Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 13 gennaio 2003

Pietro Costa, Civitas. Storia della cittadinanza in Europa, vol. III, La civiltà liberale, Roma-Bari, Laterza, 2001, pp. 662.

«La cittadinanza è un termine di relazione: serve a richiamare l’attenzione su un rapporto che ha a un estremo un individuo e all’altro estremo una ‘città’ […] una collettività politicamente organizzata». Il termine Civitas, scelto come titolo, sembra voler insistere sul carattere fondamentale di questo rapporto. Suddivisa in quattro volumi (1. Dalla civiltà comunale al Settecento; 2. L’età delle rivoluzioni; 3. La civiltà liberale; 4. L’età dei totalitarismi e della democrazia), l'opera ripercorre la storia della cittadinanza in Europa e, più in particolare, il «discorso della cittadinanza», vale a dire «il luogo di senso di una società, la sua trasposizione in parola, il suo tentativo di rappresentarsi, di mostrarsi in un gioco di specchi che moltiplica senza fine le immagini per venire a capo di una molteplicità irriducibile» (p. V).
Per muoversi all’interno di un mondo vasto e complesso come quello del rapporto fra gli individui e l’ordine sociale, l’«inchiesta storico-ermeneutica» di Costa individua i percorsi più significativi e di maggior pregnanza esplicativa, come ‘itinerari esemplari’ delineati dai diversi contesti storici, dalle specifiche culture nazionali, dai singoli ambienti politico-economici, ed infine dai distinti ambiti disciplinari. Sono queste le coordinate che permettono prima a Costa e poi al suo lettore di districare «il gioco delle continuità e delle discontinuità» che regola la dinamica evolutiva del discorso della cittadinanza con i suoi contenuti: temi, protagonisti, domande, metafore, immagini, formule e strategie argomentative che si ripropongono rinnovandosi ogni volta (p. V-VI).
Attingendo ai lavori che danno voce ai contenuti essenziali del pensiero di un autore, Costa arricchisce la sua opera di corpose ed innumerevoli citazioni, illuminanti, mirate (anche da testi appartenenti ai saperi specialistici più disparati), che svelano la competenza smisurata di questo storico del diritto - in particolare, naturalmente, per quel che riguarda la giuspubblicistica. Nel libro trovano dunque spazio libri e studiosi che possono dirsi tutt’altro che classici della filosofia politica, e tuttavia importanti in altre discipline e dei quali, soprattutto, si mostra come abbiano contribuito al costituirsi del discorso della cittadinanza, il quale è stato alimentato da sociologi, economisti, antropologi, politici, giuristi. Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del testo.
Ma come si forma e si struttura secondo Costa il discorso della cittadinanza? L’attenzione ai nuclei comuni e poi alle distinzioni interne è una costante. Un discorso della cittadinanza, infatti, seppure unitario nei contenuti di fondo, prevede al suo interno strategie diverse, si situa in ambiti nazionali e contesti storici distinti, è nutrito da svariati settori culturali, e si afferma grazie al contributo di personalità che sono alla guida di molteplici movimenti.
In questo terzo volume Costa esamina la seconda metà dell’Ottocento ed i primi decenni del Novecento, mentre i contesti nazionali privilegiati dalla sua analisi sono quello inglese, francese, tedesco e italiano. Segnando irrimediabilmente un prima e un dopo nella storia dell’Europa moderna, la rivoluzione francese - frattura che traccia un netto confine fra ‘antico’ e ‘nuovo’ regime - getta le fondamenta del discorso della cittadinanza del XIX secolo, ponendo problemi e questioni che, pur presentandosi fin dai primi decenni del secolo, per essere messi in evidenza e drammatizzati nei fuochi del 1848, trovano la loro piena maturazione nel secondo Ottocento. Il soggetto, la sua libertà e i suoi diritti, il suo rapporto con il potere politico dello Stato, le questioni nazionali, la questione sociale, i conflitti di classe, il nesso fra la libertà, il progresso, la civiltà e l’ordine, la necessità di riforme e il desiderio di rivoluzione sono al centro del dibattito. E ancora «‘immunità’, partecipazione, obbedienza, inclusione sono alcune delle più ricorrenti declinazioni dell’identità politico-giuridica del soggetto e ciascuna di esse costituisce il terreno di coltura di quel regime di diritti e doveri nel quale si sostanzia il rapporto fra l’individuo e la comunità politica», nell’intrecciarsi del momento ‘corporatista’, da un lato, e del momento ‘imperativistico’, dall’altro (p. VII).

