Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 12 giugno 2003

Massimiliano Tomba, Crisi e critica in Bruno Bauer. Il principio di esclusione come fondamento del politico, Bibliopolis, Napoli 2002, ISBN 88-7088-417-1


Con Hegel la filosofia raggiunge la caratterizzazione peculiare di una mediazione finale. Tale mediazione si specifica come armonizzazione tra società borghese, religione cristiana e principi della filosofia. Intorno al 1840 la conciliazione di Hegel sembra perdere la propria presa sulla realtà, soprattutto in seguito al disfacimento definitivo del sistema cetuale. Nel 1843 vennero pubblicate opere che avrebbero avuto un effetto rivoluzionario, come i Principi della filosofia dell’avvenire di Feuerbach, l’Aut-aut di Kierkegaard, la Critica della filosofia del diritto di Hegel di Marx e il Cristianesimo disvelato di Bruno Bauer. Comune a tutte è la dissoluzione del mondo cristiano borghese direttamente sulla scorta della teologia filosofica del protestantesimo di Hegel. Tale dissoluzione viene a denotarsi essenzialmente come crisi. Lo sforzo principale del libro di Tomba sembra essere quello di caratterizzare l’esercizio filosofico di Bruno Bauer come critica, vale a dire come l’estremo tentativo di comprendere e rappresentare tale crisi in quanto crisi della propria epoca.

Se, da un lato, la filosofia del Wormärz non può certamente essere compresa a prescindere da Hegel, la proposta storico-filosofica di Tomba è quella di rimarcare la presenza di una rottura piuttosto che ricercare continuità e ascendenze hegeliane all’interno della partizione di una destra e di una sinistra nella sua scuola. Al di là di ogni pretesa continuità hegelista, ciò che va dunque sotto- lineato è il fatto che, se in Hegel razionalità e realtà trovavano la loro massima sintesi, la filosofia del Vormärz sembra invece ossessivamente alla ricerca di un razionale che, fuggito dalla realtà, deve essere realizzato. Il lavoro di Bauer, all’interno del tentativo di comprensione di questa crisi, spicca per la sua radicalità, per lo sforzo inesausto di sviluppare fino alle estreme conseguenze gli elementi problematici e contraddittori del rapporto tra razionalità e realtà, attraverso l’analisi e la dissoluzione di due elementi cruciali: il politico e la religione.

