Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli | Riviste | Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Recensioni > Archivio
Ultimo aggiornamento 3 marzo 2001

Michael Freeden, Ideologie e teoria politica, Bologna, Il Mulino, 2000, pp. 690.

Questo studio di Michael Freeden, docente di Teoria politica all'Università di Oxford, costituisce un indispensabile strumento di lavoro - finora il più completo e metodologicamente valido - per chi voglia affrontare l'analisi delle ideologie da un punto di vista concettuale, contestuale e morfologico.

Il ponderoso volume, edito circa quattro anni fa dalla Oxford University Press e ora presentato al pubblico italiano nell'accurata traduzione di Giovanni Arganese e Roberto Giannetti, è strutturato in cinque sezioni. Nella prima, l'autore inquadra e delimita il campo di analisi delle ideologie, individuandone le principali caratteristiche distintive soprattutto rispetto alla filosofia politica. Il punto di partenza è l'idea che le ideologie possano essere analizzate come “categorie principali del pensiero politico” (p. 22). In tal senso viene loro conferito un ruolo non secondario rispetto a quello attribuito alle altre “epistemologie rivali” (p. 36).

L'autore lancia così una sfida all'atteggiamento dominante nell'analisi delle ideologie, caratterizzato dal rifiuto o dal sospetto; atteggiamenti che hanno contribuito a indebolire la nostra comprensione del pensiero politico “quale riflesso di vincoli culturali e logici” (p. 10). In genere gli studiosi restano disorientati davanti alle molteplici concettualizzazioni delle ideologie, spesso neglette o considerate la manifestazione di un pensiero politico indebolito, dogmatico e distorto. Nell'impostazione marxista, ad esempio, le ideologie vengono connotate negativamente, mentre da studiosi come Sartori, Bell e Held, la loro fine trionfalmente decretata o auspicata in favore di una politica non più ideologica. Nulla di più fuorviante: le ideologie esistono, sono tutt'altro che transitorie, e svolgono una funzione fondamentale a livello micro, pur rimanendo collegate alle strutture politiche centrali e ai gruppi sociali: “La concezione dell'ideologia come dogma, come -ismo chiuso e astratto, è una pia illusione – questa l'affermazione perentoria dell'autore – una generalizzazione semplificatrice che è essa stessa un prodotto, ideologico, della guerra fredda” (p. 33).

Le ideologie politiche sono state generalmente analizzate in tre modi: 1) in base ad un approccio genetico che consente di risalire al modo di formazione di determinate concezioni politiche; 2) mediante l'approccio funzionale che mira a ricercare lo scopo esplicito di un determinato insieme di concezioni politiche e 3) attraverso l'approccio semantico che permette di risalire alle connessioni concettuali che un particolare insieme di opinioni politiche genera. L'analisi di Freeden si ispira prevalentemente a quest'ultimo modello di analisi, senza tuttavia tralasciare i primi due. Si tratta in tal senso di uno studio “empirico” che procede a partire dall'osservazione del comportamento-pensiero umano, attraverso lo studio delle espressioni linguistiche parlate o scritte (p. 11).

Il punto di avvio è l'analisi “morfologica” delle ideologie a partire dalle unità fondamentali del pensiero politico che sono i concetti. Il ricorso alla dimensione “morfologica” non è tuttavia esclusivo, in quanto viene ad essere integrato con altre due dimensioni fondamentali: tempo e spazio, attraverso le quali viene in genere interpretato il pensiero politico.

La tesi fondamentale è che le ideologie sono “configurazioni distinte di concetti politici che creano particolari modelli concettuali da un insieme illimitato di combinazioni” (p. 13). Tali concetti acquisiscono significato non solo tramite tradizioni cumulative di discorso e contesti culturali differenti, ma anche grazie alla loro “posizione strutturale particolare nell'ambito di una configurazione di altri concetti politici” (p. 14). L'idea chiave che è alla base dell'analisi concettuale delle ideologie è la “de-contestazione” dei concetti politici, un'operazione attraverso la quale è possibile attribuire un determinato significato a un termine politico sottraendolo alla “contestazione” stabilendo un uso “corretto” (p. 15 e p. 101). Le configurazioni dei concetti “de-contestati” (in una parola le ideologie) costituiscono la condicio sine qua non del pensare la politica in termini razionali, ossia orientati ad uno scopo. Esse sono forme di pensiero politico che consentono un accesso privilegiato alla comprensione dell'origine e della natura della teoria politica e che dal punto di vista morfologico presentano forti analogie con la filosofia politica (pp. 9-10).

