Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 19 ottobre 2001

Cristina Cassina, Il bonapartismo o la falsa eccezione, Roma, Carocci, 2001, pp. 191.

Utilizzati oggi, per lo più, come sinonimi anche nei repertori specialistici, i termini bonapartismo e cesarismo entrano nel lessico politico intorno alla metà dell'Ottocento (verso il 1840 il primo, intorno al 1850 il secondo) ad indicare due fenomeni in origine chiaramente distinti, che solo gli eventi successivi avrebbero portato a confondere. “Con il termine bonapartismo - scrive Cassina - erano evocati sentimenti legati a un momento storico particolare mentre con cesarismo il lessico francese si arricchì di una categoria astratta, di un vero e proprio modello atto a descrivere una determinata forma politica in situazioni storiche anche diverse” (p.19).

Dopo aver ricostruito la genesi di questi termini ed aver analizzato l'ampia letteratura critica ad essi dedicata, l'autrice propone al lettore di tornare a distinguerli. Se con “cesarismo” possiamo indicare il modello di “un regime autoritario, sebbene sorretto da un consenso diffuso, che coniuga il miraggio del benessere allo sviluppo economico e all'espansionismo demografico e militare” (cfr. p. 22), sotto il concetto di “bonapartismo” dovremmo collocare piuttosto una variante dell'ideal tipo cesarista, legata ad un “progetto specifico del pensiero francese” (ibidem). Alla delineazione dei caratteri di questa variante francese del cesarismo l'autrice dedica una lunga e attenta analisi, impostata in termini storici, che ruota intorno ad una tesi fondamentale richiamata già dal titolo: il bonapartismo non è stata un'eccezione nella storia francese. Esso è stato il portato di una tradizione politica illiberale nata con la rivoluzione, e quindi in qualche misura precedente l'avvento stesso della famiglia Bonaparte.

Il terreno nel quale il bonapartismo affondò le sue radici fu preparato, infatti, secondo l'autrice, dalla crisi dell'ancien régime, dalla quale emersero non solo i sintomi dell'opposizione crescente all'assolutismo, ma anche germi consistenti di una riflessione volta a riformulare i fondamenti dello stesso ordine politico.

Il bonapartismo fu una deriva autoritaria di idee e tendenze già presenti nella tradizione politica precedente la comparsa sulla scena di Napoleone I e di Luigi Napoleone. Questa tesi non intende tuttavia sottovalutare il ruolo degli uomini, e annullare il peso di “quel quid di indeterminatezza” apportato dai singoli individui, verso il quale l'analisi tocquevilliana, secondo Cassina, sarebbe stata troppo poco sensibile (cfr. Appendice. Il problema Tocqueville, p. 183). Gli uomini, e più in particolare l'uomo Luigi Napoleone, giocarono un ruolo cruciale nella storia del bonapartismo.

E' attraverso un ritratto di Luigi Napoleone, privilegiato qui rispetto al suo più celebre zio, che l'autrice fa emergere la specificità dello stato autoritario napoleonico. L'approfondita ricostruzione della formazione del giovane Luigi Napoleone, del suo percorso verso il potere, dei suoi legami con l'eredità dello zio, dei suoi scritti e del suo governo - ricostruzione cui sono dedicati due densi capitoli - non ha dunque un intento meramente biografico: solo dall'analisi del rapporto tra l'uomo, i francesi e la loro tradizione politica si può cogliere, secondo Cassina, nel suo specifico il bonapartismo.

Perché il nipote, e non lo zio, offrì il contributo decisivo alla traduzione del progetto bonapartista in una realtà storico-politica concreta? Sia Napoleone I sia Napoleone III si confrontarono con l'eredità della rivoluzione, rispettandola e conservandola in parte e in parte rifiutandola, soprattutto con le gravi limitazioni alla libertà di pensiero che entrambi imposero. Durante i loro rispettivi governi, zio e nipote sperimentarono sistemi elettorali che si aprivano, seppure in modo diverso, sulla strada della democrazia. Dove possono dunque individuarsi le differenze? Le differenze - sostiene l'autrice - sono reperibili nei modi in cui raggiunsero il potere e nelle intenzioni con cui lo esercitarono.