La pratica di pensiero che Tomba legge in atto nell’opera di Bauer si caratterizza essenzialmente come critica, cioè come tentativo di colmare lo scarto tra l’epoca e la sua rappresentazione. In tale direzione la crisi non deve essere semplicemente compresa, bensì occorre che essa venga accelerata. In questa lettura, dunque, la critica baueriana assume i tratti di una comprensione attiva della crisi che colloca l’autore nel punto più avanzato di una modernità in continuo superamento di se stessa. Da ciò risulta evidente che per Bauer la comprensione della sfera politica, dopo la dissoluzione del sistema degli Stände, non può proporsi semplicemente come tentativo di mediazione tra individuo e Stato, ma deve essere intesa come una vera e propria polemologia capace di dar ragione di pratiche concrete di lotta di liberazione e di emancipazione dei singoli. All’interno di questo tema specifico, in cui emerge in tutta la sua problematicità il rapporto tra teoria e prassi, Tomba sottolinea quello che appare come uno dei punti determinanti, e filosoficamente più interessanti, della riflessione di Bauer. Nell’autore tedesco l’idea non si pone come qualcosa che deve essere realizzato nella realtà, in quanto essa è proprio l’unita di concetto e realtà; il soggetto che fissa tale realizzazione come propria esigenza fondamentale rimane impotente, vuoto, privo di realtà. Il reale non è dunque l’oggettività contrapposta alla soggettività, ma è compreso nel movimento dell’idea, che è essenzialmente azione. Dopo Hegel, allora, la filosofia nel suo rapporto con l’idea non può che essere intesa come critica: questa è la forma propria dell’agire della filosofia nel politico in quanto attacco alle fondamenta delle categorie su cui si basa l’ordine esistente, ormai incapace di essere rappresentazione effettiva della realtà. Questo discorso contiene in sé, e contemporaneamente presuppone, l’attraversamento critico del cristianesimo, in quanto è proprio nel cristianesimo che Bauer ritrova le categorie costitutive della modernità. Se ciò è vero, allora risulta evidente che la critica del cristianesimo si trasforma necessariamente in critica epocale, mentre la sua crisi diviene crisi strutturale della modernità.
L’affinità intrinseca tra i concetti teologici cristiani e le categorie politiche della modernità che Bauer fa emergere nella propria analisi del tema dell’origine, permette a Tomba di identificare tale analisi con una vera e propria teologia politica. Il cristianesimo pretende di essere portatore dei principi di eguaglianza e di libertà, ma essi si mostrano dialetticamente rovesciati attraverso il concetto di grazia, espressione dell’arbitrio divino da un lato e del principio di esclusione dall’altro. Per Bauer ciò si ritrova a pieno nella struttura logica della forma politica: infatti, esiste un’intima relazione tra potere arbitrario e il concetto teologico di grazia. Un potere è arbitrario, poi, nella misura in cui sceglie con decisione sovrana se accordare o meno dei diritti, a chi accordarli e, di conseguenza, chi escludere. In questo modo Bauer mostra l’inconsistenza dell’universalismo cristiano evidenziandone il carattere polemico, cioè la cifra di un’esclusione che esso necessariamente conterrebbe in quanto principio costitutivo di una comunità (il riferimento è qui evidentemente la contrapposizione paolina tra battezzati e non-battezzati). L’esclusione diviene così l’atto originario da cui prende forma la determinatezza, soprattutto nel momento in cui essa deve valere come forma giuridica, attraverso l’indicazione di un’alterità necessaria alla fissazione di una identità. Per Bauer questa medesima logica attraversa sia la religione che il politico, tanto che la dialettica di unità ed esclusione denota non solo la forma-Chiesa, ma la forma giuridica in quanto tale, e quindi lo stesso Stato. Secondo Tomba, è la forza di tale analogia strutturale che mostra agli occhi del filosofo tedesco l’inefficacia della sintesi hegeliana tra il principio protestante e quello di libertà. Il principio di esclusione, dunque, può essere soppresso solo se, assieme al concetto cristiano di grazia, si sottopone al vaglio della critica anche il carattere esclusivo dello Stato cristiano. L’unità dello Stato esiste in quanto prodotta per mezzo del suo agire rappresentativo, che si struttura sulla base di un atto politico di esclusione che farebbe esistere il popolo come unità ed identità. Dunque, in Bauer la possibilità di un discorso sulle pratiche di emancipazione e di liberazione passa necessariamente per la critica del principio di esclusione. Nello svolgimento del suo pensiero l’analisi della Judenfrage, questione comune all’intero Vormärz, si colloca esattamente a questo livello.

