Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

J. Habermas, La costellazione postnazionale, Milano, Feltrinelli, 1999.

Le recenti vicende di Seattle, con il fallimento del Millenium Round e l'emergere di un movimento d'opinione transnazionalmente concorde nell'affermare la necessità di porre un freno alla corsa della globalizzazione, sembrano realizzare per lo meno le precondizioni di quella che Habermas ritiene una auspicabile "chiusura" politica, che controbilanci la spiazzante "apertura" economica realizzatasi nel corso dell'ultimo trentennio (la terminologia è mutuata da Karl Polanyi). Spiazzante tale apertura risulta soprattutto per quello che viene qua descritto come l'attore decisivo della modernità politica, ossia lo stato nazionale. E i tre saggi raccolti nel volume La costellazione postnazionale (i primi due tratti da Die postnationale Konstellation - Politische Essays, Suhrkamp, 1998; il terzo è il testo di una conferenza preparata per il Goethe Institut di Palermo poi pubblicata nell'Aprile 1999 su "Blätter fur deutsche und unternationale Politik") concentrano essenzialmente sull'analisi della crisi in cui la forma nazional-territoriale dello stato si è ritrovata a cadere in tempi di globalizzazione economica avanzata. Ma cosa significa globalizzazione? Tentiamo di aiutare Habermas con un esempio. Nel 1988 la Bmw versava nelle casse del fisco tedesco 545 milioni di marchi, nel 1992 ne ha pagati solo 31 (il 6% della cifra precedente), e nel 1993 a fronte di profitti crescenti e dividendi invariati ha chiesto e ottenuto un rimborso fiscale di 32 milioni di marchi (Marco Revelli, La sinistra sociale, Torino, 1997; p. 114.) La crisi dello stato fiscale è solo uno degli aspetti della più generale crisi della forma di stato che Habermas prende in considerazione, ma è forse la più decisiva. Le grandi imprese transnazionali, a partire dagli anni settanta (la data decisiva è il 1971, anno al quale risale la decisione di Nixon di porre fine al sistema di Bretton Woods, passando così da una regolazione politica su base monetaria delle valute ad una regolazione finanziaria su base di mercato) si sono deterritorializzate, sganciandosi dal controllo, innanzitutto fiscale, esercitato dagli stati nazionali. Tale controllo aveva reso possibile, durante quella che, con Hobsbawn, Habermas definisce "l'età dell'oro" (ossia il secondo dopoguerra), la costruzione dello stato sociale in Europa. Attraverso lo strumento dello stato sociale "la forma economica altamente produttiva del capitalismo venne per la prima volta imbrigliata socialmente", con il risultato storicamente senza precedenti di riuscire a garantire realmente alcuni diritti sociali fondamentali.

L'oro evidentemente risplende di più forti bagliori al crepuscolo, se questa fine di secolo può permettersi di riconoscere una età dell'oro così prossima a sé e di pensarla tuttavia come irrecuperabilmente perduta. Infatti "a partire, al più tardi dal 1989 la sfera pubblica ha percepito con chiarezza la fine di quell'era" (pag. 17). Ma questo, si sa, è il destino di tutte le età dell'oro, di vivere solo della propria distanza.

Che cosa ha preso il posto dell'oro dunque? La risposta è netta: un neoliberismo socialmente spietato, tanto più forte in quanto capace di esautorare gli stati del potere necessario a temperarne gli effetti più nocivi e di affermarsi per via di questo esautoramento. Oltre alla crisi dello stato fiscale Habermas analizza la crisi dello stato in quanto entità territoriale, il declino dell'identità culturale legata alla forma nazione, e il deficit di legittimità che lo stato democratico si trova ad attraversare. La deterritorializzazione del capitale rende sempre più problematica la definizione territoriale dello stato nella misura in cui le decisioni legittimamente prese all'interno di un definito contesto nazionale si scaricano inevitabilmente al suo esterno, rompendo l'unità di "decisori"ed "interessati"ed offuscando la differenza tra politica interna ed estera. Tutto ciò implica un crescente "vuoto di legittimità" che le forme di collaborazione internazionale sono ancora lontane dal coprire. Vuoto che viene compresso da una parte dalla pressione dei massicci flussi migratori che spingono le nostre società verso una multiculturalità che troppo spesso scatena risposte irrazionali, dall'altra dall'omogeneizzazione forzosa della cultura di massa, che impone univocamente gli stessi modelli di vita e di consumo sull'intero pianeta. A fronte di tutto ciò il potere di integrazione dell'idea nazionale conserva forza solo nella misura in cui si configura come reazione etnocentrica violenta. L'esautoramento della politica da parte del mercato si completa nella progressiva erosione della base di legittimità dello stato democratico, inteso da Habermas come strumento di "autopianificazione"della società attraverso procedure di carattere dibattimentale [deliberativ]. Incapace di produrre e proteggere diritti sociali funzionali lo stato si toglie da sé, schiacciato dalla concorrenza internazionale verso un continuo ribasso degli standard di protezione sociale, in nome dell'ottenimento di quei vantaggi di posizione decisivi nell'allocazione internazionale del capitale (è la dinamica definita come "concorrenza di posizione").

Come uscire allora da questa crisi? Si tratterà innanzitutto di recuperare la capacità di azione perduta dagli stati nazionali, trasferendola ad organismi internazionali in grado di fornire regole globali, per instaurare progressivamente una auspicabile dimensione di "politica interna mondiale", o quantomeno una consapevolezza della sua necessità. Ma questo è proprio quello che è accaduto con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale e la World Trade Organization, ai quali il consesso delle nazioni ha progressivamente trasferito competenze e responsabilità decisionali via via sempre più decisive. Tali organismi scontano però un deficit netto di legittimità (per quanto dipendano, per lo meno formalmente, dai governi nazionali che li hanno istituiti). In realtà Habermas guarda all'Europa come unica via possibile verso una attuazione a livello globale di quel cosmopolitismo che rappresenta la migliore lezione del 1789. Il futuro della politica sociale europea dipende "dalla capacità del sistema politico Europa di trovare le risorse politiche necessarie a imporre obblighi redistributivi ai partecipanti 'forti' del mercato" (W. Streeck, Vom Binnenmarkt zum Bundesstaat? contenuto in St. Leibfried, P.Pierson,  Standort Europa. Europaische Sozialpolitik, Frankfurt a/M 1998, pag. 391; citato da Habermas, pag. 82). Ossia dipende da una nuova consapevolezza che dovrà nascere tra i cittadini d'Europa se essi impareranno a "riconoscersi reciprocamente come appartenenti a una stessa comunità politica, al di là dei loro confini nazionali" (pag. 83). Per evitare la caduta nello Stato di Natura della globalizzazione (quella guerra di tutti contro tutti che si concretizza nella concorrenza di posizione, nel dumping sociale, nella corrispondente crisi dello stato sociale, ecc.), la politica deve accedere ad una nuova dimensione del patto sociale. Deve cioè compiere un ulteriore passo nella sua corsa verso "l'astrazione", attraverso quel "processo di apprendimento" (meglio, di autoapprendimento) già capace di trasformare "la coscienza locale e dinastica in una coscienza nazionale e democratica" (pag. 121). Uno di questi passi è stato compiuto a Seattle, nello scorso dicembre. Di certo la guerra in Kossovo, che Habermas si è umanitariamente preoccupato di giustificare, non andò nella medesima direzione.

Dino Costantini

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.