Napoleone I arrivò al potere il 18 brumaio (1799) attraverso un colpo di stato privo di spargimenti di sangue. Il colpo di stato di Luigi Napoleone, invece, fu estremamente violento: esso fu caratterizzato da una violenza che colpì indifferentemente popolo e élites. Contrariamente a quanto i loro reciproci esordi potevano far pensare, d'altra parte, Napoleone - si vide rinnegato subito dopo la sua caduta. Luigi Napoleone, invece, dopo la sconfitta di Sedan, proprio nel momento delicato in cui le truppe prussiane entravano in Francia, assistette a manifestazioni di profonda fedeltà da parte dei contadini francesi. In sintesi, le differenze tra i due regimi bonapartisti possono essere rintracciate nella sostanziale diversità tra l'eredità politica del bonapartismo dopo Waterloo e il lascito del bonapartismo dopo Sedan.

L'eredità di Napoleone Bonaparte fu legata più alla sua personalità di statista e generale che ad un reale progetto politico. Discorso diverso vale per Luigi Napoleone. Non a caso il secondo bonapartismo sopravvisse alla fine di Napoleone III, intrecciandosi al destino delle destre francesi senza perdere rispetto ad esse i propri tratti distintivi, tracce di esso sarebbero rimaste – ricorda l'autrice, rifacendosi agli studi di René Rémond - nel boulangisme, nel nazionalismo, nel poujadisme e persino nel gaullisme (p. 38).

Il ruolo cruciale avuto da Luigi Napoleone nell'affermazione del progetto politico bonapartista conduce l'autrice a dedicare un'attenzione particolare - come abbiamo accennato - alla vita e al pensiero di questo statista, tracciandone un ritratto che non si avvale solo dell'ampia letteratura biografica esistente, ma anche di fonti per lo più inedite ricavate dagli Archives Napoléon, recentemente versati presso le Archives Nationales di Parigi.

Ripercorrendo la genesi della precoce vocazione politica di Luigi Napoleone, sostenuta dall'ambizione della madre Ortensia di Beauharnais, e osteggiata dalla famiglia Bonaparte, Cassina sottolinea come essa fosse sostenuta da una preparazione politica che rese il giovane Napoleone capace di appropriarsi molto presto in termini consapevoli e originali dell'eredità dello zio. Già negli anni trenta e quaranta, tornando a più riprese in una serie di pamphlets sulla necessaria rivalutazione dell'opera politica dello zio e lamentando la divisione partitica della Francia del tempo, Luigi Napoleone individuava i meriti del sistema napoleonico nell'aver saputo ad un tempo tener conto degli interessi materiali della nazione e consolidare il potere disciplinando le masse. La sua forza era consistita nell'aver saputo ricreare il necessario spirito unitario del popolo francese, superando tutte le divisioni partitiche.

Negli scritti stesi durante la prigionia a Ham, dove fu rinchiuso in seguito al fallimento del tentativo di insurrezione di Boulogne (1840), i biografi hanno rilevato l'influenza di idee saint-simoniane, fourieriste e proudhoniane. L'impossibilità di ricostruire i debiti intellettuali di Luigi Napoleone verso queste diverse correnti del socialismo utopistico, nulla toglie, secondo Cassina, al significato complessivo che assume all'interno dei suoi scritti la presenza e l'eco delle idee socialiste e soprattutto saint-simoniane (idee che Luigi Napoleone ebbe la possibilità di ascoltare soprattutto dal precettore Narcisse Vieillard). La sua attenzione al socialismo, infatti, sottolinea l'autrice, era chiaramente strumentale: quest'uomo “d'ordine” aveva intuito che poteva percorrere la via del potere e realizzare il proprio progetto politico solo appellandosi alle masse.

