Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

P. Lévy, Cybercultura, Milano, Feltrinelli, 1999 (trad. it. di D. Feroldi, Cyberculture, Paris, O. Jacob, 1997)

Pierre Lévy, francese, filosofo della tecnica, allievo di Castoriadis, è un autore che in rete non ha bisogno di presentazioni. Fra le sue opere, Cybercultura merita una attenzione particolare da parte di chi si occupa di filosofia politica: se si dà conoscenza solo nella misura - e nel modo - in cui essa viene comunicata e distribuita, allora il problema della comunicazione del sapere è una questione interessante - soprattutto in un'epoca di rivoluzioni mediatiche - sia dal punto di vista della filosofia, sia dal punto di vista della politica.

Internet non è soltanto una rivoluzione tecnica. Contro la scolastica heideggeriana, Lévy sostiene che tecnica, cultura e società sono entità interconnesse, distinguibili solo per comodità analitica (pp. 25-33). La storia dell'umanità è la storia della techne, nel senso ampio che questa parola ha in greco: un rapporto col mondo che comprende l'elaborazione e la trasmissione di strumenti concettuali e nozioni, di istituzioni e artefatti. Per questo, l'immagine dell"impatto" delle tecnologie sulla società e sulla cultura non è molto felice: le tecniche non sono qualcosa di alieno, ma possibilità che nascuno dalla cultura ed entrano a farne parte. Si può ritenere, heideggeriamente, che la relazione della tecnica con l'essere sia manipolatoria: ma, perché questa critica abbia un contenuto non soltanto polemico, occorrerebbe indicare un altro modo, non tecnico, non informativo, non concettuale, di produrre, comunicare e distribuire conoscenza.
L'opacità della tecnica, il suo aspetto estraniante, è dovuta al processo sociale di mutamento: l'attività degli altri ricade sull'individuo come se fosse qualcosa di esterno; e questo avviene tanto più - dice Lévy - quanto più il cambiamento tecnico è rapido. Per questo, a maggior ragione, il problema della tecnica è, più propriamente, un problema politico di produzione e distribuzione della conoscenza. È facile che la tecnica si manifesti come manipolazione se il sapere - e la possibilità e i modi di comunicarlo - sono distribuiti in maniera disuguale.

Le società orali, sebbene affidassero la trasmissione dell'informazione a tecnici della memoria - per esempio i poeti nella Grecia preclassica -, non separavano il discorso dal suo contesto: la conoscenza, trasmessa da persona a persona, non poteva staccarsi dal flusso vitale nel quale era immersa (pp. 18-21), se voleva perdurare, senza cadere nell'oblio. Questo produceva, secondo Lévy, una totalità senza universale: il soggetto conoscente era tale solo in quanto rimaneva legato, e indifferenziato, rispetto al suo contesto. Il contesto è una totalità per chi ne fa parte, ma non un universale, perché è inseparabile dalla particolarità degli individui e delle relazioni interpersonali. Forse questo sapere poetico e preconcettuale si avvicina a quanto vagheggiano i critici della tecnica: ma i suoi limiti comunicativi, cioè il suo carattere radicalmente particolare, non assicurano che esso sia al riparo dalla disuguaglianza e dall'estraneazione. Il potere appartiene a chi sa far ricordare in modo autorevole. Anche il cosiddetto evento - l'accadere nella sua nuda fattualità -, cui gli heideggeriani amano richiamarsi, ci è noto solo se viene raccontato - e imposto alla memoria - da qualcuno in una storia.
Con l'avvento della scrittura, i testi si separano dal contesto vivente in cui sono nati. La scrittura offre, in cambio della perdita dell'immediatezza propria della relazione faccia a faccia, uno spazio di comunicazione maggiore, ed è l'occasione per la nascita del sapere concettuale, con la sua aspirazione all'universalità. L'universalità del libro, tuttavia, è di natura totalizzante: il testo è qualcosa di limitato e in sé conchiuso: per avere un senso deve, almeno in qualche aspetto, pretendere di esaurire in sè tutto il senso, lasciando fuori la pluralità aperta dei contesti attraversati e la diversità delle comunità che li fanno circolare. Parafrasando Umberto Eco, un testo come il Vangelo secondo Giovanni è un testo proprio perché, per quanto esso sia soggetto a una molteplicità di interpretazioni, non se ne potrà mai ricavare né la dimostrazione del teorema di Fermat, né la filmografia completa di Woody Allen. Il vangelo può essere vangelo solo se e perché è semanticamente chiuso.
I media tradizionali, continua Lévy, proseguono sulla falsariga dell'universalizzazione totalizzante iniziata dalla scrittura: giornali e televisioni devono coinvolgere - essendo una forma di comunicazione di tipo uno-tutti - il maggior numero di persone possibili, e per questo devono incontrare il minimo comune denominatore mentale dei destinatari. Il loro spazio di comunicazione è privo di interazioni, dato che i riceventi sono tecnicamente costretti ad essere passivi: per questo, devono fabbricarsi un pubblico indifferenziato, e giocare su emozioni e conoscenze elementari. Per definizione i media contemporanei "totalizzano", cioè pretendono di racchiudere - o di essere - il mondo, con una pretesa di esaustività. Non a caso questi media, intrinsecamente autoritari, sono stati e sono il veicolo privilegiato della propaganda totalitaria - sia essa politica od economica - e del totalitarismo della propaganda (pp. 107-117).