Il trionfo della libertà: fra Mill e Spencer
La prima rappresentazione del soggetto nel suo rapporto con l’ordine presa in considerazione è quella di J. S. Mill: l’individuo ha un fondamentale diritto all’autodeterminazione, ad uno spazio privato protetto da interferenze - libertà come immunitas - in virtù del quale perseguire un progetto di vita scelto liberamente in un contesto sociale ordinato. Quest’ultimo è allo stesso tempo condizione e frutto della ricerca di un benessere individuale che non deriva esclusivamente, come per Bentham, dall’inseguimento utilitaristico di un riduttivo ed egoistico self-regarding interest, ma che trova completa realizzazione in un impegno eticamente fondato per il social-interest, contribuendo e coincidendo, dunque, con il benessere collettivo. Il libero dispiegarsi di risorse, capacità ed iniziative individuali in competizione è il motore di un ordine sociale dinamico: il suo progresso, piuttosto che prodotto dell’attività ordinante di un governo, è il risultato spontaneo ed inintenzionale di decisioni e azioni individuali tese alla soddisfazione di bisogni personali, nonché dell’impegno attivo di un soggetto che, consapevole, con Tocqueville, dei rischi di una “democratica tirannia della maggioranza”, ma soprattutto di un conformismo di massa che insidia le menti dei singoli e le loro possibilità d’autodeterminazione, partecipa alla politica, non la subisce, e lotta per diritti il cui fondamento è nella giustizia di una norma e il cui senso è nello sforzo contro sofferenza e sopraffazione (J. S. Mill, On Liberty, 1859; Id., De Tocqueville on Democracy in America, 1835). La libertà di un soggetto maturo e responsabile, nel delicato equilibrio fra il diritto ad esser difeso dall’interferenza del politico e il dovere di parteciparvi attivamente, diviene dunque «il volano del movimento ‘progressivo’ della società» e del soggetto stesso «come ‘progressive being’» (p. 8, 31).
Sempre in Inghilterra, la cultura vittoriana fa propria la concezione evoluzionista, scoprendovi un principio esplicativo di validità universale, applicabile ad ogni campo di un sapere finalmente unificato. Il Saggio sull’origine delle specie di Darwin è del 1859, ma già nel 1850, in Social Statics, Spencer, ispirato dal modello lamarkiano, si dichiara convinto che la stessa legge valida per lo sviluppo di qualsiasi organismo vivente, la fondamentale legge evolutiva dell’adattamento all’ambiente, regoli anche l’uomo: la sua esistenza e condotta, società e storia, il suo naturale, necessario e spontaneo progresso verso la civiltà. Riemerge pure l’analogia fra corpo sociale ed organismo vivente, ma Spencer sottolinea la compatibilità fra mutual dipendence ed individuation e, oltre alla comteana superiore unità della società come totalità vivente, mette in luce la differenziazione funzionale delle parti, riuscendo così a neutralizzare l’accento che fino ad allora la metafora organicistica aveva posto sulla «disposizione gerarchica delle parti, la valenza inclusiva della totalità, il carattere ‘ontologicamente’ secondario delle singole componenti» (p. 39-40). I principi evolutivi della conservazione della specie e della sopravvivenza dei più adatti sono anche i presupposti di un’etica biologicamente fondata: affinché la cooperazione, caratteristica della vita sociale e determinante per l’autoconservazione, non sia messa a repentaglio, da un lato, è essenziale la «regola di giustizia», la kantiana «regola dell’eguale libertà» per la quale «ogni uomo può pretendere la massima libertà di esercitare le sue facoltà purché compatibile con il possesso della medesima libertà da parte di ogni altro», e, dall’altro, è necessario che sia garantito il nesso fra un’azione e le sue conseguenze, in modo che «ogni individuo debba ricevere i benefizi e i mali della propria natura e conseguente condotta» (p.40). La vita stessa reclama per l’individuo la libertà d’azione necessaria all’autoconservazione e quei diritti - in quanto tali naturali - che ne sono i corollari (Principles of Ethics, 1891). Di qui il rifiuto di ogni indebita interferenza statuale che ostacoli l’involontario contributo al progresso della civiltà di un individuo che liberamente compete per la propria sopravvivenza, dando perciò inevitabilmente il meglio di sé. Non potrà dirsi pertanto legittima alcuna azione dello Stato che non sia funzionale rispetto all’esigenza di tutelare la libertà, i diritti e la sicurezza dei cittadini. E' l’evoluzione stessa delle società a muovere verso uno “Stato minimo”, che vede progressivamente contrarsi la propria sfera d’azione positiva, repressiva o assistenziale che sia.
Il discorso della cittadinanza vittoriana concepisce la libertà come non interferenza, come libertà negativa; pertanto, anche quando non è apertamente antistatalista, esso si preoccupa di limitare il potere dello stato. La libertà inoltre è giustificata come attributo del soggetto umano in quanto tale: un soggetto libero è il prodotto finale di un millenario processo evolutivo, il culmine dello sviluppo della civiltà, a conferma, dunque dell’indiscutibile nesso fra libertà, progresso e civiltà.

