Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

S. Collini, R. Whatmore, B. Young (a c. di), Economy, Polity and Society, Cambridge University Press, Cambridge 2000, pp. 283 e S. Collini, R. Whatmore, B. Young (a c. di) History, Religion and Culture, Cambridge University Press, Cambrigde 2000, pp. 289

Dalla storia dei concetti d'origine tedesca al modello storiografico della scuola di Cambridge (nella quale si fanno rientrare i lavori di Skinner e Pocock), al contributo di Melvin Richter in direzione di una contaminazione tra i due modelli, vari sono stati a cominciare dagli anni Settanta, in corrispondenza col c.d. "linguistic turn", i tentativi di rinnovare la metodologia nell'ambito storiografico. I volumi Economy, Polity and Society e History, Religion and Culture intendono offrire un esempio dell'apporto originale della c.d. scuola di Sussex, cui vengono di solito legati i nomi di Winch, Burrow e Collini, ai quali si deve l'approccio disciplinare che va sotto l'etichetta di intellectual history.

Nati come tributo a Donald Winch e John Burrow, giunti entrambi quest'anno all'età del pensionamento, i saggi qui raccolti ruotano intorno alla storia intellettuale britannica tra il 1750 e il 1950 (British Intellectual History 1750-1950 è il sottotitolo comune ai due volumi), a ribadire l'interesse e la fecondità del lavoro compiuto da questi studiosi, sia nella loro unica impresa comune (That Noble Science of Politics, Cambridge University Press 1983), sia nelle loro ricerche individuali. A Winch, Burrow e Collini si deve, infatti, un'immagine della storia del pensiero politico britannico tra Settecento e Novecento che ne ha estremamente arricchito e, per molti versi, reso più complesso il quadro d'insieme. E', soprattutto, grazie all'opera di revisione storiografica condotta da questi autori e dalla loro "scuola" che oggi conosciamo il filone di machiavellismo umanistico che ha influenzato il pensiero costituzionale inglese del Settecento e sappiamo qualcosa di più circa il rapporto tra lo Scottish Enlightenment e l'umanesimo civico. I loro lavori hanno sottolineato la molteplicità e fondamentale diversità di posizioni all'interno della tradizione whig britannica settecentesca, l'influenza da essa avuta sulla storia della rivoluzione e del costituzionalismo americano e le sue diverse ramificazioni nella storia britannica ottocentesca. Questi risultati sono stati il frutto di una consapevole svolta metodologica che Collini ricostruisce nella sua introduzione generale ai due volumi, ripercorrendo i momenti fondamentali dell'incontro e della collaborazione intellettuale tra Burrow e Winch e descrivendo l'ambiente favorevole in cui essi ebbero luogo presso l'università di Sussex.

Fondata nel 1961, l'università di Sussex - ricorda Collini - era nata col preciso obiettivo di "ridisegnare la mappa del sapere disciplinare": al posto dei dipartimenti essa dava spazio a raggruppamenti di studiosi secondo nuclei tematici, come la School of European Studies o la School of English and American Studies. In quest'ambiente dalla struttura interdisciplinare e flessibile, Donald Winch, negli anni Sessanta, cominciò a spostare i suoi interessi dalla canonica storia economica alla storia delle scienze sociali. Più o meno intorno a quegli stessi anni Winch conobbe Burrow, che chiamò, alla fine degli anni Sessanta, a tenere la parte storica del corso sui concetti, i metodi e i valori nelle scienze sociali che egli aveva istituito come corso obbligatorio per gli studenti dell'ultimo anno della scuola di scienze sociali.