La rete rende pensabile qualcosa di differente sia dalla totalità senza universale delle culture orali, sia dall'universale totalizzante delle culture scritte e mediatiche. Al dispositivo comunicativo di tipo uno-uno (posta, telefono) e di tipo uno-tutti (televisione, giornale), si è aggiunta la possibilità di una comunicazione tutti-tutti, cioè di un nuovo modo di distribuire la conoscenza, cui tutti coloro che sono connessi possono partecipare interattivamente e ove non esiste un emittente virtualmente privilegiato. Diventa così possibile sia comunicare l'informazione in maniera universale, come nella civiltà della scrittura, sia interagire e creare dei contesti, come nelle culture orali. Queste possibilità si possono attualizzare in presenza di un movimento sociale che sappia trar vantaggio da questi tre princìpi (pp. 119-129):

  • interconnessione: i veicoli di informazione non sono più nello spazio, ma diventano uno spazio, una telepresenza generalizzata in un continuum, che può essere pensato e percorso come un grande ipertesto;

  • creazione di comunità virtuali: una comunità virtuale si costruisce, data l'interconnessione, su affinità di interessi e di conoscenze, sulla condivisione di progetti, in un processo di cooperazione e di scambio, che prescinde dalle appartenenze istituzionali;

  • intelligenza collettiva: è ciò che può venir prodotto dalla compresenza di una massima accessibilità dell'informazione - di una conoscenza messa in comune - e dalla possibilità offerta alla persone di interagire fra loro senza mediazioni.

Questo nuovo scenario virtuale può essere compreso con la nozione di universale senza totalità: ogni universalizzazione, nella misura in cui pretende di essere esauriente e in sé conchiusa, produce nello stesso tempo totalità ed esclusione. La rete, la cui unica pretesa è la connessione in un ordine non gerarchico che può essere variamente interpretato nella prospettiva di ciascun nodo, esprime una esigenza di universalità che però, non avendo in se stessa un senso, non è totalizzante ( pp. 238 ss.). Chi è fuori dalla rete non è escluso, bensì sconnesso: e questo, significativamente, viene percepito come una deficienza non dell'escluso, ma della rete stessa, pensata come dispositivo di informazione.

In un momento in cui, in Italia, si sta mettendo in dubbio la necessità di disseminare fra le varie discipline un sapere non specialistico come la filosofia, Lévy invita a pensare a un mondo nel quale l'accessibilità diretta dell'informazione in rete mette in crisi sia il ruolo dell'insegnante come trasmettitore e venditore di nozioni, sia il potere dei media tradizionali; un mondo nel quale lo stesso "mercato" non si accontenta più di una "professionalità" che rimanga immutata dall'inizio alla fine della vita lavorativa, ma richiede un apprendimento permanente. Scuole e università non potranno più essere luoghi di concentrazione della conoscenza come collezione di nozioni, ma dovranno diventare animatrici dell'intelligenza collettiva, per allievi che, potendole trovare da sé, non hanno più bisogno di nozioni, bensì di carte nautiche personali per muoversi nel mare dell'informazione (pp. 153-162). Ragionare in questi termini significa proporre di trattare l'informazione in quanto tale non come un oggetto di proprietà privata e di compravendita, ma come un bene pubblico, il cui valore sta nell'accessibilità, nella condivisione e nell'interconnessione. Questo è un punto in comune fra l'etica hacker e l'ideale marxista della collettivizzazione dei mezzi di produzione, se l'informazione va annoverata fra questi. E bisogna chiedersi, come fa, con molta chiarezza Lévy, se la riduzione dell'informazione a res privata non sia connessa alla volontà di conservare posizioni di potere sia nella distribuzione, sia nella acquisizione della conoscenza.

