Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

Will Kymlicka, La cittadinanza multiculturale, tr. it., Il Mulino, Bologna, 1999.

Questo libro è diretto a mostrare la compatibilità dei nuovi diritti che si vengono oggi affermando, ovvero i diritti delle minoranze –siano esse costituite da gruppi svantaggiati (neri, donne, disabili, ecc.), oppure da gruppi etnici (ad es. gli immigrati), o infine da minoranze nazionali all'interno di uno Stato- con i tradizionali diritti civili e politici, cioè quelli che l'autore chiama i "diritti liberali".
E ciò malgrado che i diritti delle nuove minoranze siano fondati su quella che a prima vista sarebbe apparsa un'eresia alla tradizione liberale occidentale, siano fondati vale a dire sull' "appartenenza di gruppo". Questo non li rende affatto –secondo l'autore - diritti "collettivi" e perciò incompatibili con la tradizione liberale occidentale: li rende soltanto diritti civili e politici per così dire "rinforzati" o alla "seconda potenza" e quindi un po' diversi da quelli classici o che possono essere considerati altrettanto bene anche come diritti individuali "nuovi" o postwelfaristici o che si aggiungono ai diritti individuali occidentali tradizionali.
Ciò è vero sia per i diritti delle minoranze "svantaggiate" o che incontrano ostacoli sociali "sistemici", come ad es. le donne, i neri, gli handicappati, e che implicano ad es. un diritto di rappresentanza "speciale", di cui l'esempio più noto è costituito dalla cosiddetta "affirmative action" -ovvero il fatto che le donne devono essere rappresentate anche e soprattutto da donne, e così i neri o gli altri gruppi sociali svantaggiati- sia per i diritti degli immigrati o "diritti polietnici", ovvero i diritti da parte dei primi di conservare il loro modo di vestire, di nutrirsi, di festeggiare determinati giorni della settimana o dell'anno, anche quando questi ultimi entrino in contrasto con quelli di società modellate su maschi bianchi e di fede cristiana come sono le società occidentali.
Ma ciò è vero anche per i diritti delle vere e proprie "minoranze nazionali" oltreché culturali, ovvero per il diritto ad autogovernarsi da parte di gruppi che sono entrati a far parte di uno Stato nazionale di tipo occidentale in seguito a conquista bellica o che addirittura preesistevano sul territorio di quest'ultimo prima ancora che esso nascesse, come ad es. le tribù indiane nordamericane.
Certo il diritto all'autogoverno che i paesi liberali occidentali non possono non concedere alle minoranze nazionali e non solo culturali, pone il problema più difficile di conciliabilità con i diritti civili e politici tradizionali.. Mentre infatti i "diritti di rappresentanza speciale" per i gruppi svantaggiati –se si esclude il caso etremistico e autodistruggentesi della cosiddetta "rappresentanza speculare" (solo le donne di un gruppo ad es., a prescindere dalla classe sociale e da altri non meno importanti aspetti, possono "rappresentare" altre donne di quel gruppo, ecc.)- e i diritti polietnici per le minoranze etniche e culturali, non sono in contrasto, sia pure in prospettiva e con tutta la necessaria gradualità, con la progressiva "integrazione" delle minoranze svantaggiate e di quelle etniche nella società maggioritaria, le minoranze nazionali vogliono evitare per definizione proprio questo.
Né è possibile scambiare il trattamento che lo Stato liberale e democratico occidentale deve riservare alle minoranze nazionali con un sistema ad es. come il "millet" turco. L'impero ottomano per più di quattro secoli riuscì infatti ad assicurare una civile e ordinata convivenza ai gruppi cristiani ed ebraici dei territori conquistati, consentendo loro di seguire liberamente il proprio culto, di autogovernarsi, di ricorrere a propri giudici, ecc.: ponendo ad essi soltanto alcuni limiti esterni, come il divieto di fare proseliti, di costruire nuovi templi o contrarre matrimoni misti senza autorizzazione, di accettare di pagare imposte speciali anziché prestare servizio militare, ecc. Ma nel "millet" ottomano la tolleranza e l'autogoverno delle minoranze cristiane ed ebraiche erano basati esplicitamente proprio sulla negazione dei diritti di libertà d'espressione e di autogoverno così come intesi nella tradizione occidentale: cioè come diritti individuali. Con la quale tradizione deve invece imprescindibilmente conciliarsi il trattamento riservato alle minoranze nazionali da parte degli Stati occidentali contemporanei.
Ma allora che ne è dei valori occidentali di libertà ed uguaglianza e dei corrispondenti diritti individuali in cui si sono finora tradotti, allorché le minoranze nazionali ad. es. si servono del diritto ad esse riconosciuto mediante trattati di autogovernarsi e di risolvere le loro controversie ricorrendo ai propri giudici, per opprimere altre minoranze interne o per impedire autoritariamente a donne ad es. o a giovani di abbandonare il loro originario gruppo di appartenenza ? Che ne è insomma dei diritti civili e politici se le minoranze nazionali se ne servono proprio per negarli ad altri individui ? Fermo restando –secondo Kymlicka- che neppure in tal caso coloro che professano i diritti civili e politici possono negare alle minoranze nazionali tali diritti, perché in tal caso la contraddizione in cui essi cadrebbero sarebbe ancora maggiore, occorre operare una distinzione tra quelle minoranze nazionali che, pur riducendo in tutto o in parte i diritti civili e politici del gruppo che governano, lo fanno pur sempre con il suo consenso senza la pretesa di imporre ad altri il loro modello, e inoltre non impediscono a chi lo vuole di abbandonare il gruppo per entrare nella società maggioritaria,, e le minoranze nazionali che impediscono invece tutto questo.
Nel primo caso coloro che credono nei diritti civili e politici, pur non potendo imporli con la forza dall'esterno, possono e debbono però cercare di instaurare con la minoranza nazionale un dialogo o una qualche forma di coesistenza e di modus vivendi. E' ciò che in fondo accade da sempre nei rapporti internazionali dove, tranne nel caso estremo di genocidio o sterminio di massa, gli Stati liberali hanno dovuto accettare di coesistere con Stati che limitano più o meno ampiamente i diritti umani.
Anche nel caso delle minoranze nazionali –indubbiamente, secondo l'autore, il più difficile- la conclusione è allora che i nuovi diritti delle minoranze non sono incompatibili con i precedenti diritti individuali: sono però diritti appunto "nuovi" o non perfettamente sovrapponibili ai tradizionali diritti civili e politici, come attesta ad es. l'esemplare ridimensionamento o la mancanza di reciprocità cui il classico valore "liberale" della "tolleranza" o il diritto alla libertà di espressione va incontro quando esso viene concesso appunto alle minoranze nazionali.

Antonio De Gennaro

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
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Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.