Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 11 marzo 2002

Carlo Galli, Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, Bologna, Il mulino, 2001.

Se si vogliono dissipare i pregiudizi, per prima cosa si deve sempre ritrovare il giudizio passato che vi sta dietro, dunque di fatto rilevarne il tenore di verità.
Hannah Arendt, Che cos’è la politica?

In un mondo che mette la politica al bando, la politica ritorna in forme selvagge
Carlo Galli intervistato da Ida Dominjanni


L’evento globale dell’11 settembre ha posto fine alla belle époque del neoliberismo, all’epoca della sua giovanile spensieratezza. Il risveglio è stato brusco e doloroso in misura direttamente proporzionale alla profondità del sonno della ragione di cui quest’epoca è stata espressione. Scrive Galli in un recente intervento intitolato “Guerra e spazio” (MicroMega, 5/2001, pp. 91-100):
anziché negare la novità epistemologica – teorico-politica – della guerra globale, anziché chiudere gli occhi davanti al fatto che in realtà essa sfida radicalmente la filosofia politica e le sue categorie (e si pensi solo ai problemi di diritto costituzionale che sono implicati nella partecipazione dell’Italia alle operazioni), anziché, insomma, voler credere che la globalizzazione non ci sia, è necessario iniziare a pensarne la novità, i paradossi, le aporie, chiedersi se e dove sono le possibilità non si dice di stabilizzarla – che è impossibile – ma almeno di immaginare rotte che ne consentano un attraversamento meno tumultuoso. La bussola per tracciare questa rotta difficilmente potranno essere i concetti universali che l’Occidente ha elaborato: la globalizzazione, anzi riduce quegli universali a particolari, ne mostra la parzialità. Infatti universale è New York e la sua popolazione, mentre globale è il terrorismo che la distrugge; universali sono i diritti, mentre globale è il conflitto che li nega, le culture antioccidentali che li respingono; universale è l’Occidente che pensa con Kant le condizioni della pura umanità, e globale è l’Occidente che si pensa superiore al resto del mondo, e che è ferito proprio da chi di quella scuola di superiorità, di potenza tecnica, è stato buon allievo.

E proprio una bussola – capace di indicare la direzione anche all’interno di uno spazio sconfinato come è quello globale (e non una mappa che ricalcando tali confini si costruisce, strumento divenuto inutile all’interno dell’orizzonte despazializzato della compiuta postmodernità) – si sforza di essere il libro di Galli Spazi politici. L’età moderna e l’età globale. Una bussola capace di “porre alla politica un obiettivo ordinativo possibile, ossia, certo, di ‘chiudere’ in un qualche modo lo spazio reso amorfo dalla globalizzazione, ma non con lo scopo di ri-fondare ordini chiusi in senso moderno, caratterizzati dalla sovranità escludente che, per Galli, dobbiamo imparare a considerare definitivamente tramontata (cfr. C. Galli, Considerazioni in margine ai miei critici, pubblicato sul numero 2/2001 dalla rivista telematica Etica e politica¸ a cura del Dipartimento di Filosofia dell’Università di Trieste; la rivista contiene una discussione a più voci del testo in questione con interventi di Renato Cristin, Edoardo Greblo e Pierpaolo Marrone).

Quello di cui ci si incammina alla ricerca è dunque una prospettiva consapevolmente post-moderna e con ciò ben più che post-nazionale. Mentre da più parti si discute della possibilità che la globalizzazione comporti un  paradigmatic shift in grado di sovvertire il lessico della teoria politica, Galli, ben più radicalmente, sostiene che “la globalizzazione ha spazzato via non solo la statualità, sul che parecchi (non tutti) sono d’accordo, ma anche gli universali – i diritti, la ragione e quant’altro – almeno nella loro forma moderna” il che vuol dire che l’età globale – che non è nulla che si debba attendere, essendo l’orizzonte sul quale si poggiano già le nostre esistenze – “è in posizione di radicale cesura rispetto al Moderno” (C.Galli, Considerazioni in margine ai miei critici).
Per argomentare questa tesi Galli parte da una approfondita analisi della genealogia del progetto politico moderno seguendone una delle trame più decisive e neglette, quella relativa al rapporto tra spazio e politica. Spazio e politica, scrive Galli, si implicano da sempre reciprocamente nella misura in cui “il controllo dello spazio è una delle poste in gioco del potere (insieme al controllo del tempo, del simbolico, della produzione)” (Spazi politici. L’età moderna e l’età globale, p.11). La politica è e non può non essere spaziale, lo spazio è e non può non essere politico. Dello spazio la politica disegna confini e misure, imponendo ad esso ordine e direzione; della politica lo spazio costituisce viceversa una “condizione di pensabilità” (p.14).

