Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 23 gennaio 2004

R. De Capua, Hans Kelsen e il problema della democrazia, Roma, Carocci, 2003, pp. 110.

De Capua esordisce con una presentazione del tema della democrazia, per ritornare più tardi su, Kelsen; infatti, quando si parla di democrazia è sempre pressante il bisogno di una definizione.

Una prima distinzione è quella posta, attraverso scarti e contaminazioni, tra dover essere ed essere, prescrizione e descrizione per usare le parole di Sartori, ovvero democrazia ideale e reale, impiegando quelle di Bobbio. È quest'ultima che si è affermata nel Novecento europeo. Non senza difficoltà e perdite, essa ha vinto lo scontro con i totalitarismi di destra e di sinistra, gli altri due protagonisti di un "secolo breve" ma intenso. Esposte le possibili alleanze e le dinamiche interne a questa triade (Bobbio), finalmente l'autore introduce Kelsen. Schierato a favore della democrazia, questi se ne fa teorico e sostenitore negli anni che separano le due guerre mondiali e che vedono le ideologie totalitarie lanciare la loro sfida. Kelsen è fra coloro che la raccolgono. Nella forma della liberal-democrazia, egli infonde nuova linfa ad un liberalismo ormai decadente.
Dando voce a quanti in Italia se ne sono occupati (Gavazzi, Barberis, Bedeschi, della Volpe, Bobbio), De Capua fa notare come grazie a loro siano emerse le diverse anime dello studioso di Praga: giuspubblicista della dottrina pura del diritto, teorico dello Stato e filosofo della politica. Al suo percorso intellettuale e accademico l'autore dedica ampio spazio. Dopo aver ricostruito la genesi delle opere e i contesti delle edizioni, egli ci riporta in Italia per ripercorrere le vicende editoriali delle raccolte pubblicate nel nostro paese, anche per sottolineare come Kelsen sia più noto come giurista che come pensatore politico.

Nella seconda parte, prima di soffermarsi sulla bipartizione kelseniana fra democrazia ed autocrazia, De Capua mette a confronto le teorie classiche sulle forme di governo, da Platone ad Aristotele, da Machiavelli a Montesquieu. Dal problema riguardante i soggetti titolari del potere (chi debba governare), si passa a quello riguardante il modo in cui esso viene esercitato ed i principi etici cui s'ispira (come si debba governare). In questo senso s'inserisce l'innovazione del praghese. Giudicando superficiale il criterio aristotelico del numero (per cui il governo dell'uno si distingue da quello dei pochi e dei molti, cioè la monarchia dall'aristocrazia e dalla democrazia), Kelsen sostiene che a caratterizzare una forma di governo rispetto ad un'altra sia invece la modalità di formazione dell'ordinamento giuridico statale. Essa può essere autonoma o eteronoma: voluta dall'alto di un potere sovraordinato per destinatari che non partecipano alla produzione dell'ordinamento; oppure dal basso, da un potere "ascendente", quando invece i cittadini vi contribuiscono. Nel primo caso avremo un'autocrazia, nel secondo una democrazia. Siamo di fronte a dei tipi ideali, forme pure a cui non corrisponde nessuno degli Stati realmente esistiti o esistenti. La differenza fra democrazia e autocrazia è quella fra elezione e nomina nella "scelta dei capi"; fra responsabilità dei governanti all'interno di un rapporto paritario con i governati, e l'intoccabilità dei primi in un rapporto di dominio-subordinazione con i secondi. Queste due tipologie corrispondono alla distinzione fra relativismo filosofico e assolutismo metafisico, fra verità e valori relativi da un lato e il vero ed il bene assoluti dall'altro, fra dialogo tra prospettive diverse e imposizione di un unico punto di vista; infine, fra razionalismo e irrazionalismo. Ma in modo particolare la contrapposizione tra le due fondamentali forme di governo è basata "sull'idea di libertà politica", sulla quale si fonda la democrazia e che è invece negata da un'autocrazia, giacché "politicamente libero è colui che è soggetto ad un ordinamento giuridico alla cui creazione partecipa" (p. 64). Sulla linea di Rousseau e di Kant, libertà significa perciò autonomia.

Dopo avere messo in rilievo come nella storia del pensiero politico siamo giunti a una concezione procedurale della democrazia, De Capua espone brevemente le diverse accezioni che ne hanno dato Schumpeter, Popper e Hayek, per concentrarsi alla fine sul pensiero di Bobbio. Influenzato da Popper, oltre che dallo stesso Kelsen, questi definisce la democrazia come insieme di regole formali. Stabilendo il modo in cui si debbono prendere le decisioni collettive, tali regole permettono di conseguire due obiettivi: partecipazione dei cittadini alle decisioni stesse e soluzione pacifica dei conflitti. Questo avviene attraverso due principali "regole del gioco", ovvero il suffragio universale e la regola di maggioranza.

Lo schema seguito è ancora quello per cui dapprima l'autore illustra il problema per come si è posto storicamente, quindi ne offre le diverse interpretazioni, ed infine introduce Kelsen. La democrazia, oltre ad essere un metodo per la selezione dei capi attraverso elezioni, è un modo per risolvere i conflitti, di interesse e ideali, che possono trovare una composizione non violenta nel Parlamento. Qui, attraverso la tecnica dialettico-contraddittoria, superando ciò che divide a favore di ciò che unisce, si può giungere al "compromesso", che per Kelsen significa reciproca tolleranza e approssimazione all'ideale dell'autodeterminazione (p. 88). In questo senso interviene il principio di maggioranza, in virtù del quale in una democrazia si persegue la volontà del maggior numero possibile di soggetti. Pur non potendo aspirare al principio dell'unanimità, resta la dialettica maggioranza-opposizione e concorrenza per il governo nel rispetto delle minoranze.

