Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

D. Garland, Pena e società moderna, Milano, il Saggiatore, 1999.

Pubblicato originariamente nel 1990 questo testo, finalmente tradotto in italiano, rappresenta un vero e proprio punto di riferimento per chi voglia riflettere sulla questione del significato sociale della pena.

La puntuale e poderosa ricerca storica che rinveniamo nelle pagine dell'opera si stempera, a mano a mano che l'analisi procede, verso una proposta di interpretazione pluralista potenzialmente in grado di integrarsi nella costellazione di teorie che, oggi, tentano di giustificare razionalmente il fenomeno penalistico.

Dopo avere sottolineato il disagio che accompagna ogni studio sul significato sociologico della pena, l'autore individua le radici di questo fenomeno in due fattori:
  1. l'odierna diffusa sfiducia nei confronti di quelli che comunemente vengono considerati i principi basilari della pena nella società occidentale;
  2. l'incapacità di ridefinire in termini tecnici ma soprattutto istituzionali, i problemi che la riguardano.
L'idea che informa l'intera opera è dunque che le istituzioni abbiano perduto la capacità significante nei confronti della pena. La sua immagine, ammantata sin dal suo sorgere di aloni mitologici, è ora del tutto carente di un linguaggio in grado di rappresentarla efficacemente. Il naufragio di questa possibilità si inserisce infatti nella più ampia deriva in cui la modernità ha costretto ogni tipo di linguaggio rappresentativo, il quale, nello sforzo di divenire lo specchio fedele dei fenomeni che costituiscono la realtà, si è come sfinito perdendo le sue possibilità suggestive e dunque, in fondo il suo potere di significazione.

Invece di impegnarsi nella ricostruzione degli scenari che la sensibilità post-moderna suggerisce per intendere la pena, l'autore preferisce prendere posizione a favore di un approccio sociologico alla pena, proponendosi nel contempo di svilupparlo muovendo dal presupposto che il diritto penale, soprattutto nel contesto istituzionale, limiti eccessivamente la percezione del fenomeno, e ne oscura le implicazioni sociali. Sicuramente l'approccio proposto si pone del tutto in sintonia con una formula interpretativa pluralista, anche a costo di intendere la pena come una un'istituzione sociale dotata di molteplici sfumature. (Cfr. pp. 35-36).

L'autore analizza quattro tra le principali teorie sociologiche che, a vario titolo, hanno interpretato il problema della pena: la tradizione durkheimiana, gli studi marxisti di Rusche e Kirchheimer, le opere di Foucault e gli scritti di Elias. A queste visioni viene accostato anche il pensiero di un autore eclettico ed a-sistematico quale Weber.

L'accostare questi autori, in una operazione che tenta quasi di "farli dialogare" tra loro, porta alla costruzione di una linea di sviluppo diacronico che vede la pena trasformarsi da rituale pubblico e passionale ad una procedura professionale e burocratizzata. Le linee di trasformazione sono rese evidenti dallo stile asciutto e preciso dell'autore.

L'interprete fissa, quali categorie interpretative dell'intera storia della disciplina penalistica, due punti che fungono da termini del dilemma entro cui si dibattono tutte le prospettive teoriche del fenomeno penalistico. Lo scontro si svolge tra il desiderio, passionalmente e moralmente determinato, di punire il reo e l'interesse razionale al controllo, che mira, con finalità normalizzatrici ed amministrative, a gestirlo. (Cfr. p. 222). La modernità si caratterizza per la prevaricazione del secondo termine a discapito del primo. Ma l'autore invece di seguire la soluzione di Foucault o dei marxisti, che vedono nel fenomeno solamente una vicenda di prevaricazione, non dimentica che le norme penali e le istituzioni chiamate a farle rispettare assumono comunque, quale loro giustificazione, il senso di moralità e di passionalità che, pur poco considerato, è tuttavia sempre presente nel sostrato profondo di ogni compagine sociale.

Il termine chiave per comprendere quest'opera nella sua interezza è rappresentato dalla espressione "cultura". L'autore infatti utilizza o, per meglio dire, ricostruisce questa categoria interpretativa utilizzandola quale sinonimo di "mentalità", o di "visione del mondo" in senso jaspersiano. Essa ha il ruolo di collegare la pena con l'ordine sociale che la sottende. Pertanto le trasformazioni, lente e graduali, che si possono notare dopo un'attenta analisi dell'orizzonte penalistico, in realtà sono espressioni di mutamenti più vasti e complessi che involvono la mentalità e la sensibilità di un dato contesto sociale. Questo studio pertanto, pur riconoscendo alla pena un ruolo primario nell'universo delle rappresentazioni simboliche della società, non ha come scopo la sintesi armonica di tutte le teorie esposte, ma è presentato dall'autore come una sorta di approccio disomogeneo che, pur sfruttando le diverse concezioni nella loro formulazione più debole, non intende raggiungere una elaborazione compiuta in modello teorico generale.

Paolo Sommaggio

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.