Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 12 febbraio 2003

Michael Walzer, Il filo della politica. Democrazia, critica sociale e governo del mondo, tr. di Maria Antonietta Marena, a c. di Thomas Casadei, Reggio Emilia, Diabasis, 2002, pp. 143.

Questa raccolta di saggi, scritti da Walzer tra il 1970 e il 2000, mette a disposizione del lettore italiano alcuni importanti interventi di uno dei più controversi e impegnati intellettuali americani contemporanei. Nell'introduzione (pp. IX-XXXV), offrendone un ritratto complessivo, il curatore del volume dipinge Walzer come esempio e modello di un particolare "stile di pensiero": lo stile di un intellettuale che nelle sue opere prende le mosse dalla complessità del mondo dei significati di senso comune e si misura con problemi e situazioni concrete, convinto della necessità di far marciare i suoi argomenti "al passo col mondo reale" (cit. a p. IX).
Pur non sottraendosi alla fatica della teoria, Walzer Ť un pensatore a cui sono invise le grande sintesi. Come scrive in uno dei saggi qui raccolti, "un mondo che la teoria potesse esaustivamente afferrare e accuratamente spiegare non sarebbe [per lui] un posto gradevole" (p. 71).

Altro tratto proprio di questo intellettuale ebreo-americano è un'ampiezza di interessi che ha trovato uno spazio congeniale in uno dei luoghi di ricerca dove più intensi sono gli scambi interdisciplinari: l' Institute for Advanced Study di Princeton, dove dal 1980 ricopre la cattedra di Social Sciences (cfr. p. XII). Della vastità delle problematiche toccate dalle sue opere gli articoli qui riuniti e tradotti costituiscono una valida testimoniana. Si spazia, infatti, dal rapporto tra morale e politica e tra critica e teoria sociale a quello tra religione e politica, e ancora dal confronto tra le teorie proceduraliste e le teorie deliberative della democrazia alla riflessione sulle questioni di politica internazionale.

In Azione politica: il problema delle mani sporche (pp. 1-25) il tema affrontato è un classico della filosofia politica: il rapporto tra politica e morale. Il punto fondamentale che è necessario tenere a mente nell'affrontare la questione dell'uso della forza in politica è costituito, secondo Walzer, dalla sostanziale diversità tra la scelta di "sporcarsi le mani" nella vita privata e la scelta di "sporcarsi le mani" nella vita pubblica: i politici, infatti, "agiscono per noi e a nome nostro" (p. 5). Autori come Machiavelli, Weber e Camus hanno offerto risposte diverse a questo dilemma morale, risposte che Walzer discute per proporre infine un'alternativa: il "politico morale" - nel modo in cui lo intende Walzer - è necessariamente l'incarnazione di un paradosso: si può conoscerlo, infatti, solo dalle sue mani sporche. "Se egli fosse un uomo morale e nient'altro, le sue mani non sarebbero sporche; se egli fosse un politico e null'altro, egli farebbe finta che fossero pulite" (p. XIV e p. 9). Il politico morale è, dunque, colui che accetta realisticamente che in politica fare la cosa giusta possa significare, in alcuni casi, anche compiere azioni che ripugnano alla coscienza morale e che, tuttavia, accetta di portare il peso delle proprie scelte non solo di fronte al tribunale della propria coscienza (come il politico weberiano), ma anche della società.

Il saggio Filosofia e democrazia (pp. 27-53), pubblicato per la prima volta nel 1981 su "Political Theory", mette a confronto due diverse concezioni della democrazia: la democrazia proceduralista e la democrazia deliberativa, sullo sfondo di un contesto istituzionale - quale quello dell'America contemporanea - in cui ha un ruolo sempre più importante e cruciale il potere giudiziario. Walzer polemizza apertamente in questo articolo con le posizioni di quei filosofi (primo fra tutti Dworkin) che non hanno saputo resistere alla tentazione di rivendicare un'autorità in ambito politico-giudiziario, scavalcando i confini tra la sfera del discorso filosofico-astratto e la sfera del discorso politico in cui non si può passar sopra alle convinzioni della gente comune. Il pericolo di un'alleanza tra filosofi e giudici deriva, per Walzer, dal fatto che una democrazia che si affidi completamente al giudiziario rischia di vedere irrimediabilmente impoverite le proprie risorse di negoziazione e compromesso politico: "Ovunque la verità universale è stabilita, non v'è spazio per la negoziazione, l'intrigo, la lotta. Pertanto, sembra che la vita politica della comunità debba essere permanentemente interrotta" (p. 47). Come osserva Casadei: "La critica del liberalismo procedurale si incentra, dunque, sui pericoli di corrosione della partecipazione democratica che la società liberale può comportare, ed è dunque mossa - a differenza di quella dei comunitari - da ragioni politiche piuttosto che da preoccupazioni esistenziali e morali" (p. XVI).

