Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 15 ottobre 2001

Natalino Irti, Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto, Roma-Bari, Laterza, 2001

Il volume di Natalino Irti si compone di due saggi: il primo (Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto) dà titolo al libro ed è, come chiarisce l'autore, un saggio di teoria giuridica; il secondo (Scambi senza accordo) che, edito nel 1998 ("Riv. trim. dir. proc. civ.", I/1998, pp.347-364), avrebbe "destato qualche scandalo tra i benpensanti del diritto civile" prepara e precorre i temi del primo: nonostante questo, l'autore preferisce posporre tale saggio e non abbiamo motivi per non rispettare quest'impaginazione.

Norma e luoghi. Problemi di geo-diritto
L'incipit del primo saggio – teoria giuridica ma con rilevanti sconfinamenti nell'ambito filosofico tout court e anche (soprattutto) tentativo di contribuire alla già sterminata bibliografia sulla globalizzazione – pone la questione centrale di tutto il volume: il diritto ha bisogno del 'dove'. Non solo il lessico giuridico si nutre di metafore spaziali: il territorio (la 'forza tellurica' di Keyserling) è così consustanziale al diritto da essere elemento fondamentale dello Stato. Irti ci introduce su questo alla lettura di Georg Jellinek: il territorio è allo stesso tempo base territoriale, spazio esclusivo che fonda il potere politico, cioè, per Jellinek, il potere dello Stato, e sfera di dominazione, "modalità topografica del diritto" (p. 8). Anche nelle parole del pubblicista italiano Donato Donati Irti rileva questa ambiguità concettuale: lo spazio (il territorio) è allo stesso tempo fondamento dello Stato ed oggetto della sua potestà esclusiva. Ma, scrive Irti, è per ora inutile rilevare il vizio logico nascosto dietro questa doppiezza, il non poter essere il territorio fondamento e oggetto: "rilievo, logicamente ineccepibile, ma storicamente sordo e infecondo" (p. 7). Meglio indulgere per ora ad altre suggestioni, contributi per una sinossi del rapporto spazio-diritto-politica: "gli scambi economici, per intimo sviluppo e per inesauribile ricerca del profitto, non conoscono i vincoli della territorialità" (p. 9). Ci viene in aiuto qui la raffinata pagina di Massimo Cacciari: l'economia – U-Topos, Erehwon, incarnazione della talassocrazia – "esige un unico spazio, un unico concetto di spazio, come forma a priori, 'libera' da ogni differenza di luogo" (M. Cacciari, Geo-filosofia dell'Europa, Adelphi, Milano 1994, p. 126). Diviene evidente l'affanno di chi identifica politico giuridico e statuale, di fronte alla capacità dell'economia di essere indifferente ai confini: "il diritto degli Stati si trova perciò nella necessità d'inseguire la dilatazione spaziale degli scambi" (p. 10).
Già in Fichte, scrive Irti, si legge un'acuta coscienza del problema. Ne Lo Stato commerciale chiuso però il filosofo tedesco opta per una soluzione radicale: chiudersi al commercio con l'estero, legare indissolubilmente l'economia al suolo statale. Ed Irti chiama Georg Simmel a confutare: il commercio, indifferente alle partizioni, si fonda su un principio di neutralità anche rispetto al territorio, tanto che, ad esempio, "in certe tribù indiane sul piede di guerra il mercante può circolare senza ostacoli dall'una all'altra" (G. Simmel, Sociologia, Edizioni di Comunità, Milano 1998, p. 598; citato in Irti, p. 22).
Ora, al fine di sciogliere il nodo del rapporto tra spazio diritto ed economia nella globale Zeit, la duplicità concettuale (della quale abbiamo finora detto) insita nell'idea di territorio deve assumere per il giurista tono di domanda: lo spazio fonda il diritto o ne è il semplice ambito applicativo? All'alternativa, secondo Irti, corrispondono i nomi di Carl Schmitt e Hans Kelsen. Non abbiamo interesse (né capacità) ad un esame dell'aderenza della ricostruzione di Natalino Irti al pensiero degli autori da lui citati: quello che ci interessa è seguire il pensiero di Irti mentre si dipana nella lettura del Nomos o del Problem der Souveränität. E il saggio ruota proprio attorno alla dicotomia tra lo 'spazio-fondamento' e lo 'spazio-campo di vigenza' del diritto: Irti parla anche di 'tema tellurico' (Fichte-Schmitt) e 'tema formale' (Simmel-Kelsen).
