Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 25 novembre 2002

Alessandro De Giorgi, Il governo dell’eccedenza. Postfordismo e controllo della moltitudine, Verona, Ombre Corte, 2002, pp. 141.

1. Premesse. L’obiettivo di questo libro è ambizioso: “Descrivere alcuni mutamenti intervenuti nelle forme del controllo a partire dall’emergere di una nuova articolazione dei rapporti di produzione” (p. 33).
La criminologia è una disciplina che, specie in alcuni ambienti, suscita comprensibile ritrosìa. Si rende dunque necessaria una premessa: è vero che, sino alla metà del XIX secolo, l’indagine penale era connotata in maniera tecnocratica, tanto da renderla una Polizeiwissenschaft. Attraverso un percorso che si snoda lungo le tappe cruciali della criminologia critica - dalla labelling theory alla sociologia criminale marxista, per giungere alla fondazione della critica materialistica della penalità -, De Giorgi mostra come la ricerca sia molto più sfaccettata di quanto sembri. La direzione di lavoro, come si diceva, si rivela quanto mai interessante: situare “i dispositivi di controllo sociale nel contesto delle trasformazioni economiche che attraversano la società capitalistica e delle contraddizioni che ne derivano” (p. 39).
Tuttavia, il legame fra struttura economica e istituzione punitiva non va concepito in maniera deterministica: al contrario, va acquisita un’ottica storica e attenta alla complessità dei rapporti. L’autore richiama il testo di Rusche e Kirchheimer, Punishment and Social Structure (1939), ove si sostengono la deterrenza selettiva (ovvero l’applicazione nei riguardi delle classi subordinate) dei sistemi repressivi e la relazione tra le modalità della deterrenza e il mercato del lavoro. Un principio rimane comunque assiomatico, a prescindere da ogni ‘riforma’ del sistema penale: la less eligibility, la minor preferibilità della pena rispetto alla situazione di non-repressione. Dunque, secondo l’ipotesi del legame tra pena e mercato del lavoro, in periodi di surplus di forza-lavoro, le pene vengono inasprite e viceversa.

2. Il grande internamento. Per rendere meno categorici i legami suddetti è necessario un vaglio storico. Secondo la nota tesi foucaultiana, tra il XVII e il XVIII secolo si verifica il passaggio da un regime sovrano a uno disciplinare: col ‘grande internamento’ si delinea la transizione da una funzione negativa delle strategie del controllo a una ‘positiva’, volta alla normalizzazione della devianza e alla sua trasformazione in forza-lavoro (su questo tema, per l’Italia, si veda il classico studio di Ricci e Salierno, in particolare la sezione IV, Il lavoro dei detenuti, 1971: 151-180).
Col disciplinamento nasce anche la biopolitica: la “gestione razionale delle forze produttive” (p. 29) costituisce un modello in vigore sino all’apice del capitalismo fordista, mediante la triade fabbrica-welfare state-carcere ‘correzionale’. La prigione diviene dunque un “dispositivo orientato alla produzione e alla riproduzione di una soggettività proletaria” (p. 49): ovvero, uno strumento economico-ideologico al servizio dei rapporti di produzione capitalistici. Secondo le parole di Rusche: “Ogni modo di produzione tende a scoprire delle forme punitive che corrispondono ai propri rapporti di produzione” (cit. a p. 61).

3. Il postfordismo. Più controversa è la seconda transizione individuata da De Giorgi: ora lo scenario è quello in fieri del postfordismo, ove il “grande progetto disciplinare della modernità capitalistica” (p. 30) cede il passo al modello preventivo della Zero Tolerance. L’autore non cela problemi di ordine concettuale e metodologico, ma non esita a parlare di un “secondo grande internamento” (ibid.) scevro da sedicenti utopie disciplinari ed esteso non solo alle istituzioni penali, ma all’intero contesto urbano e globale. Si assiste a una frattura tra biopolitica e disciplinarità: se sussiste un controllo dei flussi della forza-lavoro globale, vengono a mancare “quelle tecnologie di soggettivazione che perseguivano l’obbiettivo di trasformare gli individui attraverso un controllo individualizzato” (p. 31). Negli Stati Uniti, sul finire degli anni Settanta, si sviluppa una surplus population eccedente il mercato del lavoro e al contempo i tassi di incarcerazione cominciano a incrementare.
Tuttavia, si rischia un fatale determinismo, smentito parzialmente dai fatti, connettendo immediatamente incarcerazione e disoccupazione. L’autore riprende e sviluppa “interpretazioni più articolate del rapporto fra economia e penalità”, prestando maggiore attenzione agli aspetti “qualitativi” (pp. 56-57). Per sopperire ai limiti dell’economia politica della penalità, occorre dotarsi di una prospettiva a più ampio spettro, cercando di interpretare i mutamenti che investono l’intera struttura sociale e il complesso delle strategie di controllo. Il rapporto tra questi ultimi è dinamico, complesso e tendenziale, e non va sottovalutata la ‘mediazione’ ideologica tra fattori economici e politiche repressive.

