'ambiente naturale di incubazione del razzismo: prima il razzismo in Europa quasi non esisteva (p. 63). Quindi il razzismo può essere definito come una teoria che giustifica un rapporto sociale di dominazione. L'accenno al capitalismo è funzionale alla definizione della complementarità tra liberalismo e razzismo come duplice volto della rappresentazione delle nuove relazioni sociali. Ciò deriva, secondo Basso, dal paradosso dell'accumulazione capitalistica, che se da una parte supera le vecchie relazioni servili del mondo feudale, dall'altra le riproduce in forma nuova su scala più ampia e con maggiore intensità di violenza. Viene quindi analizzato il processo di bestializzazione della classe operaia, vera e propria razza, con le diverse teorie dell'organizzazione scientifica del lavoro. Infine, l'attenzione si concentra sulle relazioni essenziali presenti tra razzismo e sessismo, in virtù della comune logica essenzialista naturalizzante (p. 72), con l'affermazione dell'inferiorità naturale della donna in senso biologico e spiritualista.
L'ultima parte del libro è dedicata, nell'ambito di una lettura segnata dall'opposizione tra il tentativo di dominazione da parte delle razze signore e quello di emancipazione da parte delle razze schiave, alle "risposte estreme" costituite da fascismo e nazismo, legato il primo alla concezione spirituale della razza e il secondo alla questione ebraica. Quanto al fascismo, Basso lo definisce una combinazione eclettica di teorie reazionarie, anche per ciò che riguarda il razzismo, sottolineandone tuttavia l'insistenza sull'indirizzo spiritualista. Perciò viene analizzata la teoria e la dottrina di Evola, considerato "come esponente di primo piano della concezione spirituale della razza, e insieme come esponente di primo piano del razzismo italiano e del razzismo fascista" (p. 79). I precursori della concezione spirituale della razza vengono individuati in Chamberlain, Le Bon e Nietzsche, senza dimenticare l'elaborazione dei teorici e degli ideologi statunitensi. Il contributo del razzismo italiano alla teoria razzista europea viene individuato in diversi campi: verso i popoli africani, nei confronti dei popoli slavi, nei confronti delle popolazioni del Sud d'Italia, relativamente alle donne, verso i criminali, secondo un punto di vista di origine lombrosiana, e i malati di mente, con la naturalizzazione del loro comportamento deviante, contro gli ebrei, secondo posizioni di origine cattolica, laica conservatrice e fascista. Quanto alla teoria di Evola, Basso ne sottolinea il carattere di sintesi della storia e dell'ideologia razzista in Italia in una direzione che definisce spiritualistico-elitaria e con elementi attivistici, indicandone il legame tra l'avversione alle razze inferiori e l'avversione all'internazionalismo proletario, cosa che consente di affermare a livello generale:

Il razzismo è tanto anti-nero o anti-colorato quanto anti-proletario; è la prima cosa in quanto è la seconda; non può esser la seconda senza essere anche la prima (p. 90).

Per ciò che riguarda il nazismo, Basso afferma che il razzismo tedesco nel suo contenuto ideologico e pratico non è un fenomeno tipicamente germanico - altrimenti si adotterebbe la chiave di lettura razziale della storia. Inoltre, è ben chiarita la necessità di operare una lettura critica del Mein Kampf e superare la concezione di Hitler come un folle. Dopo aver sottolineato che il nemico fondamentale risulta essere il marxismo e che l'ebreo diventa una categoria politica, il nucleo essenziale di questo testo è così individuato da Basso:

Il succo di Mein Kampf è tutto qui: nella riproposizione integrale e massimamente aggressiva della dottrina razzista della razza, nella guerra di annientamento dichiarata al marxismo e all'ebraismo, nella delineazione dei compiti dello stato razziale (p. 103).

