Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

L. Canfora, Un mestiere pericoloso La vita quotidiana dei filosofi greci, Palermo, Sellerio, 2000.

"Secondo una tradizione (Aristotele, Costituzione di Atene, VIII 5) agli inizi del VI secolo a.C. Solone avrebbe introdotto nella sua legislazione la seguente legge espressamente diretta contro l'apatia: 'Chi, in occasione di una guerra civile, non prenderà le armi nè con l'una parte nè con l'altra, sarà colpito da atimia e non godrà più dei diritti politici' ... Pericle espresse il medesimo concetto dicendo (Tucidide, II 40.2): ' ... Consideriamo chiunque non partecipa alla vita del cittadino non come uno che bada ai propri affari ma come un individuo inutile'". (M.I.Finley, La democrazia degli antichi e dei moderni, Milano, Mondadori, 1992; pag.30)

La politica nell'Atene classica è un attività totalizzante. Essa, letteralmente, non lascia nulla fuori di sè. Nè alcuno può permettersi di porsi al di fuori al di essa, senza rischiare di apparire un nemico e di esporsi alle conseguenti ritorsioni. L'individuo che "bada ai propri affari" separandosi dalla città è un individuo inutile. Seguendo Aristotele (Politica I, 2) dovremo dire: l'individuo separato o è una bestia o un dio, in nessun caso un uomo. Molto tempo dopo Nietsche scorgerà una terza possibilità nella figura del filosofo. In Grecia il filosofo non si sottrae ancora alla regola. Nel prologo al Fedro, Socrate si scusa con Fedro, che lo ha convinto ad accompagnarlo in una sortita al di fuori delle mura promettendogli la lettura di un discorso di Lisia, per la sua scarsa familiarità con i dintorni della città.

FEDRO: Tu, o mirabile Socrate, mi sembri un uomo davvero stranissimo. Infatti, assomigli proprio, come dici, a un forestiero condotto da una guida e non ad uno del luogo. Mi sembra che tu non esca affatto dalla città, per recarti oltre i confini, e neppure per andare fuori le mura.
SOCRATE: Perdonami carissimo! Io sono uno che ama imparare. La campagna e gli alberi non mi vogliono insegnare niente; gli uomini della città, invece, sì.

La conoscenza cui la natura demonica del filosofo aspira è innanzitutto, come augura il dio dal frontone del tempio di Delfi, conoscenza di sè. Ma l'augurio del dio si avvolge sulla strada della sua realizzazione in un paradosso apparentemente inestricabile. Come ricorda Jean-Pierre Vernant, "il volto che noi offriamo allo sguardo degli altri perchè essi ci riconoscano, noi non possiamo mai contemplarlo se non andando a cercare negli occhi di altri lo specchio che ci rimandi dall'esterno la nostra immagine" (a cura di J.P.Vernant, L'uomo greco, Laterza, Roma-Bari, 1997; pag.18). Avviene così che la conoscenza di sè non possa accadere come solitario sguardo introspettivo; la cecità di ciascuno nei confronti di se stesso (o forse, l'eclissarsi dell'oggetto stesso nella separazione: l'io separato dagli altri come io di pietra, parafrasando ancora Aristotele) rende necessaria la presenza di altri affinchè lo stesso sè si possa manifestare. Detto in altri termini: se il filosofo non può prescindere dalla polis poichè solo gli "uomini della città" hanno qualcosa da insegnare a chi desideri apprendere, allora la sua attività dovrà di necessità essere politica. Ruolo del filosofo nella polis sarà quello di essere basanos , pietra di paragone, vaglio, nei propri interlocutori, della corrispondenza di bios e logos ( cfr. M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli, Roma, 1996), ovvero ancora specchio del loro sè. Socrate, resosi colpevole secondo Canfora di una inaudita "critica della politica"(pag. 32), non potrà in quanto greco e in quanto filosofo, abbandonare la polis neppure di fronte al pericolo estremo della morte. Socrate-basanos frizionerà sino alla fine i propri concittadini conducendoli alla ricerca del loro vero sè, del peculiare stile di ciascuno che a ciascuno egli sa rendere presente. Lo stile, questa capacità di fare corrispondere la propria vita al proprio pensiero, è ciò che a un Greco non dovrebbe mai mancare. E lo stile è, all'interno di questa società "dell'onore e della vergogna", anzitutto una decisione politica; una scelta di campo, pro o contro, stante l'impossibilità di un fuori (che se anche venisse tentata, questa "terza via", si produrrebbe inevitabilmente come stile concorrente all'interno della medesima unità di partenza). Socrate critica lo stile dei propri concittadini, contestando addirittura che ne possiedano realmente uno: la sfida è lanciata e non potrà che avere esito mortale.

Non sorprende dunque che quello di filosofo sia stato nell'antichità classica un mestiere assai pericoloso, anche perchè, come Canfora giustamente ricorda in apertura, "discuteva con le mani e coi piedi il popolo amante del bello e della filosofia, oltre che inventore della democrazia"(pag. 11). La pericolosità viene messa in luce in questo curioso libretto, a metà strada tra la filologia ed il libro giallo, attraverso la ricostruzione, filologicamente accurata quanto narrativamente appassionante, dell'intreccio di attività filosofica e politica nelle figure di Socrate, Senofonte, Platone, Aristotele, Epicuro (e Lucrezio), e si conclude accennando alle vicende di Ipazia e del vescovo Cirillo, oltre che alla misteriosa morte di Cartesio alla corte della regina Cristina di Svezia (il caso è stato riaperto dallo studio di E. Pies, Il delitto Cartesio, Sellerio, Palermo, 1999). Nessuno di loro fu alieno da una partecipazione diretta alla vita politica del proprio tempo, se togliamo il caso di Epicuro, che però, proprio per il suo desiderio di separarsi dalla città, vide le sue dottrine divenire oggetto "di una vera e propria demonizzazione"(pag.190). Socrate condannato da una tirannica maggioranza a morte per empietà; la "vita randagia del cavaliere Senofonte" ipparco sotto i Trenta e poi costretto alla fuga dalla restaurazione democratica; la diffidenza dell'Atene democratica per Platone ed il suo circolo, troppo vicini a Crizia e non solo per legami di sangue; i tentativi di realizzare in Sicilia il sogno del filosofo reggente, la vendita dello stesso Platone come schiavo, la fondazione dell'Accademia. E ancora il destino politicamente determinato della biblioteca di Teofrasto (che conteneva le opere di Aristotele); l'intricata spy-story,che si svolge tra Atene, la Macedonia e le remote regioni dell'Oriente e che ha come protagonisti Aristotele ed Alessandro; la liquidazione di Callistene in seguito alla "congiura dei paggi" e l'assassinio dello stesso Alessandro ispirato a quanto pare dal suo vecchio precettore. Tutto con l'intento di dimostrare una tesi: che quegli antichi inventori del filosofare, contrariamente a quanto affermato dall'adagio marxiano, non si limitarono a interpretare il mondo ma vollero cambiarlo.

Infine una questione di stile: dove si è perduta la pericolosità del mestiere filosofico? Essere filosofi, a quanto pare, non espone più ad alcun rischio, posto che finire al Maurizio Costanzo Show non si debba temere come pericolo mortale. Oppure, rovesciando la questione: chi è oggi che rischia del suo per mantenere armonico il proprio bios con il proprio logos, per imporre un proprio stile? Perchè, forse, proprio questi dovrebbero essere chiamati filosofi.

Dino Costantini


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/


A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.