Dall'insoddisfazione verso una troppo rigida interpretazione delle linee di confine tra i singoli settori disciplinari trae origine uno dei tratti distintivi della scuola di Sussex: il rifiuto di un unico vocabolario e di un'unica metodologia in favore di un atteggiamento aperto ed eclettico. La intellectual history, sottolinea Collini, non aderisce a nessuno dei programmi metodologici che sono stati proposti in tempi più o meno recenti: dalla sociologia della conoscenza, alla storia dei concetti, alla mappa delle mentalità, alla riscoperta delle intenzioni dell'autore, all'archeologia delle episteme, al decostruzionismo (cfr. p. 14). Al rifiuto di aderire ad un'unica metodologia, di costituire una scuola con una propria ortodossia, si accompagna la propensione da parte di questi studiosi a lasciar parlare i propri lavori di ricerca storica, piuttosto che ad impegnarsi in rigide professioni di fede teorica. Se qualche affinità metodologica può essere rintracciata, essa è, senz'altro (come ammette lo stesso Collini), con l'approccio che assume a suo oggetto il discorso o lessico, inteso quale "struttura complessa", comprensiva – come precisa Pocock - di "un vocabolario, una grammatica, una retorica e un contesto di usi, assunzioni e implicazioni logiche che sono compresenti nello stesso arco di tempo". Con autori come Pocock, di cui, per altro, il volume History, Religion and Culture accoglie un contributo, la intellectual history ha in comune l'attenzione alla dimensione linguistica e al contesto in cui il linguaggio è agito. Ma non solo. A differenza dell'analisi foucaultiana, la intellectual history, infatti, come l'analisi del discorso, lascia spazio al ruolo degli attori umani che agiscono e reagiscono al contesto linguistico (cfr., p. 3). Come l'analisi del discorso, d'altra parte, la intellectual history rifiuta la storia dei concetti, e i suoi presupposti idealistici: le dinamiche che portano al sorgere dei concetti non possono essere colte in un vuoto astorico, ma necessitano una riconduzione agli effetti che essi intendevano produrre e ai contesti che ne hanno influenzato l'emergere. Un esempio di ciò che questo significa dal punto di vista storiografico può essere tratto dal saggio di Dario Castiglione, 'That noble disquiet': meanings of liberty in the discourse of the North, sulla concezione della libertà presente nel contesto della filosofia sociale e politica scozzese del Settecento. La distinzione concettuale tra libertà negativa e libertà positiva, come quella tra libertà repubblicana e libertà "giurisprudenziale" ("jurisprudential"), non coglie, secondo Castiglione, il significato che gli scozzesi attribuivano alla libertà, significato la cui complessità è restituita dall'espressione "sistema della libertà", con la quale essi "indicavano qualcosa di più della semplice (…) idea di libertà". La parola "sistema", spiega infatti Castiglione, alludeva "al modo in cui la libertà era istituzionalizzata nella vita della gente", potendo divenire parte delle opinioni e dell'esperienza quotidiana. L'idea della libertà come sicurezza, condivisa dagli scozzesi, poteva così implicare, oltre al governo della legge, e ad un sistema di checks and balances tra i poteri, anche una riflessione sulle condizioni sociali ed economiche di una determinata società e sul tipo di "carattere" che esse contribuivano a creare (come appunto evidenziano, soprattutto, le opere di Smith e Hume) (p. 51).

L'attenzione al contesto pone la intellectual history in contrapposizione alla storia delle dottrine politiche, rispetto alla quale abbandona l'interesse per la "dimensione verticale", ovvero la tendenza ad assumere come centrale la struttura logica di certe argomentazioni per poi vederne lo sviluppo nel tempo (per esempio: La storia della sociologia da Montesquieu a Weber) (p. 3). Per la intellectual history dovere dello storico è compiere "un continuo viaggio dalla estraneità alla familiarità", nella consapevolezza che empatia e carità interpretativa sono essenziali all'attività storiografica.