4. La carenza capitalistica. De Giorgi si colloca tra i sostenitori più equilibrati delle tesi inerenti il postfordismo: fine del paradigma taylorista (relativo all’organizzazione del lavoro), del fordismo (regolazione della dinamica salariale), del keynesismo (ammortizzazione politica in economia) e ridefinizione globale della geografia produttiva - da cui conseguono i corollari concernenti la disoccupazione strutturale, l’informatizzazione dell’economia, la caratteristica cognitivo-immateriale del lavoro, la decentralizzazione della figura operaia in favore di una moltitudine cooperante. La formulazione dell’autore è però inedita e stimolante: “La transizione dal fordismo al postfordismo [si configura] come passaggio da un regime produttivo caratterizzato dalla carenza (e dal dispiegamento di un complesso di strategie orientate al disciplinamento della carenza) a un regime produttivo definito dall’eccedenza (e quindi dall’emergere di strategie orientate al controllo dell’eccedenza)” (p. 75). La parola chiave è dunque: "eccedenza". Nello scenario postfordista, la disoccupazione indica non tanto la mancanza di un lavoro, quanto di un impiego: il lavoro tende a “investire l’intera esistenza sociale” (p. 78) e la disoccupazione diviene il "margine di eccedenza della produttività sociale". L’ipotesi è nota, sebbene non in questi termini: mentre nel fordismo è il capitale a eccedere sulla forza lavoro, nel postfordismo il rapporto s’inverte, dando luogo a fenomeni di carenza capitalistica nei confronti della moltitudine. Ciò si concretizza, per gran parte di questa moltitudine, nella violenta esclusione dai diritti di cittadinanza dettata dall’inadeguatezza al nuovo paradigma del rapporto di produzione capitalistico. De Giorgi parla conseguentemente di eccedenza negativa, in quanto comporta un’attitudine violenta da parte del capitale, ma soprattutto poiché “in questo processo il dominio del capitale risulta potenzialmente negato” (p. 81).
Se è vero che il lavoro tende a divenire essenzialmente un fatto linguistico, ‘saltano’ una serie di distinzioni classiche dell’economia politica: non solo quella tra (tempo di) lavoro e (tempo di) non-lavoro, ma anche tra produzione e riproduzione, fra struttura materiale della società e sovrastruttura. In questo contesto, la cooperazione della moltitudine invalida la marxiana ‘legge del valore’ e il dominio imprenditoriale si caratterizzerebbe per la propria esternalità, ostacolando lo sviluppo del general intellect. La sintesi di Hardt e Negri è netta: “La funzione progressiva del capitale è terminata” (1994, cit. a p. 86). L’eccedenza è dunque positiva perché la forza-lavoro sociale “allude costantemente alla possibilità di superare il parassitismo del capitale” (p. 87).

