Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 15 maggio 2003

Domenico Felice (a cura di), Dispotismo. Genesi e sviluppi di un concetto filosofico-politico, vol. I, Napoli, Liguori Editore, 2001, pp. 1-356


Il primo volume dell'opera Dispotismo, a cura di Domenico Felice, raccoglie una serie di studi che trattano la storia del concetto di dispotismo dalla descrizione che ne fa Aristotele al totalitarismo arendtiano, il quale ne rappresenta, come è sottolineato nella premessa al tomo I, la trasfigurazione o, secondo una definizione dello stesso Domenico Felice, la "versione aggravata". Il metodo utilizzato nella stesura dei contributi si basa sull'analisi testuale e pone l'attenzione sulle accezioni che la parola ha assunto nei diversi autori ed in varie epoche storiche.

Il primo saggio, dal titolo "Dispotismo e politica in Aristotele" di M. Paola Mittica e Silvia Vida, cerca di spiegare la confusione esistente nel linguaggio occidentale tra le nozioni di dispotismo e tirannide. Dapprima si dimostra che già da Aristotele, nel pensiero politico europeo, vi è stata una contrapposizione tra un'Europa libera ed un oriente "dispotico"; poi le due autrici analizzano i fini che Aristotele attribuisce alla scienza politica e come egli concepisse l'essenza della polis, intesa come comunità suprema che incarna alcuni principi fondamentali dello stato: quello teleologico, quello di perfezione, quello di comunità ed infine quello di governo, i quali, insieme, contribuiscono al raggiungimento di ciò che il filosofo greco definisce "la vita buona". In tale contesto, essendo la politica la principale realizzazione dell'uomo aristotelico, i rapporti politici e le stesse relazioni umane sono visti come naturali "in tutte le diverse inclinazioni" (p. 7). Pertanto, l'unica differenza tra i tipi di autorità consiste nell'intenzione con cui è esercitata, dalla quale derivano sia le regole libere che le regole dispotiche: nel primo caso si presuppone la realizzazione dell'interesse dei soggetti a cui sono rivolte; nel secondo caso l'interesse di colui che le promulga. Si conclude che la classificazione delle forme di governo aristoteliche si basa su un criterio qualitativo e, partendo da questo presupposto, le autrici mettono in evidenza la differenza esistente tra la polis e l'oikos, la prima democratica il secondo dispotico. La scelta di passi originali tratti dalla Politica chiarisce ancor meglio il pensiero di Aristotele, che, tra l'altro, sostiene la netta superiorità politica dei greci e degli europei sulle popolazioni asiatiche. Proprio da questo principio si genererà il dibattito intellettuale sulla natura del dispotismo alla corte di Alessandro il macedone.

Nell'articolo di Umberto Roberto, Immagini del dispotismo: la Persia sassanide nella rappresentazione della cultura ellenistico-romana da Costantino a Eraclio (306-641 d.c.), si analizzano le origini e le "variazioni" del concetto di dispotismo nella tarda antichità, iniziando dalla riflessione sulla "percezione dell'altro" nel mondo occidentale del tempo, rappresentato dall'impero romano, ed in quello orientale. L'avversione di Roma nei confronti dell'Oriente è esemplificata attraverso citazioni puntuali tratte da autori latini appartenenti a diversi periodi. La causa della diversità, secondo il pensiero di Aristotele, consiste nella naturale propensione dei popoli asiatici per la servitù e tale giudizio ha influenzato soprattutto l'Europa medioevale e moderna, giustificandone la superiorità culturale. L'autore sottolinea, però, che tale tendenza non è da considerarsi assoluta: la cultura ellenistica, per esempio, presenta una "disposizione a comprendere identità, culture, tradizioni di altri popoli" (p. 35). Per questo il concetto di dispotismo orientale si esplica in modo vario dalla morte di Alessandro fino alla tarda antichità e la conoscenza e accettazione dell'altro diventano, talvolta, strumenti per il buon governo. Soprattutto sotto Giustiniano si tenta di trovare il modo di rendere equilibrato il rapporto tra l'imperatore e i sudditi, ricercando la costruzione di uno stato ideale. Occorre notare che un tipo di basileia con carattere dispotico diventa pretesto per la conduzione di un dibattito politico anche all'interno dell'impero romano, al fine di mettere in risalto i comportamenti negativi di alcuni imperatori, così come la contrapposizione barbari-romani serve per far discutere sulla politeia e sui mali di Roma. Il saggio mette in luce come le riflessioni dell'età tardo antica siano diverse rispetto a quelle di Aristotele, in quanto la percezione della diversità tra i popoli, ereditata dall'ellenismo, fa sì che si possano esprimere sullo stato giudizi più universali.

