Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 10 marzo 2003

Antonella Alimento e Cristina Cassina (a c. di), Il pensiero gerarchico in Europa. XVIII-XIX secolo, Olschki, Firenze 2002, pp. 354.

Sono qui raccolti gli atti di un convegno tenutosi a Pisa dal 27 al 29 settembre del 2001, nel quale è stato presentato il lavoro svolto, da studiosi di varie università italiane (Firenze, Catania, Torino, Pisa Normale e Pisa Università degli Studi), nell'ambito di un progetto di ricerca di rilevanza nazionale, finanziato dal MURST (biennio 1998-2000) e coordinato da Regina Pozzi.
Grazie anche all'importante apporto di studiosi italiani e stranieri esterni al gruppo di ricerca originario, che sono stati chiamati a confrontarsi con la tematizzazione proposta e a discutere specifici contributi, l'opera offre nel complesso un ampio quadro, sia storico-geografico sia teorico, del "pensiero gerarchico" moderno.

Il dato dal quale prendono le mosse i saggi confluiti in questo volume è costituito dalla disgregazione del sistema feudale e dalla concomitante affermazione di principi individualistici ed egualitari, che - come scrive Regina Pozzi nell'Introduzione - nei secoli XVIII e XIX hanno prodotto un pensiero teso ad elaborare "modelli gerarchici" alternativi all'ordine dell'ancien régime (cfr. p. 5), configurando sia nuove gerarchie sociali e politiche, sia nuove gerarchie di razze e civiltà. Da questo punto di vista, scientismo, tecnocraticismo, razzialismo ed élitismo appaiono qui come alcune delle formule inventate tra Sette e Ottocento per tentare di recuperare un qualche principio di "ordine sociale scalare" che superasse - in ambito economico, sociale e politico - i pericoli dell'atomismo (cfr. p. 6).

Il volume è suddiviso in quattro parti, che seguono un ordine storico - con l'unica eccezione della seconda, in cui il tema delle gerarchie di razze e civiltà viene visto nei suoi sviluppi lungo tutto il periodo considerato, dal Settecento ai primi del Novecento.

La prima parte, La rappresentazione dell'ordine sociale nella cultura politica ed economica del XVIII secolo, è dedicata alla genesi dell'individualismo moderno. Un inedito universo di valori viene a delinearsi in questo periodo con l'emergere di una nuova coscienza individualista, svincolata dalla tradizione. Il pensiero giansenista e il discorso economico-politico, in particolare fisiocratico (di cui si sottolinea qui l'eccezionale diffusione avuta in Europa e negli Stati Uniti d'America), costituiscono alcuni tra i principali momenti di affermazione di quella lenta, ma inarrestabile, trasformazione che caratterizza la modernità.

Antonella Alimento, in Entre rang et mérite: la réflexion économique de l'abbé Duguet (pp. 11-30), si sofferma sul ruolo avuto nel Settecento dal pensiero giansenista. Al centro del saggio è il ruolo razionale e positivo che viene attribuito all'interesse e all'amor proprio dall'opera di uno degli autorevoli rappresentanti del pensiero giansenista francese: l'abate Duguet. Duguet, scrive la Alimento, "analizza la società dal punto di vista dell'utilità sociale dei soggetti economici e ripensa i rapporti dei sudditi tra loro, oltre che i loro rapporti con l'autorità sovrana, delineando una gerarchia sociale che esalta il lavoro, l'astinenza, il merito e la funzione, marginalizzando invece il ruolo del rango" (p. 29, tr. mia).

Catherine Larrère, in Montesquieu: Noblesse et commerce. Ordre Social et pensée économique (pp. 31-48), utilizza il dibattito sulla "nobiltà commerciante" quale pretesto per sondare il modo in cui le idee economiche costituiscono nel XVIII secolo un luogo privilegiato di confronto e di tensione tra homo hierarchicus e homo aequalis, tra olismo e individualismo - per utilizzare le categorie coniate da Louis Dumont. Nell'Esprit des Lois, mentre predica in favore dell'accesso della borghesia arricchita nelle file della nobiltà, Montesquieu afferma l'inopportunità da parte dei nobili di dedicarsi alle pratiche economiche - fenomeno diffuso in Inghilterra e lodato da Voltaire. La questione alla quale Larrère tenta di dare una risposta è come si concilia con questa difesa della gerarchia l'apertura di Montesquieu nei confronti dei valori nuovi di quello che è stato definito "l'humanisme commercial" (p. 33). Considerato che il divieto è formulato da Montesquieu a proposito delle repubbliche aristocratiche, dove l'aristocrazia detiene il potere politico, l'intento montesquieano è, per Larrère, tenere separato il momento economico da quello politico, ed evitare quindi l'ingerenza dello stato nel mercato. Da questo punto di vista, Montesquieu converge con i sostenitori della libertà di commercio (Turgot e Gournay): il potere crea gerarchie, mentre il buon funzionamento del mercato presuppone l'uguaglianza. "Le commerce est la profession des gens égaux" - scrive Montesquieu nell'Esprit des Lois (V, 8, cit. a p. 35) -, dove per uguali si intende non uguali nelle fortune, ma uguali di fronte alla legge. Interdire ai nobili il commercio significa, in ultima analisi, per Montesquieu, garantire l'esistenza di sfere sociali funzionanti secondo criteri e valori diversi, e quindi non mantenere intatta la struttura gerarchica della società, ma garantire il suo interno pluralismo.