Fra libertà e solidarietà
Nel frattempo la Francia della Terza Repubblica è impegnata nel tentativo di risolvere l’apparente antinomia fra individuo e società all’insegna del principio della solidarietà. Dopo la delusione del ’48, la questione sociale torna alla ribalta. I diritti invocati - libertà, uguaglianza e proprietà - sembrano urtare fra loro, scatenando un conflitto sociale che chiede risposta. Renouvier (Manuel Républicaine de l’homme et du citoyen,1848) Fouillée, Bourgeois sono i teorici del solidarismo francese di fine secolo: proprietà e concorrenza devono essere garantite, ma correggendone gli eccessi, facendo affidamento sull’impegno solidale di soggetti che riconoscano, da un lato, i debiti e le responsabilità nei confronti della società da cui dipendono e, dall’altro, i meriti della collaborazione rispetto al conflitto. Far parte della società, cioè di un meccanismo d’interdipendenza funzionale e di scambio di servizi reciproci, implica allo stesso tempo vantaggi ed obblighi, e non ci si può avvalere dei primi e sottrarsi ai secondi.
Contro Spencer, d’ora in avanti bersaglio polemico di qualunque discorso della cittadinanza che rifiuti gli eccessi egoistici di un individualismo estremo, si pone non solo il solidarismo francese, ma anche l’idealismo inglese di Bradley e Green. In virtù del carattere intrinsecamente sociale del self, non può essere che la società il luogo della self-realization; nel mutuo riconoscimento del valore assoluto dell’altro come persona, trova fondamento una sostanziale coincidenza fra bene individuale e comune, ed anche i diritti sono il risultato del reciproco riconoscimento. Nel rifiuto del laissez faire, lo Stato ritrova il suo spazio, chiamato ad intervenire per rimuovere qualsiasi ostacolo all’auto-realizzazione e ad una libertà che non ha un’esclusiva valenza negativa, ma che è positivamente impegnata nella ricerca di un bene che è il proprio e di tutti. Anche dal versante utilitarista si leva una voce a favore dello Stato: se è vero che l’individuo è il miglior giudice dei propri interessi, è lo Stato, in Sidgwick, che deve occuparsi dell’utile della collettività, per far fronte ad esigenze politiche rispetto alle quali il gioco spontaneo degli interessi privati risulta insoddisfacente (Elements of Politics, 1891).
Anche Durkheim, impegnato in una ricerca sociologica che fornisca alla politica criteri d’azione scientificamente fondati, tematizza il concetto di solidarietà: da una parte, esiste una coscienza collettiva che condividendo credenze e valori fonda la coesione sociale; dall’altra, c’è l’interdipendenza legata alla divisione del lavoro e quindi alla differenziazione delle funzioni degli individui, cellule di un organismo sociale l’appartenenza al quale li determina ed identifica. Ciò significa valorizzare le competenze dei singoli, ma rimanda anche ad una complessità del sociale, tale da implicare da parte della società stessa forza coesiva ed interventi normativi disciplinanti (Duguit, il concetto di ‘regola di diritto’), nonché l’intervento dello Stato a sostegno dei diritti individuali. La risposta al conflitto sociale, alla patologia della divisione del lavoro dovuta ad uno stato di anomia, deve venire dall’azione mediatrice dei gruppi intermedi, delle corporazioni, che saranno anche un limite sia alle tendenze dispotiche dello Stato, sia agli eccessi di una sregolata democratizzazione. Così Durkheim, attraverso il principio integrativo della «solidarietà organica», risolve l’antinomia spenceriana fra Stato ed individuo (La divisione del lavoro sociale, 1893).

Il paradigma statocentrico e i diritti dei soggetti: la giuspubblicistica tedesca
In ambito tedesco, il modello di cittadinanza ha coordinate affatto diverse: Stato, Popolo e Nazione sono i termini fondamentali, ed è l’appartenenza al «popolo-Stato» in quanto totalità organica storicamente determinata a definire l’identità del soggetto e a declinarne la libertà, i diritti e i doveri. Sulla base di una radicata tradizione storico-organicista, che ha il suo punto di riferimento in Savigny, la giuspubblicistica tedesca, di deciso orientamento statocentrico, elabora, da un lato, con Bluntschli, l’idea dello «Stato-persona» e, dall’altro, con Beseler e Bähr, quella della compagine statuale come Associazione (Genossenschaft).
Facendo leva sull’idea dello «Stato-persona», Gerber tenta una fondazione giuridica del diritto pubblico: in quanto incarnazione del popolo, lo Stato è una «personalità giuridica», ed è soltanto da esso, in quanto «Stato-volontà», detentore assoluto della sovranità, che discendono i diritti pubblici dell’individuo (‘diritti riflessi’), in virtù, cioè, dell’appartenenza-soggezione ad esso (I lineamenti di diritto pubblico tedesco, 1865). Invece, secondo Gierke, è la concezione dello Stato e del corpo sociale come organismo, unità vivente, che fonda, ancora in virtù dell’appartenenza ad esso, i diritti degli individui suoi membri. E proprio nel diritto questo Stato, a garanzia dell’autonomia individuale, incontra i limiti alla propria azione. Uno «Stato-comunità» che trova un’identità nel suo stesso substrato associativo. E nella pluralità delle associazioni, ovvero nel rafforzamento del momento comunitario, deve trovarsi la soluzione alla questione sociale e del conflitto (Das deutsche Genossenschaftsrecht, 1868). Nonostante, dunque, le comuni premesse storico-organicistiche, il discorso della cittadinanza si divide per evidenziare due aspetti speculari: il momento potestativo e volitivo dello Stato, da un lato, e quello integrativo e comunitario, dall’altro.
D’impronta naturalistico-positivista è la via di Jhering, che tematizza il nesso funzionale che collega il diritto agli interessi di individui e società. Il diritto è soggettivo, scaturisce dalla volontà e dal potere del soggetto, che perseguendo uno scopo si afferma lottando per esso (La lotta per il diritto, 1872; Lo scopo nel diritto, 1877). Il rispetto dell’ordinamento dipenderà dalla forza coercitiva dello Stato: quest'ultimo, detentore di una sovranità incondizionata, perseguendo l’interesse collettivo, trova il suo unico limite nell’autocontrollo. Per Jellinek, invece, in virtù dell’irriducibilità dei diritti ai fatti, non è possibile derivarli dalla natura del soggetto. Essi riposano esclusivamente sull’effettività di un ordinamento giuridico oggettivo, a sua volta emanazione diretta di una volontà statuale (Sistema dei diritti pubblici subiettivi, 1892). Di fronte a questa constatazione, per la giuspubblicistica tedesca del tardo Ottocento, garanzia del diritto diventano i valori di civiltà di un popolo ai quali solo lo Stato, che ne è l’incarnazione, può dar voce.