Insistendo sull'identificazione hitleriana del nemico nel marxismo e nell'ebraismo, Basso spiega questa associazione come conseguenza della reazione a ogni livello dei capitalisti e dei proprietari terrieri tedeschi contro la rivoluzione operaia del biennio 1918-1919. D'altra parte, l'ebreo viene anche raffigurato nell'opera hitleriana con le caratteristiche negative dell'internazionalismo capitalista, in funzione anti-nazionale. La terribile novità, rispetto alla tradizione antisemita europea, rappresentata dal nazismo consiste, secondo Basso, nel fatto che l'antisemitismo diviene una politica di Stato organizzata scientificamente e culminante nello sterminio. Ciò viene spiegato essenzialmente con la nascita delle nazioni borghesi moderne, e in particolare con il sorgere di un antisemitismo "dall'alto", a partire dalle classi proprietarie capitalistiche, che avrebbe condotto a una reazione di segno uguale e contrario nel popolo ebraico, con la nascita del sionismo e la polarizzazione tra ebrei ricchi ed ebrei proletari. Addirittura, afferma Basso, il nazionalismo e l'esclusivismo di tipo cristiano richiamano il nazionalismo di tipo sionista e quindi lo sterminio nazista degli ebrei è stato preparato in tutta Europa dai nazionalismi, che conducono anche all'interno del popolo ebraico al desiderio, da parte delle classi medie, di uno stato ebraico in funzione anti-proletaria e per difendersi dall'antisemitismo europeo. Tale desiderio va di pari passo con la nazionalizzazione delle classi lavoratrici all'interno dell'ebraismo (ebraizzazione, afferma Basso) e quindi, assieme a numerosi altri fattori di cui sono responsabili gli stati e le democrazie europee con la Chiesa cattolica, contribuisce a creare le condizioni che hanno reso possibile la soluzione finale nazista. Ciò conferma l'autore nell'affermazione della inseparabilità della questione razziale da quella sociale, perché:

L'oppressione di razza è tutt'uno con l'oppressione e lo sfruttamento di classe (p. 116)

Questo apparirebbe chiaro da un'analisi dello Stato razziale nazista, in cui alla tragedia ebraica si somma la tragedia e la discriminazione dei lavoratori, con l'annullamento dei loro diritti e lo sfruttamento del lavoro manuale. Tanto che Auschwitz, oltre che luogo di sterminio, è stato anche luogo di produzione e di lavoro coatto. In sostanza, alla politica razziale si affianca, nel nazismo, la politica di classe anti-operaia.
Con la fine della seconda guerra mondiale non si è assistito, afferma Basso, alla distruzione dei rapporti materiali e sociali all'origine del razzismo. Oggi, poi, dopo l'indipendenza politica di molte ex colonie europee, si è diffusa una nuova ondata di razzismo, a livello dottrinale-ideologico e anche economico, di cui l'autore riporta due esempi - la considerazione della differenza innata e naturale di quoziente intellettuale nell'opera pubblicata negli Stati Uniti da R. Hernnstein e C. Murray e il razzismo differenzialista di A. De Benoist - che costituiscono però la ripresa di temi del vecchio tipo di razzismo.