Nel saggio successivo, intitolato Il principatus despoticus nell'aristotelismo bassomedievale di C. Fiocchi e S. Simonetta, si evidenzia che la storia della filosofia medievale ha come filo conduttore la riscoperta in Europa degli scritti aristotelici, considerati guida per la formazione delle basi di una "scienza politica". Tali aspettative furono, però, deluse, quando potè circolare il testo integrale de La politica, che risultò ricco di contraddizioni e, pertanto, poco utile a fornire dei principi certi (p. 75). Infatti l'opera servì soprattutto come strumento per la costituzione di un linguaggio politico e per l'analisi delle trasformazioni delle forme d'associazione, tra cui il dispotismo. I due autori osservano che tale impronta speculativa influenzò, tra gli altri, anche Tommaso d'Aquino, il quale, nel suo commento, prende in considerazione soprattutto il passo in cui lo Stagirita paragona il governo dell'anima sul corpo con quello degli uomini, distinguendo il potere "dispotico" da quello "politico": solo nel potere politico i sudditi possono essere liberi e, pertanto hanno la capacità di migliorarsi. L'excursus prosegue esponendo anche i contenuti salienti che si trovano nel commento di Pietro d'Alvernia ed in quello di Tolomeo da Lucca, che completano quello di Tommaso, interrotto al cap. VI del libro III con riflessioni interessanti sulla concezione del tiranno come instrumentum regni e la concezione della naturalità del governo dispotico. Nel saggio troviamo anche il riferimento alle riflessioni di Marsilio da Padova sull'opera aristotelica, che si concentrano soprattutto sulle diverse accezioni assunte dalla parola dispotismo, nonché quelle di Nicole Oresme, autore di una traduzione e di un commento in francese di alcune opere aristoteliche. Quest'ultimo sostiene, concordando in ciò con lo stesso Aristotele, che la forma di governo dispotica non dipende dalla situazione "di servitù naturale delle popolazioni asiatiche", ma da "una propensione verso di essa rispetto ai popoli europei" (p. 91). Il saggio risulta, pertanto, interessante, perché riesce a mettere in evidenza i diversi atteggiamenti dei commentatori tardo medievali nei confronti dell'opera aristotelica.

Giorgio E.M. Scichilone, autore di Niccolò Machiavelli e la monarchia del Turco, dimostra che, sin dai Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, in Machiavelli il principato barbaro viene contrapposto all'occidente cristiano e presentato come pericoloso per la stessa civiltà. Anche se il Machiavelli non usa il termine "despota" ed i suoi derivati, preferendo la dizione "monarchia del Turco", è chiaro che vuole intendere esattamente il concetto aristotelico. Il presente lavoro riferisce una ricerca su tale tema che si è occupata di come sono stati impiegati i termini "despota" e "dispotismo" nel pensiero politico occidentale. Si mette in luce il fatto che, nell'Europa del Cinquecento, la società orientale viene vista in modo nuovo rispetto ai secoli precedenti, ovvero come potente, trionfale, con a capo un sovrano ammirato. Interessanti sono le osservazioni sul pensiero di Erasmo da Rotterdam e di Savonarola. In breve tutta l'opera del Machiavelli sembra cercare una motivazione ai diversi sviluppi politici dell'oriente e dell'occidente, spiegandoli con la diversità sia geografica sia di governo, consistente soprattutto nella mancanza di leggi che garantiscano la libertà di tutti.

