Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 8 marzo 2004

Lorella Cedroni e Patricia Chiantera-Stutte (a cura di), Questioni di biopolitica, Roma, Bulzoni, 2003.

Biopolitica, biopotere, bioetica, biodiritto... Il prefisso bio- (vita) è tornato al centro delle riflessioni politiche, morali e filosofiche da quando Michel Foucault ha proposto la sua analisi alternativa sulle strategie del potere nella storia delle società. Ma i saggi che compongono il libro Questioni di biopolitica non si limitano a confrontarsi con il filosofo francese1, bensì introducono il tema in un più ampio dibattito teorico che ci porta lontano nel tempo per poi ricadere sui grandi nodi teorici di oggi.

Potremmo suddividere il volume in tre parti, che tornano a ricongiungersi nella conversazione finale con Agnes Heller, autrice anche della prefazione e del primo capitolo. La prima parte (con i contributi di Heller e Cedroni) inquadra in termini teorici il concetto di biopolitica, in un confronto con Arendt e Foucault, che dà conto di una significativa evoluzione subita dal concetto stesso. La seconda parte (Offe, Chiantera-Stutte) analizza il ruolo giocato dalla biopolitica all'interno di strutture di potere quali il totalitarismo e di pratiche barbariche di repressione dell'Altro di cui la modernità ha fornito purtroppo inquietanti esempi. La terza e ultima parte dialoga con i diversi aspetti contemporanei della biopolitica: dai processi di privatizzazione del vivente (Wehlte), alle sfide del pensiero (Mihàly), ai dilemmi morali della biogenetica (Bauman), alle tecniche di organizzazione del lavoro (Rabinbach).

Fin dall'inizio il tema viene presentato in una più ampia prospettiva che mette al centro il mutamento del concetto di politica. La Heller si interroga, appunto, sul fatto se la biopolitica sia propriamente politica, nel senso conosciuto sin dall'antichità classica e poi transitato verso la modernità, secondo il quale la politica è da collocare nel mondo della libertà, mentre la vita appartiene al mondo della natura e della necessità. In realtà questa separazione radicale è stata costantemente negata dalle teorie della razza e dell'identità etno-nazionale, ed è appunto il razzismo a rappresentare il terreno su cui la biopolitica ha proliferato, dall'epoca del colonialismo fino ai regimi totalitari. Il confronto con il concetto del Politico della Arendt a partire da questo punto si presenta particolarmente interessante2. Com'è noto la Arendt considera non-politico tutto ciò che ha a che fare con le caratteristiche biologiche, con la razza e il sesso, anche per la loro relazione con la sfera della scienza. Se partiamo da un assunto scientifico, che pretende verità assoluta, non ci sarà più spazio per il dialogo tra opinioni e quindi non ci sarà spazio per il discorso pubblico. In questo senso "il pensiero biopolitico è un pensiero scientifico simulato" (p.23).

D'altra parte la Arendt attribuisce alla "questione sociale", e quindi al rapporto con l'economia, la fonte della corruzione della politica. L'autonomia arendtiana della politica si esprime soprattutto in una radicale separazione dal mondo dell'òikos, degli interessi privati, delle relazioni economiche, con il rischio che la politica così intesa rimanga senza contenuti. Qui si innesta la riflessione di Heller che tende a spiegare il revival della biopolitica nella contemporaneità: "L'assenza della questione sociale dall'agenda politica ha contribuito all'emergenza di una forte ascesa dei movimenti biopolitici ai nostri giorni. La biopolitica sembra sostituire la politicizzazione della questione sociale" (p. 25).

Non è certamente questo l'unico fattore, e secondo me neppure il principale, che ha ridato forza alla biopolitica oggi: lo sviluppo della tecnica, l'ingegneria genetica, l'ineludibilità del rapporto uomo-natura hanno reso il corpo e la vita non soltanto potenziale oggetto di dominio, come ci viene consegnato dall'analisi foucaultiana, ma anche nuova frontiera di progresso, ulteriore differimento del limite che nel mondo esterno invece la globalizzazione sembra aver pericolosamente raggiunto: insomma, come terreno su cui il progetto moderno può proseguire nella sua autoaffermazione infinita, come ipermodernità.