Il libro di Basso si presenta assai ricco di citazioni di autori spesso dimenticati nei loro toni e nelle loro considerazioni razziste, in particolare relativamente alla superiorità della razza bianca propagandata negli Stati Uniti. Un merito indubbio è quello di aver sottolineato il legame esistente tra le diverse forme di razzismo in quanto discriminazione - in particolare tra il razzismo verso i popoli colonizzati, il sessismo e, per certi versi, lo sfruttamento del lavoro manuale, in nome della comune considerazione dell'inferiorità naturale dei neri, delle donne e dei lavoratori e della conseguente costruzione di una gerarchia sociale e razziale. Tuttavia, assai discutibile appare la tesi fondamentale che riconduce ognuna di queste forme alla questione del rapporto sociale di oppressione e sfruttamento di classe. La teoria marxista, infatti, se consente di utilizzare alcuni strumenti concettuali come quello di dominazione, sfruttamento, oppressione, per l'analisi dei fenomeni sociali, quale indubbiamente il razzismo è, tuttavia da sola non basta a spiegare e comprendere tali fenomeni: l'apparato concettuale marxista deve necessariamente essere integrato con altre prospettive.
A questo proposito, appare eccessivo e inadeguato utilizzare il concetto di classe, che ha origine in riferimento all'industrializzazione, per il mondo romano, per quanto non si debba disconoscere lo sfruttamento derivato dalla schiavitù. In generale, la teoria marxista dei rapporti materiali di produzione e della lotta di classe non riesce a rendere conto di numerosi fatti storici rilevanti per il tema del razzismo. Ciò non significa che la causalità economica e la considerazione dei rapporti sociali da questa prospettiva non intervengano nella comprensione del fenomeno del razzismo e in particolare nello schiavismo e nel colonialismo, ma semplicemente che non ne costituiscono la spiegazione esclusiva e che in alcuni casi non arrivano a comprenderne la natura reale. Appare difficile, infatti, spiegare lo sterminio nazista degli ebrei, che fu sempre l'obiettivo di Hitler, dal punto di vista dell'oppressione di classe da parte delle classi reazionarie e conservatrici e in riferimento - tra gli altri fattori - al nazionalismo e sionismo ebraico e al processo di differenziazione di classi all'interno dell'ebraismo. L'opera di Mosse sul razzismo europeo, che pure merita un approfondimento e alcune critiche su numerosi punti, ha dimostrato le origini culturali e ideologiche del razzismo nazista, in particolare della concezione hitleriana, affermando sì lo stretto legame tra gli ideali della classe media e gli stereotipi razzisti, ma anche l'enorme diffusione di tali stereotipi tra le classi superiori e inferiori (G. L. Mosse, Il razzismo in Europa dalle origini all'olocausto, Laterza, Roma-Bari 1985). A questo proposito, poi, sempre lo stesso Mosse ha ricordato come esistessero anche tra i socialdemocratici e i comunisti tedeschi "sentimenti generali", stereotipi e pregiudizi che sul piano politico concreto si tradussero in un compromesso con il razzismo nazista, vista l'esitazione dei primi a presentare ebrei alle cariche pubbliche e l'eliminazione, da parte dei secondi, degli ebrei dal comitato centrale del loro partito. Risalendo indietro nell'analisi di tali stereotipi diffusi nel pensiero "comunitarista", come lo definisce Mosse, lo storico tedesco rinviene non solo alcuni socialisti antisemiti come Proudhon, ma indica anche la condivisione da parte di quest'ultimo delle opinioni di Marx sugli ebrei. Tali opinioni consistevano, essenzialmente, nell'indicare gli ebrei come simbolo del capitalismo (in pieno accordo con i pregiudizi antiebraici) e nell'adottare una prospettiva assimilazionista e integrazionista. Questa prospettiva è certo completamente differente dagli obiettivi di espulsione ed eliminazione degli ebrei caratteristici di alcuni socialisti francesi, ma indubbiamente contribuì non solo all'adozione di provvedimenti politici da parte di partiti socialisti e comunisti in un certo senso in linea con il razzismo nazista, come si è visto, ma anche alla diffusione del pregiudizio razzista in Europa, attraverso la mancata considerazione e la sottovalutazione del tema dell'identità ebraica nella sua specifica "differenza" e peculiarità. Del resto, la sottolineatura del tema del sionismo fu anche uno dei cavalli di battaglia della propaganda razzista antisemita e antiebraica tra le due guerre mondiali, assieme alla motivazione economica e al tema del complotto ebraico. Non tutte le teorie e le ideologie nascono come giustificazione dei rapporti di classe o dello sfruttamento economico, ma anzi, in molti casi, derivano dalla natura profonda delle relazioni sociali, che non possono essere ridotte al solo aspetto economico.
Assolutamente inadeguato appare l'apparato concettuale marxista pure nella comprensione delle radici profonde dell'antiebraismo cattolico, di enorme diffusione popolare anche nel linguaggio, ossia della convinzione religiosa che gli ebrei sono colpevoli della morte di Cristo. Questa convinzione tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento si è arricchita di tematiche sociali e politiche in corrispondenza con le trasformazioni subite dalla Chiesa cattolica e ha costituito lo sfondo anche pratico, relativamente ai provvedimenti antisemiti, su cui si è sviluppata la persecuzione antiebraica tra le due guerre.