La critica della scuola di Sussex alle visioni teleologiche della storia si ispira al lavoro di Butterfield: The Whig Interpretation of History (1965). Nelle riflessioni storiografiche di Butterfield si trovavano evidenziate le distorsioni interpretative derivanti da uno studio del passato condotto dal punto di vista del presente. Tale prospettiva impediva, secondo Butterfield, di cogliere le differenze tra passato e presente. Una reale comprensione storica doveva muovere dall'intento di fare del passato il presente dell'interprete storico. Il rifiuto della storiogiografia whig corrispondeva in Butterfield ad una vera e propria presa di distanza critica verso ogni uso strumentale e ideologico della storia, atteggiamento anche questo condiviso dalla intellectual history. Se ne trova un esempio nel saggio di Donald Winch, contenuto nel volume Economy, Polity, and Society. In Mr Granding and Jerusalem Winch prende le mosse dalle interpretazioni che la critica ha dato di uno dei personaggi più noti di Hard Times, Mr Grandgrind, per cercare di capire perché, storici quali Leavis, Williams e Thompson abbiano voluto leggere la cultura britannica otto-novecentesca nei termini di un'opposizione tra cultura romantica da un lato ed economia politica e utilitarismo dall'altro. Andando al di là di quelle che erano le intenzioni stesse di Dickens, non collocabile – secondo Winch – né tra gli utilitaristi né tra i romantici, la figura di Grandgrind è assurta in questi interpreti novecenteschi, esponenti di primo piano della sinistra britannica negli anni Sessanta, a simbolo di tutti i difetti ed i limiti di una cultura grettamente utilitarista ed economicista. Rivelando la tendenziosità della storia intellettuale dell'Ottocento britannico che emerge dai lavori di Thompson, Williams e Leavis, Winch compie una duplice operazione: storiografica e, in senso lato, politica. Dal primo punto di vista, egli ridimensiona l'influenza effettivamente esercitata dall'utilitarismo sul piano delle riforme politiche e legislative nel corso dell'Ottocento e rivela l'inconsistenza sia dell'equazione tra laissez-faire e benthamismo sia dell'opposizione storica tra romanticismo e utilitarismo (l'argomento è sviluppato anche dal saggio su Bentham di David Lieberman, presente nello stesso volume). Dal secondo punto di vista, interrogandosi sui motivi che hanno condotto all'emergere della dicotomia tra utilitarismo e romanticismo, Winch ne rintraccia le radici nella tentazione da parte della tradizione socialista d'ispirazione romantica di considerare l'economia come qualcosa con cui coloro che propongono l'immagine ideale di una nuova Gerusalemme possono fare a meno di confrontarsi. Proprio per quest'incapacità a misurarsi con la realtà economica, quella tradizione socialista, secondo Winch, non è stata capace di proporre una critica realistica del presente. Nelle sue conclusioni, dunque,- come osserva Collini nella presentazione generale del volume – Winch richiama implicitamente lo studioso di storia intellettuale "sia ad una più accurata e simpatetica ricostruzione del passato, sia ad una politica più realistica e responsabile nel presente" (p. 28).