Lo Stato ‘riformatore’ e la società ‘organica’
E’ nell’azione governante dello Stato come amministrazione e nella sua forza riformatrice che, secondo Stein, può trovare soluzione la ‘questione sociale’ in Germania: lo stato ha la capacità di composizione di interessi tanto vitali quanto conflittuali, valorizzando le forze coesive dei momenti associativi, dando cioè spazio ai gruppi sociali affinché possano mediare la particolarità degli interessi privati con la generalità degli obiettivi pubblici. «La strategia che fa dello Stato l’organo di un’integrazione sociale capace di contrastare le spinte disgregative introdotte dall’impetuoso processo di industrializzazione [...] diviene la piattaforma programmatica di un gruppo di storici-economisti che si riuniscono intorno a Schmoller», e che pongono l’accento sulla funzione ordinante dello Stato (p. 198).
Sulla società come «corpo sociale» s’incentra la riflessione di Shäffle (Struttura e vita del corpo sociale, 1875-78). Il suo organicismo non è di matrice savigniana, ma evoluzionistica. Contro l’atomismo individualistico, l’organicismo biologistico sottolinea la natura essenzialmente sociale di un singolo integrato nella totalità inclusiva del gruppo. Individui con ruoli differenziati e funzionali, tuttavia, rispondendo alla loro vocazione sociale, non fanno che affermare la propria personalità e libertà. La forza coesiva del corpo sociale si esprimerà nella funzione integrativa delle corporazioni, con a capo lo Stato, ‘corporazione di corporazioni’, detentore della suprema potestà coattiva, cui spetta il controllo del conflitto. Gli esiti dell’evoluzionismo, dunque, sono, in questo caso, opposti rispetto all’antistatalismo spenceriano: l’individuo, se non scompare,è completamente integrato nel tutto dell’organismo sociale.

Fra ‘statocentrismo’ e ‘società organica’: la giuspubblicistica italiana
In Italia, mentre con il Risorgimento s’impone l’idea di nazione, l’idea di Stato deve ancora attecchire, nonostante l’avvenuta unificazione. Alle soglie dell’unità la nazione, con Mancini e Mamiani, è «autocoscienza di un popolo che rivendica la propria identità», «esplicazione collettiva della libertà» individuale, fonte di legittimazione politica contro uno «Stato-forza» che si fonda sulla logica di conquista (p. 212). Il discorso italiano della cittadinanza di fine Ottocento, tuttavia, si trova a dover fare i conti con la nuova realtà istituzionale dello Stato unito. L’hegeliano Spaventa esalta nello Stato il luogo in cui trova compimento quel processo nel quale, partendo dall’individuo, attraverso la famiglia e la società civile, giunge ad oggettivarsi l’«ethos di una comunità», a realizzarsi lo spirito e la coscienza di un “popolo-nazione” (p. 217). Veicolo di rappresentazione dell’interesse universale della comunità, nello Stato si ricompongono gli interessi di parte. Va oltre, ancora con Hegel, Angelo Camillo de Meis: la totalità organica statuale è il fine che reclama il sacrificio di un individuo consapevole di appartenerle e della propria transitorietà di mezzo (p. 218). Posto lo Stato al culmine di un processo storico-spirituale, si delinea inoltre il rifiuto di una genesi, di matrice rousseauviana, contrattualistica e volontaristica della sovranità. La teoria della sovranità popolare è identificata oltre che con un egualitarismo omologante, con la legittimazione del dispotismo della maggioranza e del più forte. È piuttosto alla Francia di Guizot e dei doctrinaires, culla di un governo “rappresentativo” fondato sulle «regole oggettive ed impersonali della ragione», che guardano i costituzionalisti italiani.
Dagli anni Ottanta, invece, i modelli ispiratori del discorso della cittadinanza italiano sono la sociologia comteana e la tradizione giuridica tedesca di stampo storico-organicistico. Miceli parla della società, spencerianamente, come di un «campo di forze tenute in equilibrio dal bisogno che ciascun membro ha dell’altro», in cui la «cooperazione delle parti» e la «specializzazione delle funzioni», implicandosi reciprocamente, costituiscono i parametri dell’ordine e del progresso (p. 222). Contro l’utopia dell’uguaglianza, perciò, la realtà è il trionfo delle differenze che darwinianamente permettono l’evoluzione. La società è lo spazio in cui gruppi e soggetti competono e cooperano sulla base di competenze specifiche, ed è secondo l’asse delle capacità che si crea la sua struttura gerarchica. Il potere dei dominanti, secondo una concezione ‘elitista’ condivisa da Mosca, è legittimato da un’oggettiva superiorità: razionale è il governo dei più capaci e la sottomissione dei meno. La sovranità è così legittimata in quanto espressione di una società concepita come totalità la cui disposizione è naturalmente gerarchica. Con il giurista Vittorio Emanuele Orlando fa il suo ingresso ufficiale nella giuspubblicistica italiana il paradigma statocentrico. Rifiutando una concezione individualista della libertà, essa può essere giuridicamente fondata esclusivamente in virtù del riferimento allo Stato. Detentore esclusivo della sovranità, unica fonte del diritto pubblico, esso soltanto rende il cittadino soggetto di diritto, ed entrambi sono inseparabili dal popolo, soggetto collettivo che si realizza storicamente nello Stato. Santi Romano trova invece uno spazio per la libertà individuale nella distinzione fra lo Stato e i suoi organi, vincolati da norme giuridiche; è la formula dello “Stato di diritto”, antidoto contro il dispotismo statuale. Se non sembra problematico applicarlo all’amministrazione, lo è di più porre vincoli giuridici al potere legislativo dello Stato, al suo ruolo di creatore del diritto (Cammeo, Miceli, Olivieri). Affinché la sovranità statuale sia rispettata, l’unico luogo dal quale possono venire i contenuti per la legislazione è il popolo che nello Stato s’incarna, nei suoi principi di civiltà e nella sua coscienza collettiva.
Nell’ultimo Ottocento in Italia, come nel resto d’Europa, si cerca in una terza via, che rifugga sia gli estremismi individualistici che quelli stato-centrici, lo spazio per il riconoscimento del soggetto, della sua libertà. In questa direzione si pongono le voci che chiedono una risposta al conflitto sociale, da parte di uno Stato amministrativo che intervenga nel rispetto degli interessi particolari di singoli e gruppi sociali, che non devono essere negati, bensì armonizzati.

