Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 22 febbraio 2001

A.E. Galeotti, Multiculturalismo. Filosofia politica e conflitto identitario, Napoli, Liguori Editore, 1999.

Dopo essersi chiesta nei primi due capitoli del libro cosa debba intendersi per "multiculturalismo", l'autrice affronta negli ultimi tre capitoli alcune "questioni pratiche", di grande rilevanza nel dibattito politico e culturale contemporaneo. La prima concerne il diritto di medici e farmacisti cattolici di ricorrere all'obiezione di coscienza per la prescrizione e vendita di contraccettivi (questione recentissimamente ripropostasi nel nostro paese anche a proposito della cosiddetta "pillola del giorno dopo"). La seconda questione riguarda la legittimità o meno da parte delle studentesse islamiche di indossare il velo islamico a scuola, questione che - com'è noto - è stata al centro di un infuocato dibattito in Francia negli anni Novanta. Infine, prendendo spunto dal dibattito negli Stati Uniti a proposito del cosiddetto hate speech, l' autrice solleva una terza problematica che riguarda l'opportunità di proibire o meno il linguaggio razzista in quanto tale. Alla luce delle considerazioni teoriche svolte nei primi due capitoli, l'autrice nega il diritto all'obiezione di coscienza nel primo caso; mentre si pronuncia a favore delle studentesse islamiche e contro la completa libertà di espressione razzista.

Secondo l'autrice, il multiculturalismo consiste essenzialmente nel riconoscimento pubblico della rilevanza della dimensione identitaria per gli esseri umani, una dimensione trascurata dalla tradizione liberale, per la quale l'universalità dei diritti si configurava essenzialmente come "neutralità" o "cecità alle differenze". Come sottolinea l'autrice, la neutralità del liberalismo è stata spesso di fatto una falsa neutralità. Essa ha finito per avvantaggiare gli esponenti della cultura maggioritaria, che non avevano bisogno di nascondere la loro identità nell'arena pubblica; e per contro ha messo in una condizione di reale inferiorità i portatori di identità culturali minoritarie. Per colmare questo svantaggio, secondo l'autrice, non è necessario uscire dalla tradizione liberale: è sufficiente considerarla come sinonimo di "uguale rispetto". Il liberalismo infatti, se inteso come cultura politica favorevole al riconoscimento dell'uguale dignità di ogni essere umano, può allargare lo spazio della tolleranza liberale anche alle differenze identitarie e culturali. Né, secondo l'autrice, il fatto che tali differenze concernano una sfera essenzialmente "simbolica" rischia di dar luogo a conflitti insanabili o interminabili. Una volta accettato il principio generale dell'uguale rispetto, la sua applicazione infatti non può che essere "contestuale", cioè adattarsi di volta in volta alle circostanze concrete che possono essere anche molto diverse fra loro. Così ad esempio per quel che riguarda il giorno di chiusura dei negozi, è possibile pensare nei paesi occidentali all'adozione di soluzioni flessibili che permettano la convivenza della cultura maggioritaria con le culture minoritarie.

Un allargamento dei diritti di libertà o della tolleranza liberale alle differenze identitarie non dà luogo, secondo l'autrice, alla nascita di veri e propri nuovi diritti o "diritti culturali", come sostengono invece alcuni fautori del multiculturalismo. Una soluzione di questo tipo sarebbe non soltanto superflua, ma tale da creare nuove difficoltà: i diritti in questione sono talora intesi infatti come veri e propri diritti "collettivi" o di gruppo, laddove la tradizione occidentale conosce soltanto diritti (e relative responsabilità) individuali. E' vero, ammette l'autrice, che questa stessa tradizione, sia pure a "malincuore", non può non tenere conto di quel diritto "collettivo" che è rappresentato dal principio di autodeterminazione riconosciuto da alcuni trattati internazionali. Tale diritto "collettivo" d'altra parte, secondo l'autrice, non sembra neppure potersi porre sullo stesso piano di quelli rivendicati dalle minoranze etniche o di genere, poiché concerne spesso vere e proprie minoranze "nazionali", che chiedono non un diritto alla "inclusione" ma alla separazione o alla secessione.

Quel che invece lascia piuttosto perplessi è la recisa negazione, da parte dell'autrice, dei diritti ad esempio delle minoranze etniche e di genere come veri e propri "diritti". Se infatti la tradizione politica occidentale è caratterizzata, come sembra, dalla nascita in qualche misura sempre conflittuale di nuovi diritti individuali, il rapporto fra "vecchi" e "nuovi" diritti, cioè fra diritti individuali precedenti e successivi, si presenta però storicamente mutevole. Talora ad esempio i diritti nuovi vengono interpretati come maggiormente "concreti" o "sostanziali" nei confronti di quelli che li hanno preceduti, i quali rispetto ad essi appaiono allora invece prevalentemente "astratti" o "formali", ovvero tali che la loro stessa applicazione deve ora passare previamente attraverso l'applicazione appunto dei nuovi diritti. E' in tal caso che, a causa del conflitto particolarmente accentuato fra diritti individuali vecchi e nuovi, viene posta una particolare enfasi su questi ultimi come diritti "collettivi" o di categoria: basti pensare ad esempio alla prima teorizzazione ottocentesca dei diritti sociali ad opera di Marx quali diritti, rispetto ai diritti civili e politici o liberaldemocratici, di "classe".