Sebbene sia opportuno riferirsi all'ideologia al singolare, per far sì che la parola denoti un concetto preciso, in realtà sono le sue manifestazioni al plurale a rivestire un'importanza centrale. Ad esse Freeden dedica la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte del volume, analizzando rispettivamente: il liberalismo, il conservatorismo, il socialismo e il nazionalismo. L'analisi si concentra prevalentemente su queste quattro “famiglie ideologiche” all'interno delle quali vengono identificate diverse “combinazioni” concettuali. Tali combinazioni sono ricavate raggruppando concetti politici principali, che si trovano sia nella teoria politica sia nel discorso ideologico, che sono le “componenti ineliminabili” di una determinata ideologia e le “componenti addizionali”.

Molto puntuale è l'analisi del liberalismo considerato non solo in senso classico, ma anche nella versione americana contemporanea. Freeden considera le diverse manifestazioni storiche del liberalismo, a partire dal nucleo teorico originario del pensiero di Mill, con il suo famoso Saggio sulla Libertà (1859), un testo che illustra i principi fondamentali di libertà, individualismo e progresso a cui si ispira la concezione liberale. Altri concetti, tuttavia, arricchiscono il quadro dell'ideologia milliana, tra cui quello di democrazia, inferito dalla “de-contestazione della libertà come autodeterminazione” che spinge il concetto centrale di libertà verso “l'eliminazione delle differenze tra governanti e popolo” (p. 200); il concetto di eguaglianza con le sue componenti ineliminabili di una “comune umanità” e la negazione di quelle “differenze poco significative tra gli individui” (p. 207). All'interno della morfologia del liberalismo di Mill si collocano, in posizione tuttavia perimetrale, i concetti di libero scambio, eguaglianza dei diritti per le donne, di autodeterminazione nazionale e di libertà di educazione. Tale morfologia si presenta sostanzialmente simile a quella del liberalismo francese, espresso nell'altrettanto famoso Discorso sulla libertà degli antichi paragonata a quella dei moderni (1819) di Constant, in cui l'autore richiama l'attenzione sulla tensione tra la libertà e il concetto adiacente di partecipazione (la cosiddetta libertà degli antichi- e quella tra la libertà e il concetto adiacente di scelta tra sfera individuale e sfera associativa (la cosiddetta libertà dei moderni) (p. 222). “Libertà, individualità, progresso, razionalità, interesse generale, socialità e potere limitato: tutti questi concetti compaiono al centro delle stanze del liberalismo francese” (p. 229). La trasformazione dell'ideologia liberale passa attraverso le elaborazioni concettuali di Green, di Hobhouse e di Durkheim i quali operano un'ulteriore “de-contestazione” del concetto di libertà mediante l'incorporazione di limiti formali e dei concetti di stato, gruppo e società (p. 260).

L'autore passa poi ad analizzare il liberalismo filosofico americano concentrandosi sul suo principale esponente: John Rawls. Rawls – sostiene Freeden – “de-contesta l'equa cooperazione sociale in modo tale da escludere alcune forme di comunitarismo liberale” (p. 303); non solo, ma cosa ancor più importante, il liberalismo politico finisce col non essere compatibile neppure con tutte le varianti del liberalismo “comprensivo” (p. 302). L'interpretazione freediana del liberalismo filosofico meriterebbe essere approfondita soprattutto per quanto riguarda i vincoli e i limiti da lui individuati e che concernono soprattutto il principio di “neutralità” e quello di “imparzialità” liberale. Scrive Freeden: “Quei filosofi che invocano la neutralità costituiscono essi stessi un'élite intellettuale che si è autoproclamata tale; i modelli che offrono sono purtroppo lacunosi” (p. 354) là dove sia la categoria di “tempo”, sia la nozione stessa di “politica” hanno perso rilevanza. Ora, “una filosofia politica di questo tipo non può render conto – secondo l'autore – delle mutevoli configurazioni nell'ambito di una famiglia ideologica; e non può neppure rendere conto della politica liberale come riflessione sui linguaggi politici adottati da gruppi riconoscibili, formati attraverso dispute interne all'ideologia in merito ai significati legittimi dei concetti di cui fanno uso i liberali” (p. 354). Si tratta di una critica fondata e puntuale che potrebbe far discutere.