Per Carl Schmitt il territorio è fondamento spaziale del diritto. Lo Schmitt che interessa Irti è quello del Nomos Der Erde: è lì che il filosofo di Plettenberg enuncia il criterio di legittimità dell'ordinamento. Per Schmitt l'occupatio primaeva, l'occupazione del suolo – che contiene in sé l'ordinamento dello spazio – fonda ogni diritto e ordine concreto. Ma – qui si appunta la critica di Irti – l'occupatio è per Schmitt non solo evento storico, ma anche categoria logica, "principio costitutivo, senza del quale nessun diritto è concepibile" (p. 31). Ma se tramonta il nomos eurocentrico, e assieme ad esso il fondamento di legittimità dato dall'occupatio, e dunque la radice spaziale di ogni diritto, allora ogni ordine giuridico è destinato a tramontare o ad affidarsi ad un'interminabile sequela di nomoi: seguendo Schmitt "se il diritto si tiene al fondamento tellurico, e sta e muore con esso, allora i nuovi spazi si presentano vuoti di normatività, un buio nulla giuridico" (p. 36).
A questa visione si contrappone quella normativistica. Si è fatto il nome di Hans Kelsen ma, prima del giurista praghese, chi vide la discrasia nell'affermare il territorio e come fondamento e come ambito applicativo fu (nel 1912) l'italiano Tomaso Perassi: "territorio non significa estensione di terra: ma ambito di signoria" (T. Perassi, Paese, territorio e signoria nella dottrina dello Stato, 1912, p. 102, citato in Irti, p.40). Ma dobbiamo la compiutezza della teoria a Kelsen: il fondamento di legittimità non ha nulla a che fare con la terra, ma risiede nella Grundnorm. La dimensione spaziale non è più fondamento del diritto, ma solo suo contenuto: così come una norma è valida nel tempo, essa è valida nello spazio. Si torna all'esigenza che sta al centro del saggio (il diritto ha bisogno del 'dove'), ma il 'dove' kelseniano è artificiale, tanto che l'indicazione dello spazio (e del tempo) di validità della norma per Kelsen non è essenziale: l'indicazione dell'ambito spaziale di applicazione di una norma non è altro che la dimensione quantitativa della sua validità. La determinazione spaziale di vigenza della norma è sì indispensabile, ma essa può essere positiva o negativa: "o la norma contiene la determinazione di un certo spazio, e allora il suo ambito di validità è limitato; o non la contiene, e allora il suo ambito di validità è illimitato" (p. 54).
Così Irti vede nell'artificialità propria del normativismo la soluzione al problema della gestione della globalizzazione. Riecheggiando la legge di Hume: "la fisicità delle cose e la fatticità dell'accaduto non generano norme" (p. 50); e la legge si risolve tutta nell'indifferenza contenutistica (viene in mente la critica di Capograssi all'imperativismo kelseniano); affrancata dal legame tellurico, la norma diviene affilato strumento teleologico: "se la norma è tutta nella volontà di posizione, e a mano a mano si allontana e separa dal diritto naturale e dai fondamenti terrestri; allora essa si risolve in un meccanismo artificiale, che gli uomini, mercé le battaglie della politica, indirizzano verso uno o altro scopo" (p. 51).
Anche l'idea di ordine subisce mutamenti: l'ordine dei normativisti è il frutto di una lettura a posteriori della vita del diritto; l'ordine non è costituito (come in Schmitt) ma, dice Irti, costituendo.
Così le virtù dell'artificialità permettono di superare l'impasse schmittiana: deperito l'antico nomos, i grandi spazi non sono abbandonati in un vuoto normativo, ma si nutrono delle capacità costruttiva del normativismo.
I 'nuovi' grandi spazi, i mercati, non sono a-giuridici: nonostante lo sradicamento degli scambi commerciali rispetto al territorio, l'artificialità permette a un diritto "duttile e sciolto" (p. 59) di "seguire la latitudine dell'economia" (ibid.).