L’indagine di Galli non pretende completezza erudita. Essa si muove su un orizzonte ampio che viene affrontato con passo disteso e sicuro. La prima parte del libro affronta la spazialità premoderna, che è affrescata con incisiva rapidità, al solo scopo di comprendere con maggior chiarezza la differenza specifica del moderno, la cui crisi inesorabile costituisce il vero nucleo della riflessione. La categoria fondante della spazialità premoderna è ritrovata nel concetto di “geografia politica”. Con tale concetto si vuole indicare “l’intrinseca politicità dello spazio che unisce e separa gruppi umani resi diversi, come da un destino, dalla loro naturale collocazione geografica” (p. 17), uno spazio pensato come naturalmente differenziato, gerarchico e stereometrico. Questa concezione, della quale si nutrono tanto la polis greca quanto l’Impero Romano e la res publica christiana, viene messa in crisi dall’evento concomitante di alcune “rivoluzioni spaziali” (p.27):
  • la crisi geografica determinata dalla scoperta dell’America
  • la crisi della spazialità economica determinata dall’apparire di nuovi rapporti di produzione (il fenomeno delle enclosures e in generale la genesi del capitalismo)
  • la crisi categoriale conclamata del pensiero tradizionale
  • la crisi teologico politica avviata dalla Riforma luterana

L’effetto complessivo di queste crisi sarà quello di rovesciare il rapporto tra spazio e politica e di dare avvio all’affermarsi della modernità. La politica d’ora innanzi non accetterà più dallo spazio la sua intrinseca politicità. Lo spazio pensato dalla modernità è naturalmente impolitico, vuoto ed omogeneo. E’ uno spazio liscio e privo di ordine al proprio interno e con ciò assolutamente disponibile alla manipolazione politica. La dequalificazione, l’indifferenza, l’assenza di misura  caratterizzano uno spazio che diviene la materia bruta sulla quale costruire la politica come progetto.

Come campione della spazialità politica moderna viene qui indicato Thomas Hobbes, il quale, nella interpretazione di Galli, produsse non già una “teoria dello Stato Assoluto”, ma una “teoria assoluta dello Stato” (p.51). L’opera hobbesiana conterrebbe in sé – quantomeno in nuce – la totalità della logica politica moderna. Logica geometrica ed artificiale, produttrice di un ordine meccanico, razionale ed individualistico. Logica costruttivistica e progettuale, che parte dal vuoto di una natura disordinata ed amorale la cui smisurata violenza può essere arginata solo evocando una nuova idea di politica: la politica come scienza, la levatrice dello Stato. Lo Stato: “un’isola di ordine artificiale immersa nel grande mare del nulla politico”, quell’isola nella quale gli uomini, solitari ed omogenei atomi dai quali l’evocazione del Leviatano prende le mosse, riescono a trovare salvezza dal mare tempestoso della guerra civile cui la loro omogenea natura li ha da sempre condannati (per una interpretazione congruente con questa lettura si può leggere di A.Biral, Hobbes: la società senza governo, contenuto in Storia e critica della filosofia politica moderna, Milano, Franco Angeli,1999).

E’ questo il fine a partire dal quale l’intero progetto moderno trae senso e direzione: l’espulsione della guerra dal versante interno dello Stato, o il suo confino alle relazioni interstatuali, ottenuta attraverso l’accumulo di una potenza sovrabbondante (il monopolio dell’uso legittimo della forza, dirà Weber in perfetta continuità).