Le ideologie sono, dunque, costruzioni multiconcettuali, “composti indeterminati di concetti decontestati con una molteplicità di combinazioni interne” (p. 115) prodotte collettivamente (p.136). L'analisi morfologica mette in evidenza questa “fluidità” delle ideologie, consentendo di rilevare, ad esempio, molte più analogie tra liberalismo e socialismo, di quante se ne possono cogliere tra liberalismo e libertarismo. Le ideologie sono strutture modulari, puzzles morfologici di difficile soluzione come nel caso del conservatorismo, alla cui analisi viene dedicata la terza parte del volume. Il problema principale del conservatorismo secondo Freeden è il “controllo del mutamento” che viene accettato attraverso una “de-contestazione” della storia intesa come crescita organica (p.427). Ogni ideologia conservatrice include una concezione del mutamento in funzione oppositiva rispetto all'idea di progresso inclusa nel liberalismo e nel socialismo. Anche il conservatorismo negli anni Ottanta occupa sostanzialmente lo stesso ambito semantico di quello tradizionale. I concetti adiacenti restano lo stato, l'individuo e le concezioni dei diritti intesi come pretese potenzialmente irresponsabili (p. 497). Nel Manifesto dei conservatori inglesi del 1992, ad esempio, il concetto di diritto umano centrale viene ridefinito in base alla de-contestazione della proprietà – intesa soprattutto come privata e legata ad ampiti d'azione personali - della famiglia e dell'individuo; mentre la struttura interna dell'ideologia viene fortificata da nozioni perimetrali come la diminuzione delle imposte sul reddito, la sburocratizzazione e la privatizzazione (p. 500). La democrazia viene così “de-contestata attraverso la sua contiguità con lo spazio delle scelte economiche, con l'indipendenza economica e con l'allineamento ideologico che l'investimento finanziario può indurre, anziché con, ad esempio, la partecipazione o le pari opportunità politiche” (p. 501). Il conservatorismo neoliberale eleva l'individuo-cliente al di sopra dell'individuo-cittadino ribaltando il rapporto tra sfera economica e sfera politica e de-contestando il valore stesso nel senso di “valore in denaro” (p. 502). Nella variante americana il conservatorismo trova nel comunismo il principale bersaglio esterno e nella celebrazione del localismo uno dei principali punti di forza.

Dopo l'analisi del conservatorismo – che costituisce per molti versi l'applicazione più illuminante della sua metodologia – Freeden passa ad occuparsi del socialismo nella quarta parte del volume. A differenza del conservatorismo e del liberalimo, questa concezione si basa su una critica del presente proiettata in un futuro di cui “esistono ben poche realizzazioni empiriche” (p. 534). L'ideologia socialista si muove all'interno di un campo semantico estremamente vasto e non è pertanto semplice individuare un grappolo di concetti centrali atti a delimitarne il campo. La molteplicità delle espressioni aggettivali di volta in volta adoperate per definire il socialismo sono la prova di questa difficoltà. Storicamente la genesi del socialismo è legata all'affermazione del modo di produzione capitalistico e allo sviluppo delle società urbane e industriali (p. 537). Concettualmente le origini di questa ideologia possono esse fatte risalire, come sappiamo, a Rousseau, Saint-Simon, Fourier e Proudhon. Nella morfologia del socialismo l'eguaglianza gioca inizialmente un ruolo adiacente rispetto alla nozione centrale di libertà, che ritroviamo accanto ad altri concetti centrali come: “la natura costitutiva dei rapporti umani, il benessere di tutti gli individui quale obiettivo da perseguire, l'azione intesa come principio connaturale all'uomo, l'eguaglianza e la storia come ambito in cui ha luogo qualsiasi trasformazione positiva” (p. 544). Un altro concetto adiacente, contrariamente a quanto si possa pensare, è l'idea di democrazia e di nazionalizzazione che svolgono funzioni perimetrali per il socialismo, così come l'idea di stato, un concetto estremamente critico che deve essere de-contestato per non entrare in collisione con la visione finale del socialismo governata dalla cosiddetta “clausola socialista” ossia il principio di proprietà pubblica o comune dei mezzi di produzione e di scambio (p. 569). Il mercato, oltre, ha una strana collocazione nell'ambito della morfologia socialista originariamente inconciliabile con i valori del socialismo, ma poi diventato uno dei concetti perimetrali del “socialismo di mercato”. L'analisi dei diversi tipi di socialismo apre la strada allo studio delle ideologie “dal nucleo sottile” - così come vengono definite da Freeden – quelle ideologie che non presentano una morfologia “piena”, bensì un nucleo ristretto connesso ad una gamma più limitata di concetti politici (p. 617). A questo tipo di ideologie è dedicata l'ultima parte del volume che si apre conl'analisi del femminismo, dell'ecologismo e del nazionalismo nelle sue numerose varianti assunte a seconda che l'ideologia “ospite” sia il liberalismo, il conservatorismo o il fascismo. Nel complesso resta confermata la validità dell'atto morfologico della “de-contestazione”, ossia della competizione sui significati legittimi assegnati al linguaggio politico e della scelta delle combinazioni concettuali applicabili alla comprensione del mondo politico.

Per il suo rigoroso impianto metodologico e per la complessità dei temi trattati, il volume di Freeden costituisce un raro esempio, nella vasta produzione internazionale sull'argomento, di come sia possibile intraprendere, sotto un'angolazione del tutto inedita, sia per la storia del pensiero, sia per la filosofia politica, uno studio sistematico ed analitico sulle ideologie che hanno dominato incontrastate lo scorso millennio e su quelle che orienteranno quello nuovo.


Lorella Cedroni

Come contattarci | Come collaborare | Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.