Ma nella tradizione occidentale in altre situazioni storiche, come nel caso appunto di quella contemporanea, i diritti individuali nuovi sono piuttosto interpretati come gli stessi diritti individuali precedenti "rafforzati" o "alla seconda potenza", e perciò divenuti tali da poter essere estesi a ceti o soggetti sociali nuovi ed emergenti. E che altro è la contemporanea ad esempio "affirmative action" o "Azione positiva", generalizzata dai multiculturalisti a tutte le minoranze etniche, alle donne e ad altre minoranze, se non un "rafforzamento" dei diritti individuali precedenti –in particolare civili e politici- che metta in condizioni tali minoranze di competere nella vita sociale su un piede di maggiore parità con la maggioranza?

E non è questa anche la ragione per cui l'autrice, come si è accennato, si schiera ad esempio giustamente dalla parte delle studentesse islamiche nella questione del "foulard" da esse indossato a scuola in Francia? Interpretando tale gesto non già come espressione di "fondamentalismo" religioso o come diretto a mettere in questione la laicità della scuola o dello Stato francese, bensì appunto come una richiesta tacita o "simbolica", attraverso la "tolleranza" del loro abbigliamento "speciale" o diverso, che si attribuisca alla loro identità un "rispetto" e una "dignità" analoghi a quelli di cui gode di fatto la maggioranza.
Ed è proprio l'impossibilità invece di applicare un trattamento preferenziale -ovvero di intendere, in circostanze specifiche, la "giustizia" anche come trattamento "diseguale" di chi di fatto è disuguale- ad una maggioranza come sono i cattolici in Italia, la ragione che spinge l'autrice a negare "tolleranza" alla richiesta di medici e farmacisti cattolici in Italia nel corso degli anni '90 di rifiutarsi di prescrivere e vendere anticoncezionali.

Inoltre nei paesi occidentali i diritti individuali sono alla base delle istituzioni, che a loro volta sono ciò che consente al mercato "globale" di funzionare o di non autodistruggersi. Questo significa che la dimensione "identitaria", attraverso cui ad esempio oggi sono avanzate le richieste soprattutto delle minoranze etniche e delle donne, è certamente una dimensione "simbolica": ma il riconoscere o meno a tali soggetti dei veri e propri "diritti" a questa dimensione, non è irrilevante ai fini di proteggerle o permettere ad esse una effettiva parità con gli altri lavoratori nell'ambito innanzitutto del mercato del lavoro.

Tale riconoscimento non è mai però un processo indolore o privo di costi. Così i diritti di giovani, di donne, di minoranze etniche, ecc. sul nuovo mercato del lavoro implicano un conflitto non soltanto "identitario" ma anche una ristrutturazione del Welfare occidentale, cioè un conflitto ad esempio con alcuni precedenti diritti sociali trasformatisi nel tempo piuttosto in privilegi. Allorché quindi, chiudendo il capitolo sul "foulard islamico" in Francia, l'autrice auspica una completa "simmetria" o un "reciproco riconoscimento" tra maggioranza e immigrati extracomunitari nei paesi occidentali -in virtù dei quali la prima accetta le differenze "identitarie" mentre i secondi fanno professione di "lealtà" nei confronti delle istituzioni democratiche- rischia di assumere una posizione un po' ecumenica, se l'auspicio in questione va oltre la richiesta di un imprescindibile rispetto da parte degli immigrati extracomunitari delle leggi del paese ospitante.

Parimenti, a conclusione del capitolo dedicato alla richiesta di tolleranza e in particolare di diritto all'obiezione di coscienza da parte di medici e farmacisti cattolici in Italia nel '94, e dopo essersi pronunciata contro tale richiesta, l'autrice sostiene anche che non c'è però ragione che tali cittadini cattolici vengano a trovarsi in una condizione di "io diviso" o di conflitto di coscienza: dal momento che, ad una più matura riflessione, una concezione della tolleranza "allargata" o rafforzata rispetto alla tradizionale tolleranza liberale quale quella da essa sostenuta, è pienamente conforme in realtà alla più autentica concezione cristiana. Come se cioè l'atteggiamento negativo sempre tenuto dal cattolicesimo nei confronti della contraccezione, in maniera più o meno accentuata a seconda dei diversi paesi, fosse essenzialmente o esclusivamente una questione "dottrinaria": e non fosse invece anche strettamente intrecciato alla sussistenza del particolare status della Chiesa cattolica rispetto alla società civile, cioè alle sue caratteristiche appunto istituzionali.

Antonio De Gennaro

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.