Al filosofo, troppo spesso dimentico del fatto che "nel mondo dell'opinione la verità non è invero che un'altra opinione", Walzer controppone la figura del critico sociale (cfr. Critica sociale e teoria sociale, pp. 55-69). Una figura che richiede tre virtý: il coraggio, la compassione, e la "buona vista". Il coraggio, prima di tutto morale, ma qualche volta può trattarsi anche di coraggio fisico (la capacità di resistere di fronte alle minacce), è necessario per criticare coloro che sono i nostri "vicini", persone con le quali dobbiamo continuare a vivere. Se il coraggio è necessario, esso deve essere però temperato, perché non si cada in una "provocazione intenzionale", che potrebbe recidere "il legame tra il critico sociale e la società" (p. 63). "I migliori critici [...] - scrive Walzer - sono uomini e donne timorosi nel criticare coloro che sono loro più vicini, a cagione della vicinanza, ma muovono la critica comunque. Essi riconoscono la vicinanza non solo come un vincolo morale, ma come un impegno personale [... ]" (p. 64). La seconda virtù richiesta è la compassione: "I critici devono essere capaci di immedesimarsi con le vittime della loro società [...] " (p. 64). La terza virtù - come abbiamo detto - è una buona vista. Cosa si intende per buona vista? Se è vero che ciascuno di noi porta con sé sempre un equipaggiamento mentale di teorie che mediano il nostro rapporto con la realtà, tuttavia il critico sociale dovrebbe cercare di allontanarsi da queste teorie, di distaccarsi da esse, per raggiungere quel grado di imperturbabilità necessario per la formulazione di un giudizio imparziale (cfr. pp. 66-67). Commentando queste pagine, Casadei osserva giustamente che, se ritorna qui il problema del rapporto tra politica e morale, esso rivela ora "potenzialità positive dando spessore alla critica, che è eminentemente rivolta al potere costituito (e a chi lo esercita) e tesa alla trasformazione di situazioni date" (p. XXI).

Nel quarto scritto dedicato all'idea di società civile, L'idea di società civile. Un sentiero verso la ricostruzione sociale (pp. 71-95), Walzer si chiede quale sia il tipo di spazio che meglio consente la fioritura umana. A questa domanda sono state date risposte diverse in diverse tradizioni politiche. Per il repubblicanesimo "vivere bene significa essere politicamente attivi" (p. 73); per il marxismo "l'ambiente preferito è l'economia cooperativa" (p. 75); per il liberalismo l'attività di compravendita, e quindi il mercato, è ciò che consente di vivere bene; e, infine, per il nazionalismo è cruciale la dimensione etnica dell'identità politica. "Tutte queste risposte - scrive Walzer - sono errate a causa della loro unilateralità. Sfugge loro la complessità della società umana, gli inevitabili conflitti di impegno e lealtà" (p. 81). La società civile offre un ambiente in cui vivere bene solo se concepita quale spazio di frammentazione, di lotta, di scambio, ma anche di solidarietà e compromesso; ovvero quale spazio in cui convivono pacificamente mercato, associazionismo e appartenenze etniche e religiose, senza che nessuno di questi momenti possa aspirare a inglobare e cancellare gli altri. Walzer delinea così un'idea di società civile che lo allontana decisamente dalle visioni comunitarie, e rivela le sue aperture di credito nei confronti di un liberalismo inteso come "arte della separazione".