Nella lettura che Tomba ne fornisce, l’intero percorso critico di Bauer trova lo spazio di un proprio completo dispiegamento, nonché di una problematica revisione interna, attraverso la produzione di una storia della Rivoluzione francese. La Rivoluzione avrebbe negato il rapporto religioso esistente tra i sudditi e lo Stato, mostrando che quest’ultimo non è un potere a loro esteriore, ma è un loro prodotto. In tal senso l’ateismo diventa per Bauer un momento della politica: la critica della trascendenza religiosa non risulta compiuta se non diviene critica della trascendenza politica, cioè fino a che gli uomini vivono all’interno di rapporti che non riconoscono essere un proprio prodotto. Allora, potremmo dire che Bauer è alla ricerca della forma in cui l’autocoscienza riconosca se stessa sia come prodotto, sia come principio creatore. Politicamente ciò significa che l’autocoscienza è pensata come l’unità della forma politica e della forza creatrice di quella stessa forma. Su questo tema l’analisi di Tomba sembra tentare un affondo così radicale da riuscire a portare il pensiero di Bauer a conseguenze tali da eccedere l’orizzonte del XIX secolo. Il discorso del filosofo tedesco viene infatti specificato osservando che il potere costituente del popolo è la forma politica in cui l’autocoscienza riconosce ogni prodotto come proprio e giudica la separazione dalle condizioni della sua realizzazione come una separazione indebita. L’autocoscienza considera obsoleta la separazione tra potere politico e popolo, diventando produzione incessante delle forme della propria convivenza: l’unica costituzione ad essa adeguata è una aperta. Ciò significa, per Tomba, che Bauer è alla ricerca della forma politica capace di non racchiudere la rivoluzione, ma di farne un suo proprio momento. Conseguentemente, all’interno di questo quadro, i moderni concetti di libertà e uguaglianza possono essere considerati nella loro universalità solo se essi non risultano fissati nella loro immutevole datità, se quindi vengono pensati come incessanti pratiche di liberazione ed emancipazione. Nella parte finale del testo, Tomba tenta di mostrare come per Bauer la Kritik debba necessariamente rivolgersi contro se stessa, cioè debba lavorare alla propria crisi, per portare a compimento il lavoro di dissoluzione del Vecchio. In questa prospettiva, la stessa Rivoluzione non va considerata come approdo al Nuovo, ma come episodio della crisi in corso, come conflitto ancora tutto interno al vecchio mondo, un conflitto che sì è servito degli strumenti del vecchio mondo contro di esso. La Kritik trova ora il proprio compimento trasformandosi in una Storiografia della Rivoluzione così intesa. La pratica della storico, secondo Bauer, prevede il sacrificio completo della sua individualità, al fine di mostrare come l’unico soggetto della storia sia la storia stessa. Con tale riconoscimento la critica cessa di essere una forza che fa epoca, e prende congedo da ogni opposizione contro l’esistente. Per essere coscienza del Nuovo, la critica evita ora ogni rapporto con il mondo, sia esso di conciliazione o di contrapposizione, per limitarsi a rappresentare i conflitti interni al Vecchio. La storiografia deve dunque mostrarci il dispiegamento della dialettica interna alla Rivoluzione francese, chiarendo come in essa il privilegio della nazionalità si sostituisca ai privilegi feudali, ricostituendo quel principio di identità esclusiva in forza del quale è possibile ridare unità ai singoli atomi liberati dalle barriere cetuali. Bauer non cerca più nella Rivoluzione il simbolo della libertà politica, poiché proprio qui essa si mostra rovesciata nel suo opposto: il problema specifico, allora, diviene quello di cogliere il rapporto tra la produzione di una massa di atomi egoistici e un’inedita concentrazione di potere che li tenga uniti. Il nucleo generativo di questo rapporto è ciò che Bauer identifica nella dialettica del livellamento, in cui, invece di produrre la libertà universale, le lotte per l’uguaglianza che hanno contraddistinto la Rivoluzione francese, hanno prodotto l’eguaglianza nell’assoggettamento, dove tutti sono egualmente sudditi. Se ciò è vero, allora i diritti dell’uomo rimangono irretiti in una contraddizione che la Rivoluzione ha acuito invece di togliere: le differenze e i privilegi particolari sono trapassati in una differenza universale, cioè quella tra pubblico e privato, tra società e Stato. Il risultato di ciò è un’eguaglianza negativa, cioè quella di una massa anonima e impolitica di fronte allo Stato. Attraverso la Rivoluzione l’uomo diventa libero, ma la sua libertà è quella di chi è privo di ogni valenza politica. Per Bauer la dialettica del livellamento si di- spiega dalla Francia rivoluzionaria a tutta l’Europa, passando per Napoleone e il tentativo della Restaurazione. Ciò che essa trascina con sé è la crisi della concettualità politica europea: non solo i concetti di libertà e uguaglianza vengono scardinati, ma diventano problematici anche concetti co- me quelli di diritto internazionale, diritto penale, nazione e guerra.
Il lavoro di Tomba, attraverso l’analisi dell’opera di Bauer, ci ha così fornito l’esemplificazione di una pratica di pensiero capace di radicalizzare a tal punto quei concetti politici, con i quali ancora oggi, in un modo o nell’altro, ci troviamo a pensare, da palesarne l’intrinseca aporeticità. In tal senso, questo testo mi sembra trovare la propria importanza non solo nell’accuratezza dell’analisi storico-filosofica, ma soprattutto nella capacità di esporre i nodi cruciali della concettualità politica moderna in tutta la loro problematicità.



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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.