Philippe Steiner, in La politique de l'économie politique en France (1756-1828) (pp. 49-64), invita il lettore a considerare "la base profondamente individualista dell'economia politica fisiocratica, base a partire dalla quale viene elaborata tanto una nuova stratificazione sociale quanto una nuova concezione di quello che è legittimo in materia di gerarchia sociale" (p. 49, tr. mia). Nel discorso fisiocratico non si delinea una autonomia dell'economico dal politico, quanto piuttosto la distanza dell'economico "d'une politique militaire"(p. 65). La scienza economica, da Quesnay a Say, propone una ridefinizione dei rapporti sociali volta a sottolinearne l'interdipendenza funzionale, sicché la prima fondamentale distinzione è quella tra classi "produttive" e classi "sterili" (cfr. p. 53). Se l'uguaglianza sociale è - scrive Steiner - il "messaggio dominante" della fisiocrazia, il risvolto di quest'uguaglianza è in realtà il dominio del denaro e della ricchezza, unico mezzo residuo di distinzione sociale.

Christine Lebeau, in La notion de 'propriétaire' et sa construction dans l'espace germanique: les cas de la monarchie des Habsbourgh aux XVII et XVIII siécles (pp. 65-82), offre alcuni spunti interessanti sulla genesi della figura del proprietario nell'impero asburgico alla fine del XVIII secolo, soffermandosi in particolare sulle riforme giuridiche ed economiche introdotte in quel periodo da Maria Teresa e Giuseppe II. E' nell'ambito di un progetto di rafforzamento dello stato centrale, di razionalizzazione della gestione fiscale e amministrativa, e di un uso più efficiente delle risorse del paese che acquista una posizione inedita la figura giuridica del proprietario, sulla scorta anche della forte influenza esercitata dall'economia politica fisiocratica sulla cultura tedesca.

In Gerarchia sociale, repubblica e democrazia: la figura del Farmer nell'America del XVIII secolo (pp. 83-109), Manuela Albertone prende in considerazione il progetto di una repubblica agraria di farmer indipendenti, maturato negli Stati Uniti quale alternativa sia alle forme di deferenza prevalenti prima della rivoluzione, sia alla struttura sociale gerarchica della vecchia Europa. Per Albertone, alla base di questo progetto deve individuarsi l'influenza esercitata dal pensiero fisiocratico in America, il cui ruolo va visto però anche alla luce della mediazione operata dal radicalismo inglese, da personaggi come Priestley, Paine e Price (cfr. p. 103).

Maria Luisa Pesante, in Aristocrazia, oligarchia, élite. Il discorso di Josiah Tucker sulla gerarchia moderna (pp. 111-129), utilizza la ricostruzione del caso del polemista politico Josiah Tucker per mostrare come alla fine del Settecento l'uso di antiche dicotomie come quella di grandi e popolo, magnati e popolani, abbia rappresentato il tentativo di individuare modi nuovi per descrivere un'élite che non aveva più i tratti propri dell'antica aristocrazia tradizionale. "Quando kings, lords and commons, la triade attorno a cui ruota il discorso costituzionale britannico, viene sostituita dalla dicotomia di grandi e plebei, lo slittamento segnala - scrive Pesante - un mutamento di terreno, di problema e di argomentazione" (p. 112). Suddividendo il pensiero di Tucker in tre momenti principali, 1749, 1757 e 1781, Pesante mostra come "l'ideologia gerarchica moderna, che fornisce i primi materiali di una teoria delle élites, si formi in uno dei momenti seminali intorno all'attacco all'universalità della libertà personale, all'eguaglianza della libertà" (p. 129).