Nel saggio di Margherita Isnardi Parente, Signoria e tirannide nella Rèpublique di Jean Bodin, si osserva che, nell'opera suddetta, non è mai formulato il termine despotisme, in quanto Bodin utilizza il concetto di seigneuriale per indicare una monarchia assoluta che ha un carattere patriarcale-dispotico, che non distingue il pubblico dal privato, ma è, tuttavia, diversa dalla tirannide, in quanto quest'ultima non è conforme né alle leggi né alla natura (Bodin, Rep. II,4). La studiosa osserva come Bodin denunci i problemi di natura giuridica del tiranno nella situazione particolare in cui egli riesce ad acquistare potere in modo illegale e da solo: egli "è un suddito ribelle" (p. 132) al quale è doveroso fare una resistenza attiva. Un potere assoluto, infatti, per Bodin, può essere accettato unicamente se non viene messo in discussione per molti anni. E' interessante notare che in tale schema rientra anche il concetto di tirannide, che si svuota, così, del significato giuridico tradizionale. Infatti Bodin va oltre, definendo tirannico anche il regime "di molti", rifacendosi al pensiero di Aristotele e di Cicerone, poiché, talvolta, anche in tali tipi di governo, non esiste la mediazione delle leggi: Bodin pone, in tal modo, pericolosamente vicini i due concetti di signoria dispotica, considerata però legittima, e di tirannide, intesa come illegittima.

In Forza e diritto. Il dispotismo nel II trattato sul governo di John Locke di Marina Lalatta Costerbosa si discute il tema della mancanza in Locke di qualsiasi riferimento al dispotismo di tipo orientale: il dispotismo è inteso solamente come forma arbitraria di dominio, con una valenza addirittura positiva, in quanto momento di transizione, che ristabilisce l'equilibrio di una società dopo un momento di crisi. Infatti il ragionamento lockiano, come dice il titolo, pone al centro il rapporto tra forza e diritto. Il filosofo rifiuta categoricamente un potere assoluto ed arbitrario . (A.J. Simmons, On the Edge of Anarchy. Locke, Consent and the Limits of Society, Princeton University Press, 1993, p. 55), ma sostiene che ogni tipo di governo diventa autocraticamente legittimo, quando vi è consenso: non importa se le motivazioni non sono sempre positive, come quando la causa del consenso è la paura. Invece, se manca la fiducia, è giustificata la ribellione del popolo. Nel presente studio si sottolinea, attraverso la citazione di molti passi, che in Locke è espressa una concezione più limitata del potere dispotico: esso è simile al potere sui prigionieri di guerra, essendo posto in un momento precedente al contratto ed al di fuori della logica politica. Anche la nozione di proprietà diventa, nel filosofo, criterio importante per definire il potere dispotico: l'usurpazione non produce dispotismo, in quanto sostituisce una persona ad un'altra, ma solo a patto che vi sia consenso, perché altrimenti tale atto si trasformerebbe in tirannide. Si osserva che "il potere dispotico non corrisponde né al potere del monarca né alla forma di potere tipica dei popoli orientali" (p. 160), ma si sostiene che esso è l'unica forma di diritto che può nascere dalla forza, resa legittima da un precedente abuso. La trattazione si conclude mettendo in evidenza l'intima coerenza su questo tema del pensiero lockiano.

Nel saggio successivo Contro un "Sole" dispotico. Assolutismo e dispotismo nella Francia di Luigi XIV, Davide Monda analizza l'uso e la diffusione dei termini despote, despotisme e despotique nella Francia del Re Sole. L'autore commenta il nesso semantico che tali parole presentano con l'idea di governo arbitrario, citando il cattolico liberale Claude Joly, l'abate Michel de Marolles, Samuel Sorbière ed altri pensatori, che sono stati protagonisti del dibattito su tale concetto. Se ne mettono in luce le diversità interpretative e, talvolta, la confusione terminologica, che omologa il despotique al monarchique. Interessante in questo saggio è la disamina dei termini effettuata sulla base di alcuni dizionari del tempo. L'autore conclude che le parole despotisme, despotique e despotiquement nel XVII secolo non sono intese in un senso del tutto negativo, cosa che accade, invece, per la parola tyranne: esse stanno ad indicare solamente una realtà politica estranea e lontana. Ampio spazio è dedicato al pensiero del religioso Michel Le Vassor, che aveva rivolto secche accuse al regime di Luigi XIV, definendolo puissance, arbitraire et dispotique e paragonandolo agli imperi orientali. Anche Fènelon denuncia i danni provocati dal potere assoluto, chiamandolo despotisme, ma non intendendolo in senso totalmente negativo, bensì soltanto come "un esercizio arbitrario e irragionevole del potere" (p.182). La riflessione prosegue esponendo il pensiero politico di Boulambilliers e di Montesquieu, che, nelle Lettres persanes, stabilisce "una sorta di parallelismo tra la monarchia francese e il dispotismo persiano" (p. 186).