Il Leviatano appare così sin da principio come una sorta di Giano bifronte, diviso tra un volto esterno ed uno interno separati da quella cesura irrimediabile eppure sottilissima che istituendo il corpo politico separa la guerra dalla pace. E d’altronde non è questa l’unica ambiguità o doppiezza di cui il progetto politico moderno si nutre; interno/esterno, particolare/universale, privato/pubblico, individuo/stato sono coppie la cui analisi permette a Galli di avvicinare  “l’instabilità intrinseca della geometria che si vuole statica dello Stato”. Questa instabilità è riconosciuta come il motore propulsivo delle successive stratificazioni che ne costituiscono la storia ed è causata dalla “dinamica degli attriti fra gli spazi dello Stato del soggetto e della società” (p.64), dinamica che nessuna neutralizzazione o confinamento del conflitto riesce a rallentare.

L’individuo, il “particolare universale”, affronta lo Stato, “l’universale particolare”. Nelle pieghe del loro rapporto vede la luce la società, il luogo della libertà dell’individuo dallo Stato, ovvero “il lato spoliticizzato dello Stato politico” (p. 62). E’ nella solitudine dell’individuo moderno via via sempre più pesantemente condannato alla sua libertà (sempre insieme di e da, seguendo l’ennesima frattura) che nasce il liberalismo con lo scopo di consentirgli l’agio di una maggior riservatezza. Quella del liberalismo è di fatto la maggior riservatezza possibile, quella della proprietà e della sua tutela la quale, quantomeno se stiamo alla peculiare versione del saggio Locke invero un po’ trascurata nella ricostruzione di Galli, della politica deve essere considerata il fine.

Questa riservatezza che la politica riesce a garantire agli individui prende per Galli il nome di "società civile", che il progetto moderno si proporrebbe dunque di ‘difendere’
sin dalle sue più remote origini. Ma è proprio qui che la paradossalità del progetto moderno esplode in tutta la sua complessità: alla difesa della società, e dunque alla libertà dell’individuo dalla politica, è chiamato proprio lo Stato. Gli universali moderni,  che nascono all’interno della “libertà aperta del soggetto”  e si configurano dunque come universali soggettivi, si trovano a confliggere immediatamente “contro i ‘confini’ entro i quali hanno avuto origine”; detto in altri termini “la libertà politica e civile tende ad affermarsi primariamente come ‘libertà da’, dallo Stato, ma da quel ‘da’ non può in realtà mai prescindere”. La “libertà dai confini – conclude Galli – è insomma una libertà confinata” (p.77).

Ogni pretesa universalità del moderno, sia essa quella della critica, della produzione economica o del dovere morale, finisce inevitabilmente per scontrarsi contro questo limite intrinseco alla sua stessa logica.

Il transito di Galli attraverso le categorie della modernità prosegue poi analizzando il pensiero dialettico, la cui novità è fatta qui consistere nella sua capacità di tematizzare questa intrinseca dinamicità, di pensare machiavellianamente allo spazio come nient’affatto liscio ma attraversato in profondità da necessari vettori di conflitto. Con Marx si inaugura una nuova misura dello spazio ed una sua nuova dinamica, che non è per Galli ancora una fuoriuscita dalla modernità per quanto in aperto conflitto con il “razionalismo moderno” (p.96). Di esso Marx condividerebbe infatti il medesimo intento costruttivo: l’affermazione di uno spazio ‘veramente’ liscio ed universale, il comunismo. La frontiera, il confine, non è tolto ma spostato, dall’esterno all’interno, seguendo la divisione economico spaziale delle classi. La politica, che voleva espellere il conflitto, è costretta da Marx a ritrovarlo al proprio interno.

