Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 13 maggio 2004

Francesco Mancuso, Diritto, Stato, sovranità. Il pensiero politico-giuridico di Emer De Vattel tra assolutismo e rivoluzione, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 2002, pp. 384

Il saggio di Francesco Mancuso affronta il pensiero politico-giuridico del giurista svizzero Emer De Vattel (1714-1767) e cerca di valorizzarne il contenuto, sottolineando la concettualità prodromica a quella rivoluzionaria ed il tentativo di razionalizzare le relazioni internazionali tra gli Stati, che si corona nella disciplina della guerra tra di essi. Si tratta del più significativo saggio su Vattel dopo quello di E. Jouannet, Emer De Vattel et l'émergence doctrinale du droit international classique (Paris 1998) - preceduto a sua volta dalla momografia di J.J. Manz, Emer de Vattel. Versuch einer Würdigung, Zürich 1971 -, più incentrato sulla ricognizione del diritto internazionale e della sua struttura che non sulla comprensione sistematica del pensiero politico dello svizzero, ma, parimenti, interessato a valorizzarne l'apporto teorico alla scuola del diritto naturale (molto spesso, a torto, inteso come un mero traduttore di Wolff).

Mancuso coinvolge nella sua importante analisi numerosi testi di Vattel: dal fondamentale Le droit des gens ou principes de la loi naturelle, Appliqués à la conduite et aux affaires des Nations et des Souverains Londres 1758 (riprodotto nella collana «The Classics of International Law», Washington 1916, Geneva 1983) a testi minori quali Défense du système leibnizien contre les objections et les imputations de Mr de Crousaz […], Leyde 1741; Dissertation sur cette Question: si la Loi Naturelle peut porter la societé à sa perfection, sans le secours des Loix politiques, in Le loisir philosophique […], Dresde 1747; Essai sur le fondement du droit naturel […] in Le loisir philosophique […] ; Refléxions sur le Discours de M. Rousseau touchant l'origine de l'inégalité parmi les hommes in Amusemens de Litterature de Morale et de Politique, La Haye 1765; Dialogue entre le Prince […] in Amusemens de Litterature […]; Questions de droit naturel […] Berne 1762.

Il volume si divide in tre capitoli: il primo capitolo affronta le basi giusnaturalistiche del pensiero di Vattel attraverso l'analisi dei concetti di diritto e di obbligazione ed un serrato confronto con le teorie coeve del diritto naturale; il secondo capitolo, invece, delinea criticamente la teoria dello Stato presente nella riflessione del giurista svizzero, focalizzando l'attenzione su questioni di notevole rilevanza quali i concetti di diritto di resistenza, di nazione e di costituzione; il terzo capitolo, infine, si occupa della dottrina per cui Vattel è considerato una figura centrale nel diciottesimo secolo, ossia del diritto delle genti. Ciascun capitolo precede anche concettualmente il successivo, permettendo una comprensione approfondita dei concetti presi in esame. In questo senso l'architettura del volume, il quale si propone come una completa monografia sul pensiero di Vattel, va giudicata positivamente. A concludere l'offerta conoscitiva del saggio, sta l'appendice, assai interessante, contenente tre saggi del giurista: il primo considera il fondamento del diritto naturale ed il principio dell'obbligazione degli uomini ad osservare la legge, il secondo rappresenta la discussione se la legge naturale possa portare la società alla perfezione senza ricorrere alla legge politica, ed il terzo, per concludere, articola una riflessione sul Discorso sull'origine dell'ineguaglianza tra gli uomini di Rousseau.

