Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

O. Höffe, Giustizia politica. Fondamenti di una filosofia critica del diritto e dello stato, (trad. it. di P. Kobau), Bologna, Il Mulino, 1995, pp. 448

Questo lavoro (la cui traduzione italiana segue di otto anni l'edizione tedesca, apparsa per i tipi di Suhrkamp nel 1987) rappresenta una importante sintesi teorica dell'itinerario di ricerca dell'autore e, in questo senso, la sua portata finisce con l'esulare dai confini del dibattito sulle teorie della giustizia, avviato dal celebre libro di Rawls del 1971. Il testo di Höffe ha sicuramente il merito di sviluppare un confronto ampio e approfondito con la discussione su questo tema, sviluppatasi in prevalenza in ambiente anglosassone, e di legare (in modo ben più attento e completo di quanto avvenga di solito negli autori anglosassoni) questa discussione alla riconsiderazione di alcuni snodi decisivi della tradizione filosofico-politica occidentale. E tuttavia, sebbene la "prospettiva della giustizia" costituisca il filo conduttore dell'opera, il fine di quest'ultima si lascia spiegare più compiutamente dal sottotitolo, in cui emerge ciò che effettivamente per l'autore è in gioco nella trattazione del problema della giustizia: la fondazione critica del diritto e dello stato, ovvero la legittimazione di un potere politico dotato di facoltà coercitive.
Per conseguire questo risultato, Höffe ritiene di dover dimostrare la possibilità teorica di una terza via fra l'anarchismo, che nega tout court la legittimità di qualsiasi istanza coercitiva nei rapporti sociali, e il positivismo giuridico, che disconosce la necessità di fondare filosoficamente, in base a un'idea di giustizia, le relazioni giuridiche e politiche e, conseguentemente, di stabilire ad esse dei limiti. La radice di queste due posizioni viene individuata in due diverse esperienze storiche: nella negazione dei diritti umani elementari per l'anarchismo, nelle guerre civili politico-religiose per il positivismo (p. 17). Nel superamento di questa alternativa, caratterizzata come "antitesi fra scetticismo e dogmatismo politico" (p. 15), l'autore individua la mediazione che denomina "progetto politico dei moderni" e che si basa sui tre assunti di fondo da dimostrare nel corso della trattazione: 1) lo stato deve corrispondere alla giustizia, 2) la giustizia politica costituisce il metro critico e normativo del diritto, 3) tale diritto (il "diritto giusto") è la forma legittima della convivenza umana (p. 19).
L'opera viene così ad articolarsi in tre parti. Nella prima (La prospettiva della giustizia politica. Una critica del positivismo giuridico e politico) Höffe affronta e respinge la sfida che il positivismo, nelle sue diverse varianti, muove all'idea della giustizia politica e alla sua pretesa di legittimare i rapporti di potere. Nella seconda parte (Assenza di potere o potere giusto? Per una critica dell'anarchismo) vengono confutate le basi teoriche dell'anarchismo, mentre è nella terza (La giustizia politica come principio di una comunità libera) che l'idea di giustizia politica viene determinata costruttivamente nei suoi diversi gradi di applicazione.
Höffe riconosce che la sfida più insidiosa alla legittimazione del diritto e dello stato sulla base di un'idea di giustizia viene dal positivismo e, in particolare, dal "relativismo etico-giuridico" (p. 34) che ne caratterizza sia le espressioni più estreme e ingenue (l'imperativismo di Bentham e Austin), sia quelle più accorte (Kelsen e Hart), sia quelle di indirizzo sociologico e storicistico (Max Weber e Carl Schmitt), sia quelle di tipo "procedurale" (Luhmann). Il tratto unificante, anche se non sempre esplicito, della polemica che l'autore sviluppa su tutti questi fronti consiste nella critica al mancato riconoscimento dei diritti soggettivi fondamentali come fondamento di giustificazione delle istituzioni politico-giurididiche e del loro potenziale coercitivo. L'autore esprime apertamente la convergenza della propria prospettiva con la tradizione giusnaturalistica (p. 77) e fa riferimento al principio kantiano dell'universalizzazione come elemento discriminante di quasi tutte le teorie etico-giuridiche non utilitaristiche (p. 70). Questo principio consente di delineare quel nucleo dell'idea di giustizia politica che Höffe adopera come arma privilegiata nel confronto teorico con il positivismo: si tratta del "vantaggio distributivo", ossia di ciò che l'applicazione del "diritto giusto" garantisce a ciascun individuo e senza cui questi non avrebbe ragione di accettare e riconoscere l'esistenza di poteri coercitivi. In questo primo passo viene lasciata impregiudicata la questione se il vantaggio distributivo vada determinato in base al concetto di bene o a quello di libertà (p. 77). Un cenno a parte merita la discussione delle tesi di Hobbes, che rappresenta uno degli aspetti che attraversa il libro in modo più ampio e ramificato. La ragione di ciò va vista, per un verso, nel fatto che l'autore