Corporazioni, associazioni, democrazia
Anche dal mondo cattolico nasce un discorso della cittadinanza. Il suo bersaglio polemico è la modernità, che ha infranto l’ordine sociale preesistente: teologicamente fondato, basato sull’etica del dovere e sulla concezione dell’uomo come costitutivamente sociale, nonché su gerarchie intese come naturali. Ad esso la modernità ha opposto, da un lato, il primato liberale dell’individuo, dall’altro, la statalizzazione socialista (Sillabo di Pio IX, 1864). Individui in competizione, nella sfrenata ricerca del benessere personale, non hanno più senso del dovere. Per limitare il dilagante conflitto sociale, è necessaria la forza costrittiva dello Stato. Per la salvaguardia del diritto di proprietà, la risposta è nella riscoperta delle associazioni. Per risolvere la questione sociale, infine, è necessario recuperare il valore della carità cristiana, soccorrendo i deboli travolti da un imperante utilitarismo. È questo il compito del sistema assistenziale dello Stato, è la pace sociale il suo obiettivo. Contro liberalismo e socialismo, dunque, si rivendica il valore della tradizione cattolica che, in virtù di una teoria dell’ordine gerarchicamente concepito e di un’antropologia per cui l’uomo è sociale e vocato al bene comune, è in grado di conciliare difesa della proprietà privata e protezione dei deboli, compito attivo dello Stato e rispetto delle associazioni. È questo il discorso ‘cattolico-corporativistico’ della cittadinanza: rispetto delle differenze cetuali, partecipazione equa e proporzionale ai meriti e alle funzioni, agli oneri e ai vantaggi che derivano dal far parte della società; è questa la giustizia sociale, e non la mera uguaglianza formale, illusione della Rivoluzione (Rerum Novarum di Leone XIII, 1891). La proposta cattolica è la ‘democrazia cristiana’, l’auspicato ritorno all’ordine sociale cristiano, oggettivo, naturale, nel quale le relazioni e i vincoli sociali, in primis quello familiare, determinano i diritti, ma soprattutto i doveri dell’individuo e il ruolo dello Stato (Kettler e Toniolo).