Je crois qu'il y a un élément de défense d'une position ou d'un pouvoir qui est remis en question par Internet. Il y a un aspect tout simplement d'ignorance, souvent ceux qui sont contre le cyberespace parlent sans trop savoir ou en plaquant sur Internet des lieux communs genre "c'est la culture Coca-Cola" ou bien c'est parce qu'il y a des pouvoirs et des monopoles qui sont menacés. Beaucoup d'intellectuels sont directeurs de collection dans des maisons d'éditions, professeurs qui animent des revues, et là, avec le réseau, il y a tout un mouvement de communication qui échappent totalement aux réseaux traditionnels. C'est une culture différente. Si vous avez réussi à acquérir un petit pouvoir dans une zone qui devient tranquillement marginale, vous n'êtes pas content.

(http://www.archipress.org/levy/entretien.htm)


Pierre Lévy non menziona, fra i suoi punti di riferimento, Kant, per quanto si percepisca, nella sua idea di universale senza totalità, una forte assonanza kantiana. Le idee della ragione - anima, mondo, Dio - recano in sé un ideale di totalità come unità contenutistica in una conoscenza sistematica, ma, nello stesso tempo, comportano la consapevolezza che la nostra esperienza, per il suo carattere particolare, non potrà mai esaurirlo, a meno che non compia, appunto, una indebita e riduttiva totalizzazione. Per questo, una ragione intesa criticamente si riduce all'esigenza di una connessione universale, senza nessuna totalità in atto: qualcosa di molto simile a una rete, la cui capacità di universalità e di autocritica è identica alla sua apertura a sempre nuove connessioni, e la cui universalizzabilità è un problema di carattere pratico, teoreticamente inesauribile.

L'idea di pubblicità ha un ruolo importante nel pensiero politico di Kant. In Zum ewigen Frieden Kant propone due princìpi trascendentali del diritto pubblico, uno negativo e l'altro positivo: quello negativo recita che "tutte le azioni che si riferiscono al diritto di altri uomini, la cui massima non è compatibile con la pubblicità sono ingiuste" (B 100/A 94); quello positivo che "tutte le massime che hanno bisogno della pubblicità per non venir meno al loro scopo concordano insieme con la politica e col diritto" (110/A 103 ). Kant ha cura di precisare che la sua idea di pubblicità non si identifica col semplice dire qualcosa in pubblico: in situazioni di disparità di potere, il dominante può permettersi di annunciare tutto quello che vuole senza trarne nessuna conseguenza negativa. Ma una grave disparità di potere è connaturata alla pubblicità, che non a caso ha assunto il senso principale di propaganda economica, propria dei media tradizionali, intrinsecamente autoritari nella struttura stessa - di tipo uno-tutti - del loro dispositivo comunicativo. La rete, come spazio virtuale cosmopolitico di interazione e di conoscenza, potrebbe essere una approssimazione migliore all'idea di pubblicità che aveva in mente Kant.

Tuttavia, l'applicazione dell'idea di universale senza totalità al mondo della politica e del diritto ci propone un problema: abbiamo bisogno della rete per conoscere, ma continueremo probabilmente ad aver bisogno del libro - o a qualcosa che dobbiamo pensare come un libro - per regolare il potere e per dirimere le controversie. Un testo giuridico aperto a infinite interpretazioni, nessuna delle quali dotata di autorità, è un universale senza totalità, ma, appunto per questo, non è un testo giuridico. Potremmo salutare, con la fine del testo giuridico, la fine del potere statale, e pensare che le potenzialità di libertà e interazione del mondo virtuale interumano si attualizzino anche nel mondo umano, in una anarchia cooperativa. Ma, anche se il testo, con le sue pretese di totalità, è una forma di potere, esso non è tutto il potere: eliminare il testo non significa eliminare anche i poteri informali - o non testuali - che si annidano nelle società umane. Lo scrittore cyberpunk Neal Stephenson, in Snow Crash, immagina un futuro prossimo nel quale il mondo fuori dalla rete, in una perfetta applicazione del verbo anarco-capitalista, è diviso in un mosaico di potentati economici e mafie in lotta fra loro, e il "Metaverso" della rete offre, per chi ha la capacità di valersene, la possibilità di relazioni ben diverse. Ma questo non lo mette al riparo dalle pretese dei poteri e dei monopoli del più prosaico universo esterno - pretese tanto più distopicamente smodate, in quanto non c'è più nessun potere formale a controllarle.

Se pensiamo la cultura come un complesso di informazioni, cioè di elementi e regole virtuali che possono variamente attualizzarsi, il confronto fra la rete e il libro rimane qualcosa di politicamente e gnoseologicamente inesauribile, che non si risolve, probabilmente, né censurando e depotenziando la rete a favore delle autorità e delle mediazioni tradizionali, né abbracciando l'ottimistica idea per la quale l'eliminazione delle autorità e delle delimitazioni formali farà scomparire ogni tipo di potere e di manipolazione.

Maria Chiara Pievatolo

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Nico De Federicis
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Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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