David Wootton, in Hierarchical Thought Before and after Individualism (pp. 131-144), discute in dettaglio i saggi di Pesante, Albertone e Lebeau, formulando tra l'altro una serie di considerazioni generali relative alla periodizzazione dell'avvento di una società in cui si è ormai rotta la catena che nel passato aveva tenuto insieme le diverse componenti sociali, dal contadino al monarca. Se la parola individualismo entra nell'uso in Inghilterra solo intorno alla prima metà dell'Ottocento, con la traduzione inglese della Democrazia in America di Tocqueville, l'idea che quella parola descriveva non era però totalmente nuova. Non era, forse, individualista l'individuo dello stato di natura hobbesiano? - si chiede Wootton. E non rimandavano, forse, ad una realtà molto simile a quella descritta da Tocqueville parole entrate nell'uso molto prima di 'individualism', come: 'selfich' (1640), 'self-interest' (1649), 'selfist' (1649), pi¨ tardi sostituito con 'egotist'(1714)? (cfr. p. 136).

La parte II, dedicata a La Rappresentazione delle diversità culturali e le gerarchie di civiltà tra XVIII e XIX secolo, raccoglie i seguenti saggi: Rolando Minuti, Rappresentazione della diversità religiosa e problema della tolleranza nei Nouveau Mémoires di Louis Lecomte (pp. 147-163); Girolamo Imbruglia, Tradizionalismo e storia nell'Illuminismo: Galanti (pp. 165-181); Giuliano Campioni, Gerarchie di civiltÓ e di individui. Renaissance neolatina e rinascita germanica in Nietzsche e Wagner (pp. 183-219); Andrea Orsucci, Gerarchie di CiviltÓ: alcune discussioni intorno ai 'valori storici' della tradizione europea (1890-1925) (pp. 201-219) e Marc Crépon, La classification et la caractérisation des peuples (entre unité et identité promises) (pp. 221-233).
Si prende qui in esame la riflessione settecentesca sul tema della tolleranza, riflessione contemporanea all'emergere di concetti, come quello di civiltà, fondamentali per la definizione dell'identità europea (cfr. Minuti). Un'identità che si costruisce, in questo periodo, in un confronto costante con la cultura orientale. Si analizza ancora qui l'emergere del sentimento nazionale accanto a quello universale illuministico, e infine l'interesse ottocentesco, soprattutto tedesco, per il tema della "morfologia della cultura". La crisi dell'idea di progresso si traduce alla fine dell'Ottocento in una maggiore attenzione per il tema delle contaminazioni storiche (v., in particolare, Nietzsche e Spengler), del carattere ibrido ed eterogeneo della cultura europea e della persistenza di idee e miti in periodi e culture diverse, piuttosto che della loro successione temporale (cfr. Orsucci).

La parte III, è dedicata al tema: Ordine sociale e modelli politici nel pensiero del XIX secolo, e raccoglie i saggi di Cristina Cassina, Gerarchie senza privilegi: riflessioni intorno alla dottrina sansimoniana (pp. 237-267); Regina Pozzi, Élites e processi di modernizzazione: Guizot e Tocqueville dinanzi alla storia inglese (pp. 251-267); Michele Battini, Élie Halévy, o il volto doppio del socialismo del XVIII e XIX secolo (pp. 269-281); Francoise Mélonio, La hiérarchie impossible. Comment se disculper d'être une artistocratie? (pp. 283-296); Luciano Cafagna, Dalla aristocrazia alle élites, Spunti tocquevilliani e non (pp. 297-304). Come osserva Mélonio, discutendo i primi tre saggi, al centro di questa terza parte è l'analisi dello sconvolgimento provocato dalla rivoluzione francese, dall'introduzione del principio dell'eguaglianza, e dalle difficoltà nuove che esso pone relativamente alle condizioni che potrebbero rendere ancora pensabile una qualche forma di gerarchia, di fronte al paradosso per cui, se ogni società ha bisogno di differenziazione sociale, qualsiasi forma di differenziazione è destinata, tuttavia, a ferire il sentimento egualitario (cfr. p. 296).
Per gli autori, analizzati in questa parte del volume il termine 'individualismo' viene ora a designare la deriva patologica delle societÓ democratiche.

Cassina rende conto del disorientante panorama della storiografia dedicata alla dottrina sansimoniana. Le ragioni delle interpretazioni spesso opposte e contraddittorie che sono state offerte del pensiero sansimoniano affondano nei molti aspetti ambigui di questa dottrina, primo tra i quali proprio il modo in cui è affrontato il tema della gerarchia (cfr. p. 238), in un pensiero cui era inviso il principio della sovranitÓ popolare e della rappresentanza, che guardava con qualche simpatia alle dottrine tradizionaliste e che finý per invocare con toni mistico-profetici il ruolo del 'Grande pedagogo' (cfr. p. 247).