Il discorso della cittadinanza fra ‘riforme’ e ‘rivoluzione’
Contro chi, come Lassalle, crede nella possibilità di uno Stato libero, Marx ed Engels, identificando nello Stato lo strumento del dominio di classe, ne auspicano e prevedono l’estinzione con il crollo del sistema capitalistico, destinato, in virtù di contraddizioni interne, a venir meno nel necessario procedere dialettico dello sviluppo storico-economico. Rivoluzione, dittatura del proletariato ed estinzione dello Stato sono le tappe del «movimento reale» verso una società comunista (Manifesto del partito comunista, 1848; Capitale, 1867, 1885, 1894). Kautsky farà dell’ortodossia di Marx, un «anti-discorso» della cittadinanza, il programma del partito socialdemocratico tedesco (Il programma di Erfurt). Se l’intero mondo socialista non crede nelle «potenzialità spontaneamente ‘progressive’ dell’ordine esistente» (p. X), certo della necessità di sostituirlo per l’incapacità di risolvere il conflitto di classe, la divisione è fra chi esalta il mito della rivoluzione, ritenendo necessario un momento di rottura (Rosa Luxemburg, Sorel, Labriola e Leone), e chi invece, fiducioso nelle possibilità di una metodologia riformista per una reale trasformazione della società, s’impegna in una quotidiana lotta per i diritti e la democrazia (il “revisionista” Bernstein, Jaurès, Turati, la Fabian Society). Contro il materialismo e la riduzione marxista del soggetto ai rapporti sociali si erge, invece, il filone socialista neokantiano: in Kant il socialismo deve ritrovare un fondamento assiologico, nell’uomo come fine in sé e nel dover essere come ideale etico. Solo il valore della persona in quanto morale e razionale può dare un senso alla vocazione egualitaria e comunitaria della giustizia e allo stesso tempo garantire il rispetto per la libertà individuale. È necessaria un’istanza morale a motivare l’impegno per il cambiamento, con fini per i quali non ci si può affidare al flusso della storia, né alla violenza della rivoluzione, ma ad uno spirito di riforma nel rispetto della legalità (Cohen, Natorp). Kautsky marxianamente ribatte che non sono gli ideali etico-politici a determinare i mutamenti storici, bensì le trasformazioni economico-sociali, di cui questi non sono che riflessi. Ma, proprio sulla base di una revisione critica del materialismo dialettico determinista, si pongono le istanze riformiste di Bernstein: il no alla rivoluzione e il recupero dei valori della cittadinanza. La lotta socialista per le riforme e i diritti, portata avanti da nuovi soggetti collettivi come il partito e i sindacati, si distingue tuttavia da quella solidarista o della ‘terza via’, giacché trova il suo orizzonte di senso non nella correzione, ma nella sostituzione, per quanto graduale, dell’ordine esistente - in un difficile equilibrio fra continuità e discontinuità.

Il discorso della cittadinanza fra eguaglianza e differenze
Dopo la Rivoluzione francese lotta per l’uguaglianza significa lotta per i diritti: ma i diritti di chi? Nella risposta entra in gioco la rappresentazione del soggetto, lemma fondamentale nel discorso della cittadinanza. Proprio nella rivendicazione dell’uguaglianza si evidenziano le differenze: di classe, nella battaglia socialista, di genere, nella sfida per l’emancipazione femminile, due percorsi talora sovrapposti. Dal ristretto ambito della gerarchia familiare, dominata dal pater familias, al più ampio della comunità politica, nel secondo Ottocento la ‘questione femminile’ s’impone nella lotta per i diritti. Fra le protagoniste Harriet Taylor, Anna Maria Mozzoni, Teresa Labriola, Maria Montessori, Gina Lombroso, Hubertine Auclert, Louise Koppe, Ellen Key. Da un lato, si ricorda giusnaturalisticamente la dignità di ogni essere umano in quanto tale, uomo o donna che sia, e pur rigettando la valenza omologante delle rivendicazioni egualitarie, millianamente (Subjecton of Women, 1869) le si riconosce il diritto al libero sviluppo della personalità. Dall’altro, dare spazio politico all’universo femminile, per la società, significherebbe accogliere i contributi di un’identità irriducibilmente altra rispetto alla maschile, arricchendosi di competenze e vocazioni specificatamente femminili - che deriverebbero alla donna dal suo ruolo di madre - quali l’inclinazione alla “cura” dei soggetti deboli ed uno spiccato senso di solidarietà.

Il discorso della cittadinanza e la teoria della razza
Di tutt’altro tenore è la rivendicazione delle differenze proveniente da un itinerario della cittadinanza alternativo ai precedenti, alimentato dall’antropologia razziale. Insieme ad essa lo Stato-potenza, la celebrazione della guerra e della colonizzazione formano un «esplosivo mélange» che si contrappone ai discorsi su soggetto, libertà e civiltà (p. X). Le premesse scientifiche si pongono dal Settecento, quando, nel dibattito fra “monogenisti” e “poligenisti”, contro l’idea dell’unità del genere umano, si sottolineano le irriducibili differenze somatiche, intellettuali e morali fra le razze. Successivamente si delinea una gerarchia razziale con al vertice la razza bianca, europea o ariana: scienze naturali, antropologia, scienza del linguaggio, estetica, unite nel determinare i fondamenti del pregiudizio europeo ed occidentale sulla propria superiorità razziale, cui fa da riscontro lo stereotipo dell’inferiorità della razza nera o della pericolosità degli ebrei (Drumont; La Tour du Pin; Chamberlain). Non manca il contributo della filosofia della storia, con le tesi del progresso inarrestabile verso la civiltà, guidato dalle razze superiori o, piuttosto, di un processo che ha in sé il germe della degenerazione, comunque riconducibile al principio razziale (Gobineau, Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, 1853-1855). Non esiste l’umanità, ma le razze umane; non sono gli individui le leve del movimento storico, ma protagonisti dell’evoluzione darwiniana (L’origine delle specie, 1859) sono le razze, in conflitto per la sopravvivenza e il dominio delle superiori sulle inferiori. Ed è pure l’identità del soggetto ad essere determinata dalla sua appartenenza alla razza; e non solo l’identità individuale, ma anche, nella fondamentale determinazione razziale delle nazioni, quella collettiva. Non più uguaglianza dei diritti e solidarietà verso i deboli fondate sulla comune umanità, ma selezione dei più adatti, dei migliori, per la preservazione della razza, fino agli estremi di una selezione artificiale, dell’eugenetica e dell’eliminazione degli elementi deboli e degeneri (Vacher de Lapouge, Ammon, Sergi, Lombroso, Garofalo, Ferri, Galton). Non c’è nulla dell’individualismo evoluzionista spenceriano, ma è piuttosto l’eclissi del soggetto, ridotto a «puro epifenomeno della razza» (p. 452).