Nel saggio dal titolo Dispotismo e libertà nell'Esprit des lois di Montesquieu di Domenico Felice, l'autore, prendendo spunto da un'ipotesi interpretativa riproposta di recente da Louis Althusser (L. Althusser, Montesquieu. La politique et l'histoire, Paris, PUF,1992), la quale sostiene che il dispotismo concepito da Montesquieu non si riferisce a delle realtà politiche, ma è solamente un "concetto polemico…caricatura dell'assolutismo moderno" (p.189), l'autore critica alcune posizioni. Si sostiene che Montesquieu è un sostenitore del dispotismo inteso come concetto scientifico-analitico, come una categoria utile a fondare i principi della sua filosofia e solo subordinatamente avente la funzione di monito per i governanti dell'Europa del XVIII secolo. Si osserva anche che, per la prima volta, Montesquieu, rispetto ad Aristotele ed ai suoi seguaci, distingue il dispotismo da altri generi di governo, restituendogli un proprio ruolo e non classificandolo più come una "specie del genere monarchia" (p. 190). Monarchia e dispotismo vengono, così, distinti sulla base dell'"esercizio legale" e dell' "esercizio illegale del potere" (p. 194). Si analizzano, poi, in modo completo, le caratteristiche delle leggi proprie della monarchia, al fine di definire, per contrasto, il carattere illegale del dispotismo: esso sostituisce la legge con la religione, inoppugnabile in quanto legge divina. Lo studio, ampio e preciso, prosegue con l'analisi di numerosi passi dell'Esprit des lois, che contribuiscono a chiarire la connotazione che il termine assume in Montesquieu, sino a trattare il rapporto con i concetti di libertà e schiavitù. Montesquieu crea, così, "una grandiosa e originale sintesi di tutto quello che di fondato o di infondato…era stato fino ad allora…proposto in occidente…dai grandi classici del pensiero politico" (p. 252). Per questo motivo l'analisi operata da Domenico Felice risulta particolarmente illuminante nella trattazione dei punti di raccordo delle varie definizioni del concetto fornite dai filosofi sin dall'antichità.

Partendo da un parallelo tra le Recherches sur l'origine du despotime oriental di Nicolas Antoine Boulanger e l' Esprit des lois di Montesquieu, Giovanni Cristani, nel saggio intitolato Teocrazia e dispotismo in Nicolas Antoine Boulanger, evidenzia l'importanza delle religioni nella fondazione di alcune forme di governo. Egli nota che Boulanger concorda con la teorizzazione del dispotismo data da Montesquieu, ma amplia la riflessione politica attraverso l'analisi delle "radici storiche…e delle cause fisiche" (p. 259) del governo dispotico. Confutando la tesi dei precedenti filosofi politici, il filosofo critica le spiegazioni date da essi riguardo alla genesi del dispotismo, soffermandosi soprattutto sulla cosiddetta "teoria dei climi" di Montesquieu, secondo la quale il clima caldo ha reso privi di volontà i popoli orientali, rendendoli predisposti naturalmente al dispotismo. Portando come prove i risultati di indagini geologiche ed alcuni antichi miti catastrofici, egli critica la mancanza di spessore storico e scientifico delle tesi di Montesquieu: le condizioni catastrofiche hanno, secondo Boulanger, agevolato inconsapevolmente governi teocratici in cui la religione "non si configurava come codice di leggi...bensì come movente psicologico" (p. 265). La teocrazia diventa, così, una categoria politica da aggiungere alle altre e da analizzare nelle sue trasformazioni, una delle quali è rappresentata, appunto, dal dispotismo.