Ma allora il problema è: la biopolitica di oggi è la stessa di quella dei modelli razzisti e totalitari? Nella ricostruzione del pensiero di Foucault da parte di Lorella Cedroni le differenze già si colgono in maniera chiara: il passaggio dalle tecniche di controllo attraverso dispositivi e istituzioni a una certa interiorizzazione di queste pratiche stesse, sociale e individuale. Rintracciando questi elementi di biopotere nelle forme dei database elettronici, del potere decentrato e decentralizzato dell'Impero, delle forme di nuova "selezione naturale" di gruppi sociali dal sistema dei diritti, emerge una struttura biopolitica potremmo dire "postmoderna", dove appunto il problema non è più tanto il Panoptikon o il potere assoluto, bensì la solitudine dell'individuo di fronte alle speranze di successo e alle colpe di una sconfitta che si succedono in una società del rischio: malattie, disgrazie, inadattabilità inducono all'autoesclusione, prima ancora che si determinino conflitti o si attuino pratiche di discriminazione sociale. Il rischio di nuovi genocidi, che Cedroni richiama alla fine del capitolo con una riflessione sul saggio L'Aperto di Agamben, può essere la manifestazione estrema, ma non l'unica, di pratiche subdole di emarginazione e discriminazione sociale in atto anche nelle società democratiche.

La biopolitica si colloca quindi, innanzitutto, nell'ambito dei processi di politicizzazione integrale che si estendono alle sfere della vita, di cui è esempio il totalitarismo. Il lavoro di Chiantera-Stutte è dedicato proprio all'analisi delle pratiche adottate nei campi di concentramento, ma con lo sguardo rivolto ad alcune forme attuali di biopolitica. L'autrice propone alcuni elementi di affinità che non significano di per sé continuità, ma gettano ugualmente una luce inquietante sul presente: le pratiche eugenetiche di oggi sembrano poter ripercorrere linee passate di discriminazione razziale sulla base di un determinismo genetico che è in grado di definire una vera e propria classificazione gerarchica all'interno del genere umano. In particolare questo aspetto si manifesta quando comportamenti patologici vengono ricondotti a una questione di geni: il criminale, l'alcolista, il tabagista, ecc. La differenza rispetto al determinismo razziale viene individuata nel fatto che "manca alla genetica umana contemporanea l'impulso a tradursi in una pianificazione centralizzata da parte dello stato per il miglioramento della razza: la genetica si trasforma da tecnologia sociale a strumento a disposizione dei singoli" (p. 100). Tuttavia il rischio che il settore privato la strumentalizzi per farne un oggetto di mercato non è irreale. Anche per questo motivo la questione non coinvolge più soltanto la sfera individuale e morale, ma diventa un problema pubblico di grande rilevanza. Si possono aggiungere, qui, alle considerazioni dell'autrice, le obiezioni poste da Habermas circa l'asimmetria morale che verrebbe a determinarsi tra i soggetti che programmano una vita e i soggetti prodotti da quella programmazione (citato anche nel saggio di Wehlte)3; e inoltre le conseguenze qui accennate sulla malattia: la malattia potrebbe essere non più considerata un problema da affrontare socialmente, bensì un fatto privato di chi, colpevolmente, non ha usufruito dei nuovi mezzi a disposizione.

La degenerazione di queste pratiche biogenetiche può indurre a fenomeni di nuova barbarie: nel saggio di Offe è offerta una definizione di barbarie che si colloca entro i problemi del rapporto con l'Altro e con lo straniero. E' evidente che il nesso con la biopolitica emerge laddove questo rapporto si avvale di categorie etniche e biologiche e del misconoscimento, che inducono prima alla dequalificazione di gruppi umani, e poi all'autolegittimazione circa l'uso della violenza nei loro confronti, fino ai casi estremi del genocidio e della pulizia etnica. "Azioni e omissioni 'barbariche' sono i risultati del processo di de-civilizzazione in cui le 'autocostrizioni' (motivazionali) sono state abbandonate e le interdipendenze (cognitive) e le appartenenze vengono ignorate" (p. 59). In questa erosione barbarica della biopolitica, che riemerge a livello di problema delle minoranze, dei flussi migratori, di discriminazioni sociali, sta la possibilità dell'involuzione sociale, che Offe colloca tutta dentro la modernizzazione stessa: i processi di astrazione politico-giuridica volti all'egualitarizzazione dei cittadini possono arrivare a scontrarsi con le differenze irriducibili di cui non si riesce a tener più conto e che possono produrre a loro volta pratiche selettive e discriminatorie.