Nel primo capitolo Mancuso affronta la cornice e la base teorica della riflessione giusnaturalistica di Vattel; l'obiettivo del capitolo comporta quindi la discussione del contesto giusnaturalistico che permette di valutare l'impostazione di fondo del giurista svizzero. Per tale ragione si considerano le principali correnti del giusnaturalismo, razionalismo versus volontarismo, attraversando le teorie di Pufendorf e Wolff, Leibniz e Barbeyrac, per giungere alla vera e propria discussione della teoria di Vattel. Lo svizzero, seguendo Leibniz e soprattutto Wolff, abbraccia una visione razionalistica per cui l'obbligazione dipende da un motivo che precede la volizione, e quindi non è indipendente dal contenuto della norma e la norma principale del diritto naturale consiste nell'amore di sé e nell'utilità. Ora a causa dell'imperfezione umana la legge naturale e quindi l'obbligazione morale non risultano efficaci e perciò necessitano della presenza di un'obbligazione positiva. Nella deduzione di questo passaggio Mancuso fa significativamente riferimento alla ripresa da parte di Vattel del ragionamento di Pufendorf, viceversa dallo svizzero criticato per il suo volontarismo. Così si deduce l'obbligazione della legge civile che ha come mira la felicità dell'individuo: Mancuso infatti, a tal proposito, sottolinea la torsione individualistica della teoria dell'obbligazione del giurista svizzero. Per quanto riguarda la dottrina dell'obbligazione, Mancuso si sofferma anche sulla distinzione, ripresa canonicamente da Vattel, tra obbligo perfetto ed obbligo imperfetto: nel primo caso l'obbligazione è coercibile, nel secondo, al contrario, la coercizione non si accompagna all'obbligo. Questa distinzione prefigura quella tra sfera giuridica e morale e manifesta "con più evidenza la significazione (moderna) del giuridico: non più principio armonico di ripartizione modellato sull'ordine naturale, bensì insieme di diritti soggettivi perfetti in quanto caratterizzati dall'essere coercibili, obbliganti in primo luogo perché sanzionabili" (pp. 83-84). Questa distinzione è importante per il passo che Vattel compie verso l'autonomizzazione del diritto delle genti dal diritto naturale, perché fa del primo un diritto volontario positivo degli Stati sovrani. L'obbligazione perfetta produce, sottolinea Mancuso, il diritto perfetto e quindi la legittimità della coazione. Questa teoria viene trasportata da Vattel dal piano interindividuale a quello interstatale, definendo il piano del diritto delle genti in termini di diritto positivo.

Per giungere alla descrizione e all'attraversamento critico della dottrina internazionalistica del giurista svizzero, Mancuso intende, correttamente, ricostruire gli elementi basilari che la fondano e che costituiscono una "completa teoria della società, dello Stato (meglio: della sua personalità) e dei rapporti tra Stato e società" (p. 103). Cioè si intende come sia importante per ricostruire la dottrina del diritto delle genti, considerare la dottrina dello Stato e della società di Vattel.

Innanzi tutto si sottolinea come lo Stato sia una società e in quanto tale persona morale. Il quadro si complica perché tale società rappresenta la Nazione e quindi la volontà comune della nazione e le volontà riunite dei cittadini. Nella costituzione della persona morale dello Stato, attraverso il patto sociale, nonostante tale processo sia un'immediata traduzione del discorso hobbesiano, come rilevato da Hasso Hofmann, la nazione nel trasferimento del potere non cessa di essere una persona, ma mantiene una riserva tacita attivabile in caso "di violazione delle leggi fondamentali" (p. 128). L'identità della nazione non si riduce, per usare le illuminanti categorie schmittiane, alla sua rappresentazione, ma rimane aperta la dialettica tra nazione e rappresentante sovrano. La soggettività politica viene affidata al sovrano, ma non alienata: su tale assunzione, tra l'altro, poggia la critica di Vattel alla concezione patrimonialistica dello Stato. Secondo Mancuso, quindi, il "rovesciamento completo di Rousseau della logica hobbesiana della rappresentazione in quella dell'identità trova un termine medio e conciliativo nella teoria di Vattel" (p. 134). Ora tale interpretazione è in grado certamente di cogliere i concetti fondamentali per comprendere la nozione di Stato, ma vede in termini astratti il rapporto tra identità e rappresentazione, mentre vi è una complicazione, per cui il ragionamento di Vattel rappresenta sì un termine medio tra Rousseau e Hobbes, nel senso che illumina l'aporia della rappresentanza che logicamente permette proprio l'unità politica e l'identità della nazione, e allo stesso tempo la pensa espressa dal sovrano e non prima o di fronte ad esso. Tuttavia, rispetto al saggio di Jouannet, vi è un progresso nella tematizzatone della questione della rappresentanza, fondamentale per la dottrina dello Stato.

Mancuso inoltre sottolinea come questa struttura teorica ricordi la dottrina lockeana, poiché in termini dialettici garantisce la possibilità che la nazione in casi d'eccezione recuperi la sua soggettività politica e operi la rivoluzione esplicitando così "la soddisfazione dell'interesse individuale e collettivo" (p. 138), e non tanto il ristabilimento di un ordine precedente o la progettazione di un ordine nuovo; con ciò Vattel rappresenta un punto di riferimento per il dibattito teorico-politico dei rivoluzionari americani. Ora a giudizio di Mancuso nell