Il saggio di Regina Pozzi analizza il "rapporto di attrazione-repulsione" tra il sistema di pensiero di Guizot e quello di Tocqueville, in relazione non solo alle loro rispettive letture della storia francese, ma anche alle loro interpretazioni della storia inglese e dell'insegnamento che da essa poteva trarre la Francia. Tocqueville non condivise l'ottimismo guizotiano circa la possibilità di applicare il modello inglese e insistette soprattutto sugli elementi di diversità tra le due esperienze nazionali.
Nell'Ancien Régime Tocqueville si arrovella nel tentativo di capire perché le élites tradizionali avessero saputo svolgere in Inghilterra una funzione che non avevano, invece, saputo rivestire in Francia, dove la guida politica era presto caduta nelle mani della moltitudine. Paradossalmente - scrive Pozzi -, una risposta significativa, alla domanda che lo assillava, Tocqueville avrebbe potuto trovarla proprio nella Histoire des origines du government représentatif en Europe (corso tenuto da Guizot tra il 1820 e il 1822 e ripubblicato proprio nel 1851), dove "le istituzioni politiche vengono riportate alle condizioni della società civile e si mostra come sia stata questa a crearle secondo i suoi bisogni" (p. 263).

La riflessione di Élie Halévy, ricostruita da Battini, offre importanti spunti di riflessione sul tema delle "nuove tirannie del Novecento". In una relazione tenuta presso la "Société française de Philosophie" il 28 novembre 1936, Halévy riconduceva le origini di questo fenomeno, che vedeva radicato in profondità nella storia europea, non al nazionalismo, ma al socialismo e alla sua natura gerarchica e antindividualistica.
L'analisi di Halévy offre a Battini lo spunto per ripercorrere la storia delle interpretazioni della genesi del fascismo: da quelle che ne hanno individuato le radici nell'eredita illuminista (Talmon), a quelle che lo hanno ricondotto, piuttosto, alla reazione controrivoluzionaria e romantica (da Croce a Omodeo a Berlin fino a Sternhell). Battini propone qui di abbandonare la ricerca delle origini, tipica della storia delle idee, per puntare piuttosto sull'analisi della persistenza di pratiche discorsive. Di quelle forme di discorso che appaiono legate al problema di come creare la coesione sociale, in assenza del sostegno della religione tradizionale.

Luciano Cafagna, partendo dall'analisi tocquevilliana, prende in considerazione le differenze riscontrabili tra le vecchie aristocrazie e le nuove élites, tra le vecchie e le nuove funzioni di preminenza sociale, che possono avere incarnazioni storiche diverse, che trovano fonti diverse di legittimazione, ma che sembrano comunque rappresentare non solo una necessità sociale, ma anche un valore. Caratteristica saliente delle nuove élites, nate col passaggio dalla società aristocratica alla società borghese, è la pluralità delle loro fonti di legittimazione, che non sono ora più monopolio del sovrano. Le élites moderne tendono ad armonizzare questo pluralismo "sotto il segno della maggiore funzionalitÓ complessiva del nuovo ordine sociale" (cfr. p. 302). In questa direzione una funzione importante è svolta dall'opinione pubblica, che nasce insieme alle nuove aristocrazie, e che assegna ora alla cultura e all'intellettuale un ruolo inedito.

La IV parte, infine, ha per titolo: Etica, individuo e rottura delle gerarchie nella cultura politica filosofica e politica del XIX secolo, e contiene i seguenti lavori: Vittoria Franco, Individuo moderno, Frantumazione delle gerarchie sociali, responsabilità (pp. 307-324) e Renzo Ragghianti, Gerarchia 'aperta' ed etica dell'effort: Fouillée, Guyau, Durkheim (pp. 325-341). In entrambi questi saggi sono presi in considerazione pensatori francesi della fine dell'Ottocento, Guyau e Lévy Bruhl nel primo, Fouillée, Guyau e Durkheim nel secondo. Vittoria Franco analizza la genesi moderna del concetto di responsabilità, distingue tra responsabilità morale e responsabilità giuridica e individua il nesso che lega il concetto di responsabilità morale alla genesi dell'individuo moderno, di un individuo che sperimenta la contingenza e sul quale ricade la scelta della propria destinazione. Renzo Ragghianti sottolinea l'importanza che assume, nel pensiero repubblicano francese della seconda metÓ dell'Ottocento, il tema della responsabilità morale dell'intellettuale nella guida della massa in vista di un superamento dell'opposizione tra individualismo e socialismo.





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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


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