A differenza di quanti associavano suffragio universale/democrazia e rivoluzione, Luigi Napoleone intuì che l'estensione del suffragio non solo non portava alla distruzione dell'ordine, ma anzi poteva essere utilizzata per la costruzione di un potere forte, fondato proprio sulla sanzione popolare (cfr. p. 69). Egli aveva, tuttavia, ben chiaro di non poter contare solo sulla suggestione del nome dei Bonaparte, sui sentimenti che avevano legato i francesi a Napoleone I. Accanto ai ricordi e ai sentimenti si doveva fare appello a qualcosa di più concreto e immediato. L'eredità napoleonica doveva essere coronata da un programma d'intervento sociale, programma al centro di uno dei suoi scritti più celebri: L'extinction du paupérisme (1844).

“In questi due elementi, rimettersi al giudizio del suffragio universale e progettare interventi dei pubblici poteri a favore del 'maggior numero', si situa il nucleo forte dell'elaborazione politica e sociale di Luigi Napoleone” (ibidem), un'elaborazione all'interno della quale l'eredità dello zio viene ripresa, ma in modo assolutamente inedito, e tale da denunciare un distacco di fondo.

Già in Des idées napoléoniennes (1839), Luigi Napoleone, ponendo i temi del progresso sociale e materiale della nazione al cuore del progetto bonapartista, trattava con imbarazzo lo spirito guerrafondaio dello zio. L'idea napoleonica doveva essere, per lui, “un'idea sociale, industriale e commerciale, umanitaria” e non “un'idea di guerra” (p. 71).

Pur non sottovalutando i vantaggi che un regime di tipo “cesarista” poteva trarre dalla proiezione del conflitto sul versante internazionale e dalla conduzione di imprese militari, Luigi Napoleone si proclamò fautore della pace. Anche in questa direzione, egli cercò di assecondare quelle che sembravano le aspirazioni più diffuse tra le correnti di pensiero dell'epoca, in particolare saint-simoniane. Il bagaglio di idee e convinzioni che si era formato in gioventù e che era emerso già negli scritti del periodo della prigionia, costituì - secondo l'autrice - un punto di riferimento costante nelle tappe di consolidamento del suo potere.

Se la possibilità di ricomparire sulla scena politica francese, durante le vicende del '48, gli fu offerta da un lato dalla forza del mito napoleonico, dall'altro da un insieme di circostanze anche casuali, le mosse che egli intraprese dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1951 riflettevano un progetto a lungo coltivato e meditato. Conseguentemente con quanto teorizzato nei suoi scritti, il suo primo gesto una volta giunto al potere fu il ricorso alla sanzione popolare: col plebiscito del 21 dicembre fu il popolo francese stesso a legittimare il suo operato e la sua volontà di ridefinire il profilo istituzionale del paese. Il 14 gennaio 1852 il varo della nuova costituzione segnò l'introduzione del suffragio universale maschile. Di lì a breve la confisca dei beni della famiglia degli Orleans consentì a Luigi Napoleone di incamerare le risorse finanziare utili a varare una serie di misure sociali che ne accrebbero la popolarità tra le masse, tra queste la creazione di società di mutuo soccorso, la costruzione di alloggi operai e il finanziamento del credito agricolo.

Coerentemente con la sua interpretazione “industriale” dell'idea napoleonica, subito dopo la proclamazione ad imperatore, Napoleone III procedette anche all'avvio di un piano di rilancio industriale, attraverso una serie di grandi opere pubbliche, che diede un'iniezione di energia all'economia nazionale e rafforzò l'immagine pubblica del potere.