5. Controlli preventivi. Sembrerebbe che queste due eccedenze siano in reciproco conflitto. In questo nodo s’inserisce il concetto di moltitudine - eredità di Hobbes, Machiavelli e Spinoza -: essa viene prima “ontologicamente” rispetto al comando capitalistico e “a questo potenzialmente si sottrae” (p. 91). È dunque antecedente rispetto alle distinzioni che portano a individuare un’eccedenza negativa e una positiva. Inoltre, data questa conformazione, la moltitudine non può più essere soggetta a controlli di tipo disciplinare: emerge un “dominio imperiale [ridotto a puro comando] che si costruisce sul controllo biopolitico” (p. 92). Dunque, un double bind vige tra il passaggio dal fordismo al postfordismo e la transizione dal disciplinamento della carenza al governo dell’eccedenza: a un potere-sapere che rende produttiva la forza-lavoro e ne disciplina il ruolo all’interno dei rapporti di produzione e riproduzione, subentra un regime di “non-sapere” (p. 106) costretto a limitarsi a un controllo ‘esterno’ e ‘negativo’. L’utopia disciplinare panottica si esaurisce e non è più possibile sostenere che “la rieducazione è, tecnicamente, la più avanzata delle funzioni tipiche della pena” (De Cataldo 1992: 115).
Alessandro De Giorgi analizza tre territori nei quali si dispiegano con maggior evidenza le nuove strategie di controllo: il carcere attuariale, la metropoli punitiva e la rete. Per quanto riguarda il primo, il dato rilevante è l’atteggiamento preventivo modellato sulla gestione del rischio nei confronti di segmenti di forza-lavoro: “(...) Intere categorie di individui cessano virtualmente di commettere crimini per diventarlo esse stesse” (p. 114. Il riferimento va esemplarmente ai migranti, eccedenza negativa incarcerata nei centri di detenzione). La metropoli punitiva si modella secondo assunti similari: la città diviene un dispositivo di controllo post-disciplinare, segmentata secondo una geografia sociale che a priori segrega intere classi di individui e ne regolamenta i flussi. La cooperazione è inibita e la frattura tra eccedenza negativa ed eccedenza positiva è costruita erigendo barriere materiali e simboliche (l’autore parla di “ecologia della paura”, p. 121). Infine, la rete: anche in questo caso il paradigma è quello assicurativo della prevenzione del rischio derivante da un potenziale accesso indiscriminato.
Il ritratto del potere assume tinte ansiogene: la rincorsa a un controllo totale rivela l’incapacità a imbrigliare la moltitudine e la testimonianza di ciò risiede nel fatto che le strategie di controllo contemporanee non producono più soggettività, al contrario la distruggono.

6. Il dibattito successivo. Il testo è assai ben documentato e ha il merito, tra gli altri, di ricchi riferimenti bibliografici, in gran parte di area anglosassone.
Tuttavia va affrontata la questione dell’analisi tendenziale: essa non manca di stimolare la comprensione del reale e dei suoi possibili sviluppi, ma resta un grande margine di incertezza e di critica. L’autore è comunque attento a non sfociare in previsioni azzardate, contrariamente a tanti altri intellettuali di area italiana e francese: spesso ricorda al lettore che si tratta di scenari incompiuti e parziali (cfr. per es. pp. 73, 96 e 107) e dà spazio a punti di vista divergenti (cfr. pp. 88-90). In questo modo si crea un’area per un dibattito propositivo e costruttivo, ove discutere numerosi temi e premesse: ci si può chiedere per esempio se la “transizione al postfordismo (...) ridisegna complessivamente la struttura materiale della produzione” (p. 61, c.m. Cfr. pure pp. 32, 66, 72-73); oppure se la successione classe-moltitudine possa essere risolta senza ulteriori approfondimenti (cfr. p. 33). Queste sono alcune delle questioni che richiedono un confronto approfondito e serrato, al di là delle diatribe lessicali che spesso riducono il dibattito politico a schermaglia ideologica.





Indice del volume
Discussione a mo’ di prefazione: carcere, postfordismo e ciclo di produzione della “canaglia” di Dario Melossi
Introduzione
CAPITOLO PRIMO: Regime disciplinare e proletariato fordista (Economia politica del controllo sociale - Nascita della società industriale e disciplinamento del proletariato - Pena e sussunzione reale del lavoro al capitale - Incarcerazione e disoccupazione nel fordismo - Il limite dell’economia politica della penalità fordista)
CAPITOLO SECONDO: L’eccedenza postfordista e il lavoro della moltitudine (Postfordismo: regime dell’eccedenza - L’eccedenza negativa - L’eccedenza positiva - Moltitudine)
CAPITOLO TERZO: Governo dell’eccedenza e controllo della moltitudine (Dalla disciplina della carenza al governo dell’eccedenza - Controllo come non-sapere - Il controllo della moltitudine - Nuove resistenze)
Bibliografia

Riferimenti bibliografici
G. De Cataldo, Minima criminalia. Storie di carcerati e carcerieri, manifestolibri, Roma 1992
M. Hardt e T. Negri (1994), Il lavoro di Dioniso. Per la critica del lavoro postmoderno, tr. it., Roma,manifestolibri, 1995
A. Ricci e G. Salierno, Il carcere in Italia. Inchiesta sui carcerati, i carcerieri e l’ideologia carceraria, Torino, Einaudi, 1971
G. Rusche e O. Kirchheimer (1939), Pena e struttura sociale, tr. it.,Bologna, Il Mulino, 1978
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Riferimenti in rete


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A cura di:
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codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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