Dopo aver esposto l'intento dei due volumi, è doveroso accennare, seppure in termini sommari, al contenuto dei numerosi lavori che in essi sono raccolti.
Economy, Politics and Society è suddiviso in tre parti. Nella prima uno spazio consistente è dedicato al pensiero di Adam Smith, una figura centrale nelle ricerche della c.d. Sussex School. La intellectual history ha, infatti, contribuito in modo determinante a ribaltare le interpretazioni di Smith quale padre dell'economia politica e precursore del capitalismo liberale prevalenti almeno fino al bicentenario della Wealth of Nations. In seguito alla pubblicazione dell'opera di Donald Winch: Adam Smith's Politics: An Essay in Historiographic Revision (1978), lo spazio dell'economia politica nell'opera smithiana è stato ridimensionato, divenendo solo parte della più complessa scienza del legislatore. A ridosso della figura di Smith e della nascita della società commerciale si muovono il già ricordato saggio di Castiglione e quelli di E. J. Hundert Sociability and self-love in the theatre of moral sentiments: Mandeville to Adam Smith, Nicholas Phillipson, Language, sociability, and history: some reflections on the foundations of Adam Smith's Science of Man, Richard F. Teichgraeber, in Adam Smith and tradition: the Wealth of Nations before Malthus. Pur continuando a privilegiare il rapporto società, politica ed economia, i quattro saggi della seconda parte sono dedicati a figure diverse. Sono qui contenuti, infatti, i contributi di: David Lieberman, Economy and polity in Bentham's science of legislation, Richard Whatmore, 'Gigantic manliness': Paine's republicanism in 1790s, Marylin Butler, Irish culture and Scottish enlightenment: Maria Edgeworth's histories of the future e Norman Vance, Improving Ireland: Richard Whately, theology, and political economy. La terza parte, infine, attraversa il periodo che va dagli inizi dell'Ottocento ai primi decenni del Novecento, con l'intento di mostrare le resistenze culturali e morali della società britannica di fronte all'affermarsi della nuova economia politica. Nelle riflessioni di allora intorno ai confini imprecisi delle varie discipline, e al tentativo di mantenere aperto un dialogo tra economia e morale, possono riconoscersi assonanze e affinità con una certa sensibilità contemporanea per quella che, con le parole di Hirschman, si potrebbe definire l'arte del trespassing, dell'attraversamento e oltrepassamento dei confini disciplinari. Su questo filo di considerazioni si muovono il lavoro di Jane Garnett, Political and domestic economy in victorian social thought:Ruskin and Xenophon, quello di Sheldon Rothblatt, State and market in British university history, e il già ricordato saggio di Donald Winch: Mr Granding and Jerusalem.

Il volume History, Religion and Culture si apre con un saggio di Mark Salber Phillips dal titolo Historical distance and the historiography of eighteenth-century Britain. Il problema della 'distanza storica' è qui affrontato sia come questione generale all'interno della narrazione storiografica sia come questione specifica degli studi storici all'epoca di Hume, al fine di evidenziare come la sua soluzione abbia avuto essa stessa una storia, sia stata cioè di volta in volta individuata sulla base degli assunti impliciti circa la metodologia o le finalità della storia fatti propri dalla storiografia di ogni dato periodo. La prima parte del volume prosegue con due saggi dedicati allo storico Edward Gibbon: Gibbon and the primitive church di J. G. A. Pocock e Gibbon's religious characters di David Womersley. Pocock si interroga sulle ragioni che spinsero Gibbon ad iniziare la storia del cristianesimo, nei capitoli XV e XVI della sua History of the Decline and Fall of the Roman Empire, dal periodo post-apostolico. L'interesse della questione che Pocock solleva è legato in particolare alla ricezione del testo tra i lettori dell'epoca, che accusarono Gibbon di essere un nemico del cristianesimo. Le critiche degli interpreti di Gibbon e ciò che l'autore aveva voluto realmente sostenere delineano, per Pocock, due discorsi in una certa misura autonomi. L'iscrizione della History of the Decline and Fall of the Roman Empire all'interno di un preciso 'progetto illuminista', operata da parte dei contemporanei di Gibbon, ha origine, secondo Pocock, più dalle incertezze dell'autore circa le intenzioni e le strategie da adottare al momento della stesura dell'opera che da puntuali appigli testuali. Sulla figura di Gibbon quale "Voltaire inglese" si sofferma anche il lavoro di Womerseley, che dà maggior credito di Pocock a questa interpretazione, rilevando la presenza (finora sconosciuta) nella biblioteca personale di Gibbon del Livre des trois fameux imposteurs (Mosé, Gesù e Maometto), uno dei testi clandestini irreligiosi più famosi prodotti dal primo illuminismo.