È evidentissima la fiducia di Irti nelle capacità della politica di governare la globalizzazione mediante gli strumenti del diritto 'artificiale'. Dalla critica alla posizione di Ulrich Beck in tema di globalizzazione si evince con chiarezza il suo pensiero sull'argomento: non è vero, come sostiene Beck, che i politici che invocano sempre più mercato e sempre meno Stato siano (per dirla con Marx) i 'becchini' di se stessi perché decreterebbero così la morte della politica. Al contrario, per Irti "la politica, che rinuncia alla guida o alla disciplina dell'economia, non è meno 'politica' di quella dirigistica e interventistica" (p. 69). Nelle Conclusioni tornerò su questo punto centrale.
La politica che abdica alla propria funzione di governo diretto dell'economia non disconosce la propria natura; al contrario, la sovranità statuale torna categoria centrale: gli strumenti giuridici di governo dell'economia internazionale sono gli accordi fra Stati e il diritto internazionale privato, null'altro; tutto si riconduce all'esercizio del potere esclusivo di imperio degli Stati: "la risposta alla globalità rimane nell'inter-statualità: non già nella rinuncia, ma nell'esercizio della sovranità" (p. 77).

Scambi senza accordo
Il secondo saggio del volume, di natura più schiettamente giuridica, si muove attorno alla questione dello scambio di beni. È agevole individuare l'oggetto del saggio di Irti: il mondo moderno tende ad eliminare la dimensione dialogica del contratto riducendolo a coincidenza di atti unilaterali. Tuttavia, come si evince dall'ultimo comma dell'articolo 1326 del codice civile ("un'accettazione non conforme alla proposta equivale a nuova proposta"), la dimensione dialogica è consustanziale al contrattare ed al contrarre: ma allora, se in un grande magazzino prendo un prodotto da uno scaffale e lo compro, ho compiuto un gesto da ricondurre entro la categoria del contratto? Ancora: se entro in una banca e firmo moduli e formulari, ho messo in essere un contratto? Sebbene la collocazione degli artt. 1341 e 1342 c. c. entro la sezione 'Dell'accordo delle parti' lasci supporre di sì, e sebbene si sostenga da qualcuno che aderire è comunque concordare, Irti scrive che "questo semplicismo intellettuale è sconfortante. La parte, che adotta moduli e formulari, rifiuta e nega il dialogo" (p. 109): è il declino dell'homo loquens e l'ascesa dell'homo videns. Irti in questo trae spunto dal volume di Giovanni Sartori Homo videns. Televisione e post-pensiero (Laterza, Roma-Bari 1997), nel quale si teorizza il passaggio dall'uomo come animal symbolicum e loquax all'homo videns. I nuovi scambi, tipici della grande distribuzione, della televisione e dell'informatica, sono il risultato di un'evoluzione antropogenetica, che cioè avrebbe dato luogo ad un nuovo tipo umano. Ritornando alla dinamica dei nuovi scambi, per Irti questi avvengono mediante il coincidere di due atti unilaterali (offerta e preferenza): già Antonio Cicu, nel 1901, spiegava tali scambi come contratti reali, nei quali l'assenza di parole esclude la natura consensuale della transazione; il primato della cosa si manifesta anche nella "intenzione reale, intenzione orientata e consumata verso la res nel suo essere fisico o nella sua immagine" (p. 123).
Ma allora, se al contratto è necessario l'accordo, questi scambi senza accordo invocano un altro nome. E Irti si richiama alla lezione di Perozzi, Bonfante e Betti, i quali separavano il contractus dal consensus, così da poter pensare ad un 'contratto non consensuale'. Scrive Irti: "l'onestà costruttiva suggerisce di non alterare il significato delle parole, e di porsi schiettamente dinanzi alla scelta: o di collocare i fenomeni sprovvisti di accordo, fuori dalla categoria del contratto; o di distaccare il contratto dall'accordo, sicché esso sia in grado di accogliere anche gli atti unilaterali, convergenti sull'identica cosa" (p. 125). Irti parteggia per quest'ultima soluzione. Queste nuove forme di scambio incidono anche sul regime di tutela: uno scambio senza accordo soffre di minore tutela del consenso delle parti, e dunque di minore tutela dell'autonomia delle parti; ma se la parte perde in tutela del consenso, guadagna in tutela generale del mercato, "che il legislatore appresta con norme imperative o con la vigilanza di «autorità» dei diversi settori economici" (p. 127).