Il saggio successivo, Dispotismo virtù e lusso in Claude-Adrien Helvètius di Viola Recchia, rileva le somiglianze e le differenze tra il pensiero politico di Montesquieu e le opere più importanti di Helvètius. Per questo filosofo l'idea di dispotismo si colloca nella riflessione "sull'analisi psicologica della convivenza civile" (p. 282). Il commento evidenzia sia i riferimenti espliciti ai concetti espressi nell'opera di Montesquieu, sia glia aspetti originali del pensiero di Helvètius, dai quali si intravede l'intento polemico del filosofo nei confronti della monarchia francese e della sua tendenza dispotica. Di essa Helvètius cerca di trovare non solo le ragioni psicologiche, ma anche di storicizzare il dispotismo, partendo dalla descrizione delle prime società, sino ad arrivare alla Francia del suo tempo.

Ne La morte del corpo politico: il dispotismo in Jean-Jacques Rousseau, di Edoardo Greblo, si analizza il pensiero politico di Rousseau, focalizzando l'attenzione sui nessi tra il concetto di dispotismo e quelli di società, alienazione della volontà, legge, stato di natura e sovranità. L'autore sostiene che le riflessioni del filosofo conducono ad una concezione di dispotismo come genere di governo opposto alla repubblica. Quest'ultima, infatti è tipica di una società "bien ordonnèè"( M. Viroli, J. J. Rousseau e la teoria della società ben ordinata, Bologna, Il Mulino, 1993), ovvero sottomessa alle leggi determinate dal contratto sociale. Nel dispotismo, invece, prevalgono gli interessi privati su quelli generali. Pertanto viene visto come una forma degenerata di governo, che non rispetta la supremazia delle leggi, ma, diversamente da Hobbes, per Rousseau l'assenza di un governo in uno stato di natura è meno dannosa del dispotismo stesso, visto che quest'ultimo è capace di togliere la libertà ed il diritto alla felicità. Il filosofo, però, paradossalmente, osserva che sia nello stato di natura sia nel dispotismo gli uomini sono assolutamente uguali nella società: nel primo caso in quanto nessuno comanda sugli altri; nel secondo perché i sudditi sono nulla di fronte al despota. Inoltre, in ambedue i casi, vi è assenza di regole. Questo non significa però, osserva l'autore, che Rousseau ponga le due forme sullo stesso piano: il cittadino del contratto sociale è suddito solo della volontà generale e la sua libertà è definita come "il diritto di fare tutto ciò che viene permesso dalla legge" (p. 321). Pertanto alienare i propri diritti pone in salvo dal dispotismo e permette di conservare la libertà. Il saggio si chiude con un interessante confronto tra il pensiero di Rousseau e quello di Machiavelli, che serve soprattutto per delineare l'opposizione tra repubblica e monarchia.

L'ultimo studio contenuto in questo volume, I fisiocrati e Mably: tra dispotismo legale e governo misto di Pietro Capitani, mostra come nella teoria fisiocratica sia esaltato il dispotismo cinese per la sua organizzazione politica e per l'ottimale sfruttamento della terra, tanto che Quesnay presenta la Cina come esempio per la Francia e l'Europa. L'autore evidenzia i limiti di questa teoria, che pone l'accento solo sull'aspetto economico-sociale, trascurando le caratteristiche dell'ordinamento politico. Nella scuola fisiocratica, infatti, la politica non è più intesa come una "scienza che promuove valori" ma "si assimila all'economia" (p. 334) nel fornire risultati misurabili oggettivamente quali l'incremento della popolazione o l'aumento dei mezzi di sussistenza. Per questo anche l'autorità di un sovrano sarà volta a ottenere dei risultati economici misurabili, tanto che anche un potere assoluto diventa, sull'esempio dato dall'impero cinese, un traguardo desiderabile per tutte le società. Per questo un governo è considerabile cattivo "solo quando non permette agli uomini di vivere e riprodursi" (p. 338). Lo studio si conclude con l'analisi delle idee di altri seguaci del pensiero fisiocratico e con la critica ad essi rivolta da Gabriel Bonnot, abate di Mably. L'insieme dei contributi riuniti in questo volume, grazie anche alle numerose citazioni dai testi, riesce a dare un quadro esaustivo e completo dei momenti fondamentali di sviluppo del concetto di dispotismo nella storia della filosofia politica fino al XVIII secolo. I numerosi esempi mettono in luce l'autonomia categoriale del termine, pur nella complessità dei nessi e delle sfumature semantiche che lo hanno caratterizzato nel corso del tempo e nell'ambito delle diverse teorie politiche.
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Inizio pubblicazione on line:
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