Lo Stato, che voleva pensarsi omogeneo al proprio interno, sarà di lì a poco costretto ad affrettarsi a costruire la propria desiderata omogeneità. Allo scopo di superare la propria stessa astrattezza, e con il pungolo dell’internazionalismo socialista che proietta sulle relazioni internazionali la rispazializzazione marxista nella forma della mobilitazione politica rivoluzionaria, lo Stato si dà un nuovo compito, ignoto e incomprensibile alla spazialità dequalificata della prima modernità: “la continua produzione di ‘luogo’ come ricerca della sicurezza, non solo fisica ma anche emotiva ed identitaria” (p.103). Per “resistere” all’universalismo socialista “ – omogeneo logicamente alla spazialità statuale, ma politicamente nemico – lo Stato dovette allearsi sempre più strettamente con il nazionalismo, e fare del proprio spazio sempre più un ‘luogo’, una Nazione, una Patria, fino a farne un’etnia e, con un ulteriore stravolgimento dalla Natura come metafora alla natura come biologia, una razza” (p. 108). L’alleanza di Stato e Nazione conoscerà il suo periodo aureo nell’età dell’imperialismo, per finire poi nell’incomunicabilità che prepara la Grande Guerra, ed essere infine travolta dall’implosione della modernità nell’epoca dei totalitarismi: la scoperta della frontiera interna – rappresentata che sia da spartachisti, kulaki od ebrei - spinge lo Stato ad una frenetica attività di omogeneizzazione, che conosce sapori e colori diversi, ma che converge nella “mobilitazione totale” ossia nel tentativo di un riempimento ‘vero ‘ e ‘sostanziale’ dello spazio vuoto e disponibile della politica. Questo riempimento avviene, “ponendo le masse … al posto della società degli individui, il carisma del Capo al posto della sovranità, il terrore e l’esclusione totale al posto della cittadinanza”. Il totalitarismo – nella ricostruzione di Galli - si basa sulla costruzione di identità ideologiche di massa capaci di convogliare consenso sulla base di progetti incardinati sul consapevole sacrificio del presente al futuro (nel caso delle ideologie universalistico-umanistiche dell’avvenire) ovvero al passato (nel caso delle ideologie particolaristico-regressive della natura). Esso si riempie di una “sostanza nichilistica, che ha come opera l’annichilimento di ogni differenziazione spaziale tra interno ed esterno, tra pubblico e privato, tra nemico e criminale. Il presunto ‘pieno’ è così, in realtà, il vuoto più angoscioso” (p.116).

La crisi della modernità sino a qui non è ancora fuoriuscita dalla logica della propria origine. Nel secondo dopoguerra – dominato dalla spazialità anfibia e bipolare della guerra fredda – si ha l’ultimo grande tentativo di rispazializzazione pienamente moderna: la costruzione del welfare state. Con esso il progetto moderno di difesa della società tocca quella che può essere considerata la sua formulazione più paradigmatica. Lo stato si rende conto che la propria interna unità non può essere presupposta ma deve essere prodotta, disciplinata e salvaguardata da ogni perturbazione. La difesa della società è elevata a regola costruttiva dell’apparato statale: sono i trent’anni gloriosi dello stato del benessere, l’apoteosi della modernità politica.

Contro questa estrema forma della progettualità moderna si muove sin dai primi anni ’70 – programmaticamente, secondo l’analisi di Wacquant, oggettivamente secondo Galli – l’impegno dei think tank neoliberali, araldi della despazializzazione tipica dell’età globale. L’età globale trova qui la sua origine e la sua prima definizione: nel suo essere innanzitutto distruttiva e perturbativa, nel suo essere “sconfinamento”, “sfondamento di confini”, e “deformazione di geometrie politiche” (p.133). Nella globalizzazione l’economia “tanto finanziaria quanto produttiva, travalica lo spazio dei confini e delle forme vitali, e sostituisce la politica nel conferire senso allo spazio”, dando vita a quella “geo-economia” nella quale lo Stato  finisce per essere solo “una variabile del processo economico” (p.135).
In questa peculiare versione della globalizzazione – di certo non l’unica pensabile, né quella che ci si possa augurare per il futuro – si assiste a quella che può essere definita la “privatizzazione del mondo”, ovvero all’universalizzarsi dell’interesse particolare nella sua forma privata, ovvero ancora all’egemonia incontrastata del diritto privato su quello pubblico.