Secondo Kelsen, inoltre, "la moderna democrazia si fonda interamente sui partiti politici", "organi della volontà dello Stato" e intermediari fra questo e gli individui, con la funzione di selezionare la classe dirigente e rappresentare i bisogni della società (pp. 92-93). Circa il concetto di rappresentanza, egli ritiene che sia un aspetto essenziale in una forma di democrazia indiretta come quella moderna. In tal senso afferma che il parlamentarismo è "l'unica possibile forma reale in cui nella realtà sociale odierna possa attuarsi l'idea di democrazia" (p. 94). Riferirsi a un tale principio significa distanziarsi dalla democrazia ideale per marciare verso quella reale, in quanto ci si allontana dal concetto di libertà della prima. Un valore che risulta infatti depotenziato sia dal principio maggioritario che dalla formazione indiretta della volontà dello Stato, che "non è opera diretta del popolo, ma di un Parlamento che, d'altronde, è dal popolo eletto" (pag 95). Ciò però non garantisce che il Parlamento sia specchio fedele della volontà popolare. Di questo bisogna prendere atto, anziché illudersi che legislatore sia il popolo, quando esso non fa che creare l'organo legislativo, il quale poi ne diventa giuridicamente indipendente. Nonostante la garanzia per cui il rappresentato ha il diritto di revocare il rappresentante attraverso successive elezioni, la rappresentanza resterebbe una "finzione" (p. 95).

Per Kelsen, protagonisti della democrazia "reale" sono anche i principi etici su cui essa si fonda: libertà e uguaglianza. Non si tratta della "libertà negativa" dei liberali, ma di una libertà che, cambiando di segno, diviene positiva, cioè "partecipazione" alle decisioni politiche (sebbene indiretta). Libertà politica, dunque, nella quale tutti devono essere uguali. Individui autonomi che non sfuggono al comando del diritto, ma ubbidiscono alla propria volontà partecipando alla formazione dell'ordinamento. Pur ispirandosi a Rousseau in riferimento alla concezione della libertà come autonomia, Kelsen se ne allontana quando riconosce l'impossibilità di realizzare una democrazia diretta. Ordine sociale e autodeterminazione assoluta sono perciò incompatibili. Ci si deve accontentare del governo della maggioranza e dell'istituto della rappresentanza; nonostante l'esercizio diretto della sovranità popolare sia impensabile, grazie agli istituti della democrazia rappresentativa ai cittadini resta il diritto di voto. Regola della maggioranza, istituto della rappresentanza e parlamentarismo dunque, se da un lato impediscono un'irrealizzabile autonomia assoluta dei cittadini, dall'altro costituiscono la condizione per l'esercizio del più alto grado di libertà politica possibile. Tuttavia, prima di giungere ad un sintetico "tirar le fila", il lettore rischia di restare disorientato dalle frequenti oscillazioni tra i vari livelli del discorso attraverso le quali si sviluppa la ricostruzione dell'autore.

Cercando di chiarire alcuni punti, De Capua riprende di nuovo le componenti fondamentali del pensiero kelseniano: il ruolo dei valori di libertà e di uguaglianza, e di conseguenza la confluenza della tradizione liberale e di quella democratica nella liberal-democrazia. Proviamo ancora a seguire De Capua. La democrazia formale di Kelsen si oppone a quella sostanziale del marxismo. Quest'ultima è caratterizzata non dai modi in cui si prendono decisioni, ma dai contenuti che sono costituiti da fini e valori perseguiti, e tra essi in modo particolare c'è l'uguaglianza. Al contrario, per Kelsen il valore determinante nell'idea di democrazia è la libertà: in una democrazia i cittadini devono avere quanta più libertà politica possibile. La prima forma di uguaglianza si trova nei diritti politici: allora, "la democrazia kelseniana è sintesi del principio di libertà e di quello di eguaglianza, rispettivamente elaborati dalla tradizione liberale e da quella democratica" (pag. 106).

L'autore sostiene che per Kelsen "liberalismo e democrazia coincidono" (p. 107), ma subito dopo afferma anche che "la democrazia presuppone il liberalismo, ma non coincide con esso" (p. 107). De Capua tenta di spiegare come la prima tesi riposi sulla comune matrice individualistica, mentre la seconda sul diverso individualismo delle due tradizioni. Mentre l'individualismo liberale esalta il singolo nelle azioni che egli svolge nella dimensione privata (e di conseguenza invoca la non-interferenza da parte dello Stato), l'individualismo democratico, al contrario, interpreta le forme di partecipazione del cittadino all'attività politica. Questo duplice significato si ritrova nella distinzione fra libertà-liberale e libertà-democratica. Kelsen ci insegna che le due forme sono compatibili: egli riconosce la "priorità procedurale, non assiologica", della prima in quanto condizione per la seconda (p. 108), ma abbiamo visto che rivendica anche la necessità di superare la libertà negativa in favore della libertà positiva.

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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A cura di:
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Nico De Federicis
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Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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