La seconda parte di History, Religion and Culture contiene quattro saggi: Brian Young, 'The Lust of Empire and Religious Hate': Christianity, history, and India, 1790-1820; Blair Worden, The Victorians and Oliver Cromwell; William Thomas, Religion and politics in the Quarterly Review, 1809-1853 e John Drury, Ruskin's way: 'tout à fait comme un oiseau', al centro dei quali è il ruolo che la religione ha occupato nella storia inglese del diciannovesimo secolo, ruolo che si è espresso in varie forme: dalla curiorisità esotica verso l'induismo, alla riscoperta di un personaggio come Cromwell, anche sulla base del suo puritanesimo, alla visione di un cristianesimo inteso come conoscenza della bellezza della creazione proposta da Ruskin, all'intreccio religione-politica presente nei periodici dell'epoca. La terza parte, infine, raccoglie i lavori di Boyd Hilton, The Politics of anatomy and the anatomy of politics c. 1825-1850, John Burrow, Images of time: from Carlylean vulcanism to sedimentary gradualism, Peter Mandler, 'Race' and 'nation' in mid-Victorian thought e Julia Stapleton, Political thought and national identity in Britain, 1850-1950. Se gli ultimi due saggi ripercorrono l'immagine dell'identità nazionale britannica proposta dal pensiero politico-sociale tra la seconda metà dell'Ottocento e la prima metà del Novecento, i saggi di Hilton e Burrow si concentrano piuttosto sulle visioni della storia e del mutamento proposte dalla cultura ottocentesca nell'intreccio tra discorso scientifico e letterario. Hilton analizza, infatti, l'impatto delle teorie evoluzioniste nell'ambito della riflessione politica, mentre Burrow prende in esame le principali metafore utilizzate per descrivere il mutamento storico, segnalando in particolare il passaggio dalle metafore vulcaniche e catastrofiche, derivate soprattutto dai lavori geologici di James Hutton, da cui attinge ampiamente l'opera di Carlyle, a quelle che descrivono il mutamento quale processo sedimentario e graduale, divulgate dal geologo Charles Lyell nel suo Principles of Geology, e presenti nelle opere di autori come Bagehot.

Brunella Casalini
Links sugli autori
Alcuni riferimenti in rete

  1. Sul contributo di Skinner alla filosofia delle scienze sociali e alla filosofia politica, cfr.:
    http://pup.princeton.edu/titles/4388.html
    (contiene una recensione di Meaning and Context: Quentin Skinner and His Critics, a c. di J. Tully, Princeton University Press, Princeton 1989)

  2. Cfr. S. Chignola, Storia dei concetti e storiografia del discorso politico, “Filosofia politica”, 1, 1997, pp. 99-122.

  3. http://www.sussex.ac.uk/press_office/about/

  4. J. G. A. Pocock, Concetti e discorsi politici: differenze di ‘cultura’? A proposito di un intervento di Melvin Richter, “Filosofia politica”, a. XI, n. 3 (1988), p. 371.

  5. Su Adam Smith:
    http://www.utdallas.edu/~harpham/adam.htm

  6. Su Hume:
    http://www.utm.edu/research/hume/hume.html

  7. Testo completo di Hard Times di Dickens on-line:

  8. Su Bentham:
    http://www.ucl.ac.uk/Bentham-Project/index.htm
    e http://omega23.com/philosophy_and_movements_b/Jeremy_Bentham.html

  9. Tr. it. La politica di Adam Smith, Otium, Ancona 1992.

  10. Su Gibbon: http://www.his.com/~z/gibbon.html
    (contiene estratti da Decline and Fall of the Roman Empire).

  11. Su Ruskin:
    http://landow.stg.brown.edu/victorian/ruskin/ruskinov.html

  12. Opere di Thomas Carlyle on-line:
    http://digital.library.upenn.edu/webbin/book/search?author=Carlyle+Thomas&amode=words

  13. Su Bagehot:
    http://www.cpm.ll.ehime-u.ac.jp/akamachomepage/akamac_e-text_links/Bagehot.html

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

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