Conclusioni
Il fulcro attorno al quale ruota il libro di Irti è il 'dove' giuridico, cioè il problema di una nuova spazialità del diritto di fronte ai fenomeni della globalizzazione. Mi pare di poter così enucleare i concetti centrali del primo saggio: la politica che rinuncia al governo dell'economia non perde la sua 'politicità'; se la politica vuole intervenire nell'economia globale, tale intervento non può non servirsi degli Stati, dunque degli accordi inter-statali e del diritto internazionale privato; il normativismo fornisce un diritto duttile ed artificiale, che consente agli Stati di perseguire scopi e che permette, in quando deraciné rispetto al territorio, di approntare misure atte a governare il fenomeno della globalizzazione. Credo sia il caso di provare a sollevare qualche interrogativo teorico su questi concetti.
Innanzitutto, Irti sostiene che la politica che abdica al proprio ruolo di intervento in economia non per questo è meno 'politica' di quella dirigistica o interventista: anche questa è politica, e l'invocazione di mercato e ancora mercato è fare politica. A questo proposito può essere utile citare un autore caro a Irti: Massimo Cacciari sostiene che "la contraddizione concettuale di fondo di tutta l'idea liberale consiste, appunto, in questo: che si possa dare uno Stato […] il quale rinunci se non alla guida, al controllo dell'economia, in un'epoca dominata da valori economici. Un simile Stato non sarebbe più tale, si suiciderebbe politicamente" (M. Cacciari, Geo-filosofia dell'Europa, cit., p. 125.). Cacciari spiega quest'affermazione in un altro volume, nel quale scrive "non sei solo in questo destino – bisogna dire. Cos'è fare politica, se non dire al tuo prossimo che non è solo?" (M. Cacciari, Duemilauno. Politica e futuro, Feltrinelli, Milano 2001, p. 50). Insomma, se la politica si fa espropriare dalla tecnica conserva comunque la sua natura o si scioglie in questa?
In secondo luogo, è realistico pensare che i soggetti attivi della globalizzazione possano essere ancora e solo gli Stati? Esiste una letteratura assai nutrita sull'emergenza di nuovi soggetti della globalizzazione e si parla di fine dello Stato-nazione, declino della sovranità statuale, diritto transnazionale etc. (Strange, Ferrarese, Ohmae, Keohane e Nye, etc.): insomma, si tende a mettere in risalto il declino del ruolo dello Stato a fronte di altri (nuovi e vecchi) soggetti come ad esempio le corporation e le NGO; dunque l'interrogativo è: un mondo così complesso può essere ancora spiegato in modo soddisfacente mediante le sole categorie di 'Stato', 'sovranità', 'accordo inter-statale'?
Infine, le virtù del normativismo sono soggette ormai da molto tempo ad una critica serrata sul rapporto tra validità ed effettività della norma: il realismo giuridico americano, ad esempio, ha messo in rilievo già dalla prima metà del '900 l'esigenza di pensare al diritto non solo come law in books ma anche come law in action. Inoltre, solo a titolo di esempio, si potrebbe citare il ponderoso volume Law, Legislation and Liberty di F. A. von Hayek, tutto teso a dimostrare la fallacia costruttivistica di un diritto che pretende di poter perseguire scopi, ignorando i meccanismi autoriproduttivi del sistema normativo. Sebbene von Hayek proponga una visione idilliaca della logica autoriproduttiva che, presupponendo una sorta di comunità di individui razionali, pretermette l'analisi della violenza delle dinamiche sociali, economiche e giuridiche, la quale mette in seria crisi ogni spiegazione endogena ed autoriproduttiva dei sistemi normativi; nonostante tutto questo, le tesi hayekiane mantengono intatto il loro valore 'terapeutico', che consiste nell'invito a volgere lo sguardo alla complessità dell'ordine normativo, per cogliere la quale il positivismo possiede solo armi teoriche spuntate. Non è troppo semplicistico pensare che attraverso l'attività di creazione artificiale di norme positive si possano gestire i complessi fenomeni della globalizzazione?



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A cura di:
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