Lo Stato-potenza e la missione civilizzatrice dell’Europa - Il nazionalismo e la guerra
Il discorso della razza porta a mettere l'accento sul problema del conflitto. Finora si è parlato di un conflitto sociale, fra gruppi e classi, legato all’allocazione delle risorse e alla distribuzione del potere. D’altra portata è il conflitto razziale, motore del divenire storico, ha per protagonisti razze e popoli e per scenario l’arena internazionale. Nazioni che si combattono per la sopravvivenza e la supremazia, danno libero sfogo ad una vocazione di potenza. Mentre viene superata la tradizionale funzione dello Stato di garantire al soggetto sicurezza ed ordine, la sua dimensione giuridico-normativa passa in secondo piano. Lo Stato non è più strumento, ma fine; stato-centrismo, idea di nazione e principio razziale alimentano la concezione dello «Stato-potenza». La civiltà nasce dallo scontro fra i popoli, dalla sottomissione dei deboli ai forti ed è razziale l’origine del rapporto fra Stati dominatori e dominati. Il diritto non è che l’espressione di un rapporto di forza (Gumplowicz). Nella «resa dell’individuo a un ente collettivo (la nazione, la razza, lo Stato) destinato a cancellare ogni pretesa autonomia del soggetto» (p. X), quest’ultimo, con i suoi diritti e libertà, non esiste che in funzione sua, e per esso è chiamato a sacrificarsi (Treitschke, Libertà, 1864). Un paese è identificato anche dai suoi nemici, nei confronti dei quali non c’è alternativa alla guerra: valore, luogo dell’identità collettiva e individuale, in virtù della disciplina e solidarietà estrema che la caratterizzano, è un momento educativo che realizza le virtù eroiche dell’individuo. Se gli Stati sono frutto di una bellicosa affermazione, Stato e guerra sono geneticamente legati. Evitare la guerra e la sua funzione civilizzatrice, per uno Stato significa sottrarsi ad una missione etico-storica di espansione della civiltà. L’alternativa alla supremazia sarebbe la decadenza, inevitabile per le nazioni che si sottraggono al loro destino di potenza (particolarmente accentuati il senso espansionistico di Germania e Gran Bretagna - Eldridge, Dilke, Seeley, Ruskin, Cramb, ma non manca una vocazione imperialistica neppure nel nazionalismo francese e italiano - Corradini, Rocco). Superiorità della razza europea e vocazione civilizzatrice della volontà di potenza divengono pure i fondamenti di legittimità del colonialismo (anche giuridicamente, nella formulazione di un diritto coloniale). Cosa autorizza una nazione ad occuparne un’altra? Quali sono i diritti e i doveri degli Stati colonizzatori e dei popoli colonizzati? Le risposte si basano sul nesso fra colonizzazione e civilizzazione (Mancini, Renan, Mondaini, Fiore); ma c’è chi svela le reali motivazioni economiche celate dietro il vessillo della civilizzazione e rifiuta il nesso Stato-civiltà-guerra in nome delle possibilità e degli ideali pacifisti (Hobson, Kautsky, Rosa Luxemburg).

Dai diritti del soggetto alla volontà di potenza: Nietzsche
Se il discorso della cittadinanza ha per oggetto il rapporto fra soggetto e “politico”, nell’economia del discorso nietzscheano, venendo meno il secondo termine, resta solo l’individuo e la sua volontà di potenza. Morale, diritto, giustizia, l’intera vita sociale si spiega genealogicamente riconducendola a rapporti di potere (è dunque verosimile - si potrebbe chiedere a Costa - l’immagine di un Nietzsche ‘impolitico’?). L’individuo, prigioniero della morale del gregge, è chiamato a vivere in funzione di una comunità politica il cui fondamento originario non è che nella volontà di dominio dei più forti e nella paura dei più deboli. L’intero sviluppo storico-sociale non è progresso, ma un susseguirsi di processi di assoggettamento, nei quali si esprime l’uomo per quello che è: volontà di potenza, sempre, nell’azione individuale come nella collettiva. E all’esplicarsi della volontà di potenza, all’affermazione individuale, la morale sociale pone un limite, contro il quale pochi spiriti forti si ribellano, vivendo per oltrepassarlo, in un continuo anelito al superamento di sé. Questo il nuovo tipo d’uomo del quale Nietzsche auspica l’affermazione, il superuomo, ostacolato proprio dai miti dei discorsi della cittadinanza, dalla modernità e i suoi valori, dall’aspirazione all’ordine, ad una pacifica assenza di conflitto, alla libertà e all’uguaglianza, alla solidarietà e all’integrazione, dalla dedizione all’idea di nazione: tutto ciò, le rivendicazioni dei liberali come dei socialisti, dei cristiani come dei nazionalisti, si oppone all’affermarsi del superuomo e della sua volontà di potenza (La nascita della Tragedia, 1872; Sull’utilità e il danno della storia per la vita. Considerazioni inattuali, II, 1873; Umano, troppo umano, 1878; Gaia Scienza, 1882; Al di là del bene e del male, 1885; Genealogia della morale, 1887).