Gli ultimi saggi affrontano direttamente i problemi attuali delle pratiche del bios. In particolare l'intervento di Wehlte si occupa del processo di bioeconomizzazione che tende a trasformare le norme morali nelle procedure di contrattualizzazione di rapporti di proprietà. E' quanto è presente nel dibattito attorno ai problemi della clonazione e dei diritti di proprietà intellettuale sui brevetti, che potrebbero portare addirittura alla giuridificazione dei rapporti con il sé e con il proprio corpo. Ma quale tipo di società nascerà da questa mutazione della bioetica in bioeconomia? E' l'interrogativo che si pone anche Mihàly, chiedendosi quale possa essere il ruolo della filosofia rispetto alla scienza: un richiamo puramente morale sembra essere improponibile e quindi non resta che porre domande che siano radicali, come quelle circa il possibile esito catastrofico del progetto di miglioramento dell'umanità, quando sia perseguito con un potere illimitato. Il potere sulla vita, il potere della perfezione, che per la prima volta i genitori possono usare per i propri figli, e che andrà a costituire la nuova élite sociale dominante, come prevede Bauman.

Torna l'incubo del Panoptikon fondato sul dominio incontrastato della tecnica? Tale dubbio è evocato nell'ultimo saggio di Rabinbach sulla biopolitica del lavoro: la progressiva sostituzione del motore umano con macchine informatiche crea un nuovo modello disciplinare, che mette sotto controllo non solo il processo di lavoro ma anche il comportamento degli operatori? Ciò che cambia è il fatto che il controllo dell'azienda informatica avviene non su un'organizzazione rigida come quella della fabbrica fordista-taylorista, bensì su un sistema che si basa su flessibilità, responsabilità individuale e facoltà cognitive; quindi l'esito di questo processo non sembra essere la formazione di un'autorità centralizzata e accentrata, bensì un sistema produttivo aperto basato sulla collaborazione e sulla rete. Tuttavia resta, a mio avviso, la possibilità di un rischio tipicamente postmoderno, la nascita di una soggettività manipolabile e adattabile a ogni contesto, frutto di una "taylorizzazione mentale" che predispone a priori a ogni tipo di disciplina.

Il rapporto con la modernità sembra essere, in conclusione, il filo rosso che unisce tutti i saggi; le diverse forme in cui si è manifestata e si manifesta la biopolitica segnano la stessa parabola dell'età moderna, nel passaggio, per dirla con Bauman, da una struttura pesante (Stato-nazione, classi sociali, fabbrica fordista) a una liquida (crisi della politica, individualizzazione, economia di rete)4. La crisi della politica significherà qualcosa anche per la biopolitica: non più la minaccia della totalitarizzazione, bensì quella della scomposizione delle identità che rende l'individuo non meno vulnerabile davanti alle altre forme di potere economico e tecnologico.


Note
1 Il Foucault presente in questi saggi è quello che più si confronta con i problemi della società contemporanea. I saggi prevalentemente citati sono Biopolitica e liberalismo, Milano, Medusa, 2001, e Bisogna difendere la società, Milano, Feltrinelli, 1998.
2 Fondamentali sono gli studi che la Arendt compie sulla vita nei campi di concentramento nazisti e che ritroviamo in Le origini del totalitarismo, Milano, Bompiani, 1996. Ma per quanto riguarda la sua concezione della politica e della vita bisogna guardare soprattutto Vita activa, Bompiani 1983, e Sulla rivoluzione, Milano, Comunità, 1983.
3 J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Torino, Einaudi, 2002.
4 Z. Bauman, Modernità liquida, Roma-Bari, Laterza, 2002.

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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