intende collocare la propria riflessione a un livello di radicalità non inferiore a quello della filosofia politica hobbesiana (l'obiettivo non è di dimostrare la giustizia di questo o quell'altro ordine politico, ma la necessità che sia l'idea di giustizia a fondare il diritto delle istituzioni politiche e, quindi, a legittimare i vincoli coercitivi che esse impongono) e, per un altro, nella complessità delle tesi del Leviatano, non riducibili al positivismo puro e semplice. Il risultato di questo confronto può essere sommariamente sintetizzato nel rilievo mosso a Hobbes di aver fatto della giustizia (identificata nel "vantaggio distributivo" della sicurezza reciproca) il fondamento di autorizzazione del potere coattivo, senza che poi, tuttavia, a esso venga imposto alcun limite in base al fine per cui è stato istituito (pp. 119 sg.).
Nell'affrontare le obiezioni dell'anarchismo a qualsiasi forma di coercizione, Höffe intraprende una lunga (e, a prima vista, non del tutto perspicua) discussione della filosofia politica di Platone e Aristotele. La spiegazione deve essere cercata nel fatto che l'autore distingue fra "modello cooperativistico" e "modello conflittuale" della legittimazione politica, caratterizzati rispettivamente come "via antiqua" e "via moderna". L'antropologia politica cooperativistica di Platone e Aristotele si rivela insufficiente per spiegare perché la convivenza umana assuma la forma del diritto con facoltà coercitive (p. 245) e rivela così indirettamente che il conflitto è un elemento della conditio humana più fondamentale della cooperazione (p. 292). Bisogna perciò volgersi a un'antropologia basata sul conflitto (il riferimento obbligato è, ancora una volta, Hobbes, ma elementi vengono tratti anche da autori quali Herder, Scheler, Plessner e Gehlen), la quale consente di illustrare lo spaventoso dominio dell'uomo sull'uomo a cui conduce una rigorosa applicazione dei principi dell'anarchismo (pp. 300 sgg.).
Nell'ultima parte viene condotto il tentativo di operare quella "mediazione fra antropologia ed etica" la quale soltanto può fondare filosoficamente la prospettiva della giustizia politica. Questa mediazione viene scandita in tre momenti. Dapprima viene dimostrato il vantaggio dello "stato di natura secondario" (fondato sulla "cooperazione negativa", ossia sulla rinuncia individuale a una parte della libertà pur in assenza di istituzioni coattive) su quello primario, descritto da Hobbes. Successivamente, si devono illustrare le ragioni per cui la "stabilizzazione istituzionale" delle norme sia preferibile a quella forma società giuridica naturale, prepolitica e preistituzionale, definita "stato di natura secondario". Infine, occorre giustificare la superiorità della forma giuridica e politica di istituzionalizzazione. In tal modo, il punto di vista della giustizia viene argomento a tre livelli posti in sequenza, che conducono dalla giustizia naturale a quella istituzionale, e da questa a quella politica (p. 336). Il passaggio più complesso è il primo, riguardo al quale Höffe ricorre alla teoria dei giochi (in particolare, a una riformulazione del dilemma del prigioniero) per illustrare l'assenza di ogni garanzia di "vantaggio distributivo" (e quindi, nella sua ottica, di giustizia) nello stato di natura secondario, prima dell'istituzionalizzazione delle norme e delle istanze coercitive (pp. 369 sgg.). La conclusione (la quale fornisce il titolo a un successivo lavoro di Höffe del 1988) è che "anche un popolo di demoni ha bisogno dello stato", a condizione che i "demoni", ossia gli individui radicalmente egoisti, siano almeno in grado di perseguire razionalmente il proprio interesse (pp. 381 sg.).
Questo approdo indica con chiarezza il fine di Höffe di pervenire a una giustificazione critico-normativa del potere politico, che tenga conto della centralità dei diritti soggettivi dell'uomo nel "progetto politico dei moderni" (p. 350), senza tuttavia incorrere nel "paralogismo del dover essere". L'estremo interesse dell'impianto filosofico che si fonda sulla formula "antropologia più etica" è così quello di proporre una teoria politica normativa in cui il ruolo decisivo viene a essere giocato proprio dall'antropologia, delineata peraltro in chiave prevalentemente conflittuale. Si può soltanto accennare, in conclusione, al fatto che sorge l'interrogativo se l'idea di giustizia come "vantaggio distributivo", su cui è incentrata la stimolante proposta teorica di Höffe, non richieda un approfondimento del confronto con le varianti più scaltrite dell'utilitarismo contemporaneo e se, inoltre, una strategia di applicazione politica di questa idea non necessiti di un supplemento di riflessione rispetto ai rapidi cenni contenuti nelle pagine conclusive del libro.

Alfredo D'Attorre

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
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Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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