Nelle sue considerazioni conclusive, Costa ripercorre, con efficace sintesi, gli ‘itinerari’ tracciati nel testo. Significative le ulteriori osservazioni sulla ‘terza via’ e la sua mediatrice «logica dell’et-et», considerata in opposizione ad individualismo e socialismo, estremismi configuranti un apparente tertium non datur. Chiarificanti, infine, le pagine di riepilogo dell’interpretazione e del ruolo assunto dai diritti, di riflesso a quelli del soggetto, nei diversi rami del discorso della cittadinanza.




INDICE DEL VOLUME
Introduzione
I. Il trionfo della libertà: fra Mill e Spencer
1. Libertà e autodeterminazione: Mill
2. Libertà ed evoluzione: Spencer
3. Libertà, civiltà, progresso
II. Fra libertà e solidarietà
1. La via francese al solidarismo
2. La critica del ‘laisser faire’ in Inghilterra e il ‘nuovo liberalismo’
3. La solidarietà come ‘fatto sociale’
4. Libertà, responsabilità, solidarietà
III. Il paradigma statocentrico e i diritti dei soggetti: la giuspubblicistica tedesca
1. Stato-organismo, Stato di diritto e teoria della ‘Genossenschaft’
2. Lo Stato-persona e i ‘diritti riflessi’
3. Lo Stato-comunità e il diritto sociale
4. Lo Stato fra ‘autocontrollo’ e ‘monopolio della forza’
5. L’autolimitazione dello Stato e i diritti pubblici soggettivi
6. Stato, diritti, individuo
IV. Lo Stato ‘riformatore e la società ‘organica’
V. Fra ‘statocentrismo’ e ‘società organica: la giuspubblicistica italiana
1. Dalla nazione allo Stato
2. Gli esordi della giuspubblicistica post-unitaria
3. Le gerarchie sociali e la ‘capacità’
4. Il modello statocentrico
5. Lo ‘Stato di diritto’ e i limiti della sovranità
6. Lo ‘stato amministrativo’ e il ‘governo’ della società
VI. Corporazioni, associazioni, democrazia
1. Né ‘liberalismo’ né ‘socialismo’: la cittadinanza fra ‘Stato’ e ‘corporazioni’
2. La cittadinanza ‘cattolico-sociale’ e la ‘democrazia cristiana’
VII. Il discorso della cittadinanza fra ‘riforme’ e ‘rivoluzione’
1. ‘Fede nello Stato’ e ‘teoria dell’estinzione’. Fra Lassalle ed Engels
2. Lo ‘sdoppiamento’ della cittadinanza: la socialdemocrazia tedesca
3. Kant vs. Marx: gli ideali morali e il ruolo del soggetto
4. ‘Il partito delle riforme’ e la «grande riforma del mondo»: la ‘Bernstein-Debatte’
5. La lotta per le riforme e per i diritti: il socialismo riformista
6. Dalla democrazia politica alla democrazia industriale: la ‘Fabian Society’
7. Dal ‘revisionismo’ alla rivoluzione
8. L’universo socialista e i discorsi della cittadinanza
VIII. Il discorso della cittadinanza fra eguaglianza e differenze
1. I diritti delle donne e la ‘lotta per i diritti’
2. L’identità femminile e la «maternità sociale»
3. Differenze di genere e differenze di classe
4. La ‘natura’ femminile come differenza assoluta
5. Il regime dell’eguaglianza e delle differenze
IX. Il discorso della cittadinanza e la teoria della razza
1. Il primato della razza e la fine della storia: Gobineau
2. Il primato della razza e l’antropologia evoluzionistica
3. Ariani e semiti
4. L’evoluzione della specie e l’insidia della degenerazione
5. Degenerati e criminali: il compito dell’eugenetica
6. L’eclisse del soggetto fra ‘rigenerazione’ e ‘controllo sociale’
X. Lo Stato-potenza e la missione civilizzatrice dell’Europa
1. La razza, lo Stato, la guerra
2. La ‘Greater Britain’ e la vocazione imperiale
3. La teoria della colonizzazione e i suoi fondamenti
4. L’espansione coloniale e i suoi critici
XI. Il nazionalismo e la guerra
1. Il ‘fuori’ e il ‘dentro’: la lotta contro i nemici interni ed esterni
2. Il ‘fuori’ ed il ‘dentro’: la nazione imperialista e il sacrificio dell’individuo
XII. Dai diritti del soggetto alla volontà di potenza: Nietzsche
1. La «volontà di verità» e la danza sugli abissi
2. Assoggettamento, responsabilità, sacrificio
3. Dal ‘cittadino’ al ‘superuomo’
Considerazioni conclusive
1. Libertà, proprietà, civiltà
2. Stato-nazione e Stato sociale
3. Conflitti, integrazione, diritti
4. Il soggetto fra Stato-potenza e antropologia razziale
Note
Indice dei nomi
Indice degli argomenti


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.