Un movimento questo che apre la globalizzazione ad un ampio ventaglio di contraddizioni sulle quali Galli posa ripetutamente lo sguardo, seguendo gli endoxa forniti dalla più diffusa letteratura critica sull’argomento: da Bauman a Geertz, da Held a Nancy, da Latouche alla Nussbaum, da Habermas sino ad Hardt e Negri. La globalizzazione oppone - senza alcuna di quelle mediazioni spaziali che rendeva possibile la mappatura di un primo, di un secondo e di un terzo mondo - “ricchi globalizzati” a “poveri localizzati”, “civiltà avanzate” ed “aree residuali” senza che alcun confine sia più in grado di separarle, unite come i diversi fili dei quali si compone un arazzo nell’inestricabile rete della globalità. L’unificazione del mondo avviene esportando gli effetti delle politiche interne al di là dei confini degli stati e sottraendoli di fatto ad ogni processo di legittimazione. Avviene d’altra parte esponendo l’interno alla pressione concorrenziale dell’esterno, costringendo gli Stati ad una osmosi continua e irrinunciabile che li erode dalle fondamenta, spingendoli a smantellare proprio quei sistemi di welfare che avevano rappresentato la loro più efficiente fonte di legittimità, per ottenere maggiore competitività sull’arena internazionale  attirando più copiosi flussi di capitale finanziario. Avviene nella forma peculiare della mobilità e della frammentazione, confondendo l’interno con l’esterno, avvicinando sino a renderle indistinguibili le figure di nemico e criminale, di guerra ed azione di polizia. Producendo in definitiva una rispazializzazione tanto universale quanto poco unitaria.

Questa rispazializzazione è per essenza ambigua. Galli non si limita a esporne i rischi. E d’altronde essa contiene in sé – oggettivamente – potenti istanze progressive. La possibilità del diritto cosmopolitico, del superamento di quella che Galli definisce brillantemente la prospettiva escludente della cittadinanza ovvero “l’opportunità di incrementare gli universalismi nati negli spazi politici moderni e da sempre prigionieri delle geometrie politiche della modernità” sono questioni inscritte nell’ambiguità dell’era globale. Lo sconfinamento in cui la globalizzazione consiste si ritrova ad associarsi ad una prospettiva di liberazione che parta proprio dalla rottura di quei confini attraverso i quali la libertà moderna era stata assieme prodotta ed imbrigliata. Ciò che si affaccia qui è lo spettro di una “umanità universale in sé, che non ha bisogno di essere caratterizzata attraverso le categorie universali moderne, perché è un’umanità mobile … un novum perché si avvicina ad essere puro ‘genere umano’, senza determinazioni particolari che non siano le singole individualità”. Questa “umanità de-culturalizzata e de-territorializzata che è prodotta, inevitabilmente e sempre più estesamente, dalla globalizzazione” è secondo Galli– almeno in potenza – il “soggetto adeguato” a produrre ciò che per la modernità è sempre stato l’impossibile: un “universalismo senza universali”. “Questa umanità – prosegue Galli - non va vista solo in negativo, solo in quanto ‘sradicata’, quasi che l’aver radici sia comunque un ‘valore’; ma va vista come una risorsa, come un prodotto potenzialmente positivo della globalizzazione, della ‘mobilitazione globale’”.

Un umanità singolare-plurale si potrebbe dire parafrasando Nancy, un novum che se da un lato corre il rischio assai concreto di produrre nuove chiusure etniche o fondamentalistiche, dall’altro “può anche essere il ‘fenomeno’ da ‘salvare’ attraverso un pensiero e una pratica politica che sappia fare appunto della mobilità la categoria nuova e fondante dell’era globale” (C.Galli, Considerazioni in margine ai miei critici). Una sfida per il pensiero e per l’azione, alla quale le colonne di migranti che premono sui nostri già laceri confini ci chiamano con insistenza. Una sfida la cui risposta non possono essere certo i nuovi e vecchissimi confini dei centri di detenzione temporanea.

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A cura di:
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Inizio pubblicazione on line:
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