Analoghe considerazioni si possono fare a proposito del caso italiano, cioè delle leggi razziali promulgate da Mussolini. Nel nostro paese, infatti, gli ebrei costituivano un gruppo integrato nella comunità nazionale il cui ruolo nella vita economica era assolutamente inferiore a quanto propagandato dalla pubblicistica antisemita del regime. Il fatto che gli ebrei fossero numerosi in alcuni ambiti come quello dell'amministrazione e dell'università è dovuto principalmente alle conseguenze positive dell'emancipazione, dopo secoli di esclusione dovuti alla persecuzione cattolica. Ma naturalmente, come ha ben ricordato De Felice, l'affermazione della supremazia ebraica in tali settori è senza fondamento. Le leggi razziali italiane trovano la loro spiegazione in diversi fattori di natura politica, ideologica e culturale e in una serie di circostanze che fecero sì che tali fattori venissero a incontrarsi; ma la loro spiegazione con la lotta di classe e con la considerazione dei rapporti economici non trova sostegno nella ricerca storica. E' anzi vero che l'Italia con le leggi razziali perse numerosi esponenti della cultura umanistica e scientifica riconosciuti anche a livello internazionale, lasciando dei vuoti che neanche nel dopoguerra furono colmati, come ha messo in luce il recente studio di Israel e Nastasi (G. Israel-P. Nastasi, Scienza e razza nell'Italia fascista, il Mulino, Bologna 1998). In questo libro, oltre a essere indicati i fattori e quelle circostanze che condussero alla legislazione razziale, sono documentati ampiamente l'esistenza, la diffusione e l'ampiezza di elaborazione teorica di un razzismo italiano di tipo "romano-italico-spiritualista" autonomo da quello tedesco, i cui esponenti furono figure più significative di quelle di Evola che non può essere ritenuto il rappresentante di primo piano della concezione spiritualista della razza. Naturalmente, affermare ciò implica sostenere un'interpretazione del fascismo differente da quella marxista, che ne fa un movimento reazionario, se pur eclettico, come sostiene Basso. Ma a sostegno di tale interpretazione stanno le ricerche della migliore storiografia italiana a partire da De Felice.
Se passiamo poi all'analisi del regime comunista sovietico, anche qui lo schema marxista d'interpretazione appare inadeguato relativamente alle politiche antisemite intraprese da Stalin e anche dopo Stalin dal governo sovietico. Infatti, come non si può ridurre la politica antisemita di Stalin al solo nazionalismo, se pure socialista, così neanche le tematiche antisemite che questi riesumò nelle sue campagne possono essere qualificate come "di segno fondamentalmente anti-comunista", come afferma Basso (p. 109 n. 11). La ricerca storica e sociologica ha infatti mostrato come i movimenti politici attraverso cui diversi settori della popolazione ebraica russa al tempo degli zar esprimevano la loro avversione al regime fossero di diversa estrazione ideologica e non riducibili alla sola socialdemocrazia. Inoltre, le politiche antiebraiche promosse a più riprese dal governo sovietico furono originate in parte da dettami ideologici e dal persistere di pregiudizi antiebraici nella popolazione, ma soprattutto sorsero da necessità politiche ed economiche che venivano risolte con forme di esclusione e di persecuzione nei confronti di un gruppo ben identificabile: a tal proposito illuminante è il libro di Zaslavsky e Brym sull'emigrazione ebraica e la politica della nazionalità in Unione Sovietica (V. Zaslavsky-R. Brym, Fuga dall'impero. L'emigrazione ebraica e la politica della nazionalità in Unione Sovietica, Esi, Napoli 1985).
In sostanza, un contributo alla spiegazione del razzismo nel caso dell'antisemitismo può essere fornito dall'analisi della teoria e della pratica politica, anche relativamente alla pianificazione, dello stato totalitario, che molto brevemente si è qui richiamato nelle tre versioni fascista, nazista e comunista. Pur con tutte le differenze tra questi tre regimi, che non devono essere disconosciute, è possibile comprendere la politica antisemita se si fa riferimento alla costruzione del nemico interno e alla formazione dell'identità nazionale attraverso un'identità ben definita, come per esempio quella "razziale" nel caso di fascismo e nazismo. In ogni caso il razzismo appare un fenomeno troppo complesso per poter essere ridotto ad una sola categoria esplicativa, quale quella marxista dei rapporti dialettici di classe e del materialismo storico. Solo una reale comprensione di questo fenomeno nella sua complessità storica e sociale consente di combatterne le forme che ancora oggi sopravvivono e quelle che si presentano sotto nuove spoglie in maniera sempre più diffusa.



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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.