Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 27 febbraio 2002

Gualberto Gismondi, Il lavoro. Fine di un modello o inizio di una nuova era?, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2001, pp. 180.

Uno dei problemi più urgenti della nostra società è il lavoro. Non v'è dubbio che il movimento delle scienze e delle tecniche sia divenuto il principale fattore di trasformazione del lavoro. Tali cambiamenti radicali nei sistemi lavorativi e nell'organizzazione hanno tuttavia reso il lavoro sempre più controverso e problematico. L'inarrestabile innovazione tecnologica aumenta, sì, la produttività e produzione, ma nel contempo determina una diminuzione dei posti di lavoro. Non è quindi un caso se oggi si parli di “fine del lavoro” e di “società di lavoratori senza lavoro”.

In questo contesto tematico, segnalo il recente libro Il lavoro. Fine di un modello o inizio di una nuova era? di Gualberto Gismondi. Il saggio si apre con la constatazione che in tutto il mondo le cosiddette società tecno-industriali a economia avanzata sono investite da un crescente divario tra realtà e scienza economica. La competizione spinge alla riorganizzazione delle imprese (reengineering) e alle tecniche di riduzione del fattore lavoro (labor-saving) con surrogati elettronico-meccanici, che di fatto svuotano di lavoratori le industrie, gli uffici, gli esercizi commerciali, i servizi. La civiltà delle macchine, scrive il nostro autore, apporta benessere materiale assieme però a povertà e diseguaglianze (p. 14).

In questo senso, produzione, produttività, profitti e disoccupazione crescono assieme. Disoccupazione e sottoccupazione, osserva il nostro autore, non sono perciò congiunturali, bensì strutturali. La crisi del lavoro, dunque, costituisce il nodo per eccellenza da sciogliere nelle società tecnologicamente avanzate in cui da un lato aumentano crescita e ricchezza e dall'altro aumenta la disoccupazione.

Se questo è lo scenario, è possibile uscire dalla crisi? Secondo Gismondi, risolvere gli attuali problemi del lavoro è un compito difficile, ma non impossibile. È innanzitutto necessario rifiutare soluzioni di tipo esclusivamente economico e politico. Infatti, afferma il nostro autore, le cause dell'attuale crisi del lavoro nelle società a economia avanzata sono da imputare essenzialmente alla scissione tra senso ultimo dell'esistenza umana e vita quotidiana. Prima di avere una natura economica, tecnologica e produttiva, la crisi si presenta antropologica, filosofica e culturale. Inadeguate risultano pertanto le proposte di trasformazione della condizione del lavoro che non abbiano la consapevolezza del fatto che ogni revisione dello statuto del lavoro non riguarda semplicemente l'ambito dell'economia o della politica, ma investe in modo determinante la visione dell'umano.

Le difficoltà in campo lavorativo, proprio perché trovano origine in un aspetto più generale di carattere socioculturale, impongono dunque una riflessione globale sul senso, sul fine, sul significato umano e sociale del lavoro. In definitiva, la questione del superamento dei vecchi modelli economistici del lavorismo moderno e della civiltà del lavoro si presenta anzitutto come una questione antropologica. Una più adeguata impostazione etica del lavoro è conseguente alla sua ricomprensione antropologica, cioè alla collocazione del suo senso nel contesto delle autentiche esigenze della persona e delle loro reciproche relazioni nella società civile. Solo così sarà possibile elaborare nuove esperienze capaci di creare nuove attività e lavoro (p. 46).

Nuove prospettive relazionali e solidali della socialità, osserva Gismondi, devono però trovare il loro necessario fondamento nella Rivelazione trinitaria. Per questo motivo, occorre fare propri i valori della dottrina sociale cristiana e ripensare il senso autentico del lavoro ricollocato nel valore ultimo della persona secondo l'antropologia e la teologia cristiana. La dottrina sociale cristiana, avverte il nostro autore, non condanna denaro, mercati, profitti, produttività, ma le logiche economicistiche e lavoriste che presiedono al massimo profitto e alla massima competitività e produttività. Ciò che essa rifiuta sono insomma la mercificazione del lavoro e quelle ideologie che fanno del posto di lavoro l'unico mezzo di riconoscimento civile e sociale (p. 173).

Si tratta perciò di andare oltre la nozione del lavoro come un semplice facere strumentale a un risultato esterno per ricollocarla nel campo dell'agere che persegua prima di ogni cosa l'arricchimento della persona. Con la critica del lavorismo si aprono dunque spazi nuovi di attività e di impegno sociale. La soluzione, scrive Gismondi, risiede nel restituire dignità al lavoro, spazio alle attività di maggior spessore umano, sociale, culturale e ambientale e nel privilegiare le esigenze della società civile, dell'economia sociale e delle attività non-lucrative (p. 173). È in questi settori dall'immerso potenziale, conclude l'autore, che possono moltiplicarsi le nuove forme di lavoro finora considerate dall'ideologia lavorista come “atipiche” e “anomale”; in altri termini, marginali e residuali, destinate a scomparire. Invece, sono proprio quelle forme atipiche a conferire senso e valore al lavoro, garantendo alle persone identità, socialità, status, gratificazione, realizzazione e valorizzazione. Forme di lavoro più legate alle esigenze delle persone.


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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.