Con la restaurazione del 2 dicembre 1852, Luigi Napoleone assunse il nome di Napoleone III, mantenendo intatta la costituzione varata all'inizio dell'anno. Questa costituzione si fondava – sottolinea l'autrice - su una combinazione tra autorità e democrazia, che faceva poggiare il potere su “flussi di forze contrarie”. Essa vedeva nell'imperatore il vero fulcro di un impianto gerarchico, grazie al quale Napoleone III poteva esercitare uno stretto controllo sia sull'operato dei ministri e sul funzionamento del sistema amministrativo sia sulle assemblee. Solo i deputati del Corpo Legislativo non dipendevano dalla nomina dell'imperatore, ma il sistema delle candidature ufficiali e il controllo amministrativo sulle consultazioni elettorali, vanificavano anche la libertà di questa assemblea.

Da un punto di vista amministrativo, il regime di Napoleone III ereditava il centralismo portato della grande Rivoluzione, perfezionando e razionalizzando la macchina amministrativa, attraverso un'estensione dei poteri dei prefetti e un rafforzamento delle forze di polizia. Grazie a questo diffuso apparato di polizia e propaganda l'imperatore era in grado di fatto di controllare il flusso delle forze dal basso che si esprimevano nei plebisciti e nelle elezioni. Qui stava - sostiene Cassina - insieme la forza e la debolezza del sistema: il controllo che sindaci e prefetti esercitavano sulle elezioni finiva infatti per privare l'imperatore di un quadro reale della situazione e degli umori popolari. Così Napoleone III parlava a nome della nazione senza conoscerne realmente gli stati d'animo. La perdita del contatto con le masse, contribuì progressivamente ad indebolire un potere che era costretto a fare i conti con le pressioni e le resistenze sia del mondo degli affari, sia di quello ecclesiastico.

L'utopia di Napoleone III, il suo tentativo di unire tutte le forze sociali e politiche, per farle confluire nel processo di modernizzazione industriale della nazione, era destinata al fallimento. La politica sociale di Napoleone e il suo tentativo di “governare l'economia” erano segnati da forti contraddizioni. All'origine di queste contraddizioni era il sostegno che l'impero chiese ai grandi potentati economici, sostegno che finì presto per legare le mani dell'imperatore, costringendolo a puntare sugli effetti dell'espansione coloniale, della riforma del sistema creditizio e sull'iniziativa di grandi opere pubbliche, in altre parole solo su quei progetti nei quali anche le forze industriali e finanziarie potevano trovare il loro tornaconto. Le difficoltà di fare i conti con il potere delle élites tradizionali, d'altra parte, non minò e condizionò il programma napoleonico solo sul piano economico. Essa doveva rivelarsi in tutta la sua portata negativa nell'attuazione della riforma scolastica e della riforma dell'esercito, evidenziando le ragioni profonde della debolezza del sistema inaugurato da Napoleone III, nel quadro dei rapporti di forze interni alla società francese.

Il fallimento del progetto bonapartista lascia aperta la questione del perché della sua lunga durata, soprattutto a paragone con quella che fu la tendenza generale dei regimi francesi durante l'Ottocento. Secondo l'autrice, la capacità di tenuta dell'impero si deve ricondurre al suo radicamento in una tradizione politica che risaliva alle origini stesse dello stato moderno in Francia. Questa tradizione politica, che l'autrice ricostruisce in modo puntuale e originale nel IV capitolo, ebbe il suo momento aurorale con la concezione della sovranità statale elaborata da Bodin e con il Testament politique di Richelieu (pubblicato postumo nel 1688, ma probabilmente scritto negli anni trenta), nel quale al sovrano veniva attribuito il compito di ricercare il bonheur del regno, e successive e più mature espressioni nel pensiero fisiocratico, nell'esperienza rivoluzionaria giacobina, e ancora nelle dottrine saint-simoniane. All'interno di questa tradizione, in particolare, a cominciare dalla fisiocrazia - come aveva precocemente intuito Tocqueville - un messaggio egualitario si era combinato al ricorso a tematiche e soluzioni illiberali in vista del rafforzamento del potere statale, anticipando elementi importanti di quella che fu la costruzione della “democrazia autoritaria” realizzata da Napoleone III, senza dover abbattere l'edificio eretto dalla rivoluzione.




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