L'arte liberale della separazione - come emerge immediatamente dal titolo - è al centro del quinto saggio walzeriano qui raccolto: "Tracciare la linea": i confini tra religione e politica, pp. 97-124). Come ricorda il curatore del volume: "L'intreccio, ma anche la tensione fra religione e politica, è da sempre uno dei fondamentali nuclei tematici che interessano le ricerche walzeriane" (p. XXVIII). Basti ricordare: The Revolution of the Saints. A Study in the Origins of Radical Politics (1996); Exodus and Revolution (1985); On Toleration (1997); e, infine, uno degli ultimi lavori di Walzer - in cui è impegnato come curatore - che attiene alla ricostruzione della tradizione filosofica, religiosa e politica ebraica - un lavoro finanziato dallo Shalom Harman Institute di Gerusalemme, di cui sono pronti i primi due volumi: Michael Walzer, Menachem Lorberbaum, Yair Lorberbaum (a c. di), Jewish Political Tradition: Volume I: Authority (2000) e Michael Walzer, Menachem Lorberbaum, Noam J. Zohar, Ari Ackerman (a c. di), The Jewish Political Tradition: Membership (aprile 2003).

Nelle società occidentali avanzate sono sempre più numerose le persone, anche tra gli intellettuali progressisti, che non credono più che la religione possa essere liquidata come un residuo irrazionale di epoche passate, destinato a scomparire con l'avanzare del progresso culturale. Proprio per il ruolo che la religione continua, e continuerà, ad avere in politica è tanto più opportuno, secondo Walzer, ricordare il valore democratico della separazione tra religione e politica. Ciò è necessario soprattutto di fronte all'avanzare degli attacchi dei neo-conservatori, che vedono nel secolarismo la fine della civilizzazione, dei populisti, che individuano nella religione una delle componenti essenziali della mobilitazione popolare, e dei comunitaristi, che insistono sulla forza associativa delle religioni. Religione e politica devono essere tenute distinte, ma come e dove tracciare la linea di confine tra le due è una questione "politica", che - secondo Walzer- non può essere risolta facendo appello alla neutralità liberale. Se deve essere neutrale rispetto ai diversi gruppi religiosi - nel senso che non deve recare danno o procurare vantaggio a nessuno di essi -, lo stato deve, però, accettare che il suo ruolo - nei limiti fissati dalla costituzione - sia oggetto di discussioni e negoziazioni, che non possono che rinnovarsi di giorno in giorno.

Michael Walzer in varie occasioni, in tempi anche recentissimi (basti ricordare le posizioni espresse dopo l'11 settembre), si è impegnato nell'ambito delle discussioni di politica internazionale, con affermazioni e argomentazioni che sono sempre state oggetto di attenzione, ma anche (a torto o a ragione) di critiche molto severe, soprattutto in Europa. In Governare il mondo: qual è la cosa migliore che possiamo fare?, la sua visione pluralistica della politica, attenta alle differenze, ma anche ai valori della tolleranza, dell'eguaglianza e dell'autonomia, e sempre in cerca di una terza via tra universalismo e particolarismo, viene a sostanziare l'opzione per una forma di global pluralism. "In alternativa alle diverse forme di giusglobalismo (...) la proposta walzeriana - spiega Casadei - va nella direzione di un diritto sovranazionale minimo, che conceda una quantità limitata di potere sovranazionale minimo, che conceda una quantità limitata di potere sovranazionale ad organi centralizzati e promuova parallelamente una regionalizzazione policentrica delle principali funzioni internazionali" (p. XXXV).

Dalle pagine di Walzer - sottolinea Casadei - emerge una visione della politica come realtà insieme permanente e fragile (da qui il titolo dell'Introduzione: Fragilità e permanenza della politica: gli itinerari walzeriani). La permanenza della politica sta nella persistenza del conflitto, della lotta e della negoziazione nella vita umana; la sua fragilità, invece, è insita nel rischio - mai definitivamente scongiurabile - che la conflittualità assuma forme assolutistiche. Per questo una società democratica deve valutare criticamente ogni forma di comunitarismo e associazionismo, cercando di incanalare le passioni che spingono all'impegno (religioso, etnico, settario o partitico) fino a portarle ad accettare una qualche forma di compromesso.







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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.