Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 gennaio 2001

Sergio Benvenuto, Un cannibale alla nostra mensa. Gli argomenti del relativismo nell'epoca della globalizzazione, Bari, edizioni Dedalo, 2000.

In un'epoca storica che sembra principalmente contraddistinguersi per il lento ma inesorabile processo di neutralizzazione delle differenze, l'autore propone una originale discussione intorno alla molto dibattuta questione del relativismo.

Nella parte introduttiva, Benvenuto presenta una serie di argomenti che consentono di smascherare le incoerenze del paradigma universalista liberale; ove per Universalismo Liberale egli intende la combinazione di oggettivismo scientifico (ordine cognitivo), e democrazia rappresentativa (ordine etico-politico). Da un lato, in nome dell'affermazione universalista dei diritti dell'uomo e della donna, l'Universalismo Liberale sostiene il diritto alla differenza; d'altro lato, tende piuttosto a combattere e proibire tutte quelle manifestazioni concrete della differenza, le quali non concordano con i principi cardine del liberalismo occidentale. In questo senso, il liberalismo risulta esposto ad una sorta di paradosso etnocentrista: eleva ad universale ciò che è il prodotto di un processo storico, sempre legato ad un contesto particolare.

Volendo citare un caso in grado di esemplificare le implicazioni del modello universalista, Benvenuto si riferisce all'incontro con la cultura islamica: da un lato, l'universalista non è affatto disturbato nel vedere fedeli musulmani inchinarsi verso La Mecca, esclamando Allah Akbar; d'altro lato, quando viene chiesta la sua opinione sull'opportunità che le ragazze islamiche indossino il velo a scuola, tende ad opporsi senza troppi indugi. Questa esemplificazione ci dà la possibilità di osservare come la differenza appare tutelata e valorizzata solo nel suo residuo estetico, come irrilevante elemento folkloristico. Non interessa affatto l'incontro con visioni del mondo alternative. L'Universalismo Liberale vuole l'ultima parola, ma in questo senso riposa serenamente su una incoerenza che è abile a mascherare.

Opporsi al modello universalista, osserva puntualmente Benvenuto, significa interrogarsi anzitutto sulla perspicuità del modello ad esso alternativo: il relativismo. Anche il relativista è esposto al paradosso: si auto-contraddice, dato il carattere auto-referenziale del suo assunto di base. In più, precisa Benvenuto, oltre ad essere un "cattivo teorico", il relativista è un "teorico cattivo" per il fatto che la sua posizione apre la strada alla più assoluta indifferenza morale.

Ciò che si propone Benvenuto è:
  1. elaborare una posizione in grado di liberare, seppur parzialmente, il relativismo da questa sua impasse logica;
  2. mostrare come la posizione relativista sia del tutto compatibile con uno scenario etico che valorizzi le differenze.
Mentre la prima parte del testo assume principalmente una tonalità descrittiva, nel senso che si propone di mettere in luce la crisi della differenza come dato di fatto storico, caratteristico del fenomeno della globalizzazione; la seconda parte, d'impegno teoretico più accentuato, discute proprio gli argomenti a favore del relativismo. Per quanto riguarda il paradigma relativista in ambito cognitivo (Verità), Benvenuto presenta una dettagliata rassegna di posizioni teoriche, che vanno dall'"ipotesi Duhem-Quine" alle teorie di Kuhn e Feyerabend; dall'"ipotesi Sapir-Whorf" all'analisi di Panofsky sulla prospettiva come forma simbolica in storia dell'arte, fino al "darwinismo neurale" di Edelman. Tutte queste posizioni, per lo più conosciute, sono presentate nel testo in modo sintetico ma decisamente esaustivo, tanto da poter essere suggerite, a prescindere dalle posizioni dell'autore, come una sorta di breve introduzione alla filosofia della scienza e all'epistemologia contemporanee. Quello che qui interessa è però osservare le conclusioni che Benvenuto trae da questo excursus: si tratta di mettere in luce come la realtà presenti costantemente una ulteriorità rispetto ad ogni interpretazione possibile. La realtà, o la cosa come altro dal fatto, presenta sempre un residuo in eccedenza, e questo, piuttosto che scardinare ogni nostra pretesa conoscitiva, come crede l'universalista, sostiene, rafforza e valorizza la pluralità di punti di vista su di essa. In questo senso, nell'ambito cognitivo, il soggetto è sempre legato ad un mondo, o meglio ad un ambiente, che esercita su di esso una pressione; il fatto è che la risposta a questa pressione, l'interpretazione concettuale, non aderisce mai perfettamente al reale. Secondo Benvenuto, "questo confronto con l'altro diversamente interpretante ci prospetta il reale come ciò che è oltre – e comanda – gli orizzonti costituiti dalle nostre immagini di esso" (p. 202).

Proseguendo, Benvenuto si occupa dell'idea secondo cui il relativista presenta argomenti i quali promuovono la più totale indifferenza morale. Egli precisa che il comportamento morale ha ben poco a che fare con una serie di argomentazioni razionali. Si prenda il caso, ad esempio, della pena capitale: ci sono argomenti razionali forti che ne giustificherebbero l'abolizione – finisce col punire spesso degli innocenti; non è affatto un buon deterrente – tuttavia due terzi degli americani e quasi un italiano su due sono favorevoli ad essa. Come spiegare questo comportamento? Semplicemente riconoscendo che dietro ogni copertura razionale c'è una particolare forma di vita, una cultura, un modo di essere. Dietro il comportamento di coloro che sostengono la pena capitale c'è la cultura del rancore e del risentimento, la cultura "che soddisfa un desiderio dell'homo infelix et iratus che vive nel rancore" (p. 181); dietro il comportamento degli abolizionisti c'è la cultura del perdono, la quale giudica intollerabile l'invasione da parte della sfera pubblica in quella sfera che rappresenta l'esclusività del soggetto.

Benvenuto sembra esser riuscito a mostrare, più che dimostrare, il modo in cui il relativista può essere sia un buon teorico che un teorico buono. Il suo è un relativismo relativo, un relativismo che si auto-relativizza. Inoltre la sua posizione sembra indubbiamente efficace come antidoto in grado di scongiurare la neutralizzazione in atto delle differenze. Tuttavia egli non affronta mai la questione normativa; non interrogandosi su come la comunità, in questo caso la comunità occidentale, debba elaborare modelli di convivenza capaci di valorizzare l'alterità. Cosa fare per quanto riguarda il velo alle ragazze islamiche? E la clitoridectomia? E sulla possibilità che coppie omosessuali adottino figli? La mancanza di una presa di posizione normativa è una precisa scelta teorica. L'autore afferma: "Anche se poi sceglierò – perché resto un occidentale liberale – la proibizione del velo o delle mutilazioni sessuali, un atteggiamento relativistico di fatto mi spinge psicologicamente a 'comprendere' l'altro, persino quando quest'altro è autore di atti per me intollerabili" (p. 13). Benvenuto non intende teorizzare la tolleranza, quanto piuttosto aprire la strada alla dimensione della possibilità, contro il Diktat della necessità. In questo senso, l'alterità, "sia come sogno che come incubo di umanità possibile" (p. 29), ci colpisce in quanto è l'attualizzazione di una potenzialità umana. Ci si potrebbe domandare, a questo punto, quanto il fascino che produce in noi la dimensione della possibilità sia tipicamente occidentale: il desiderio di guardarsi altrimenti, di pensarsi altrimenti, d'immaginarsi altrimenti. E torna il paradosso etnocentrista; la nostra caratteristica forma di cannibalismo culturale.


Maurizio Donati
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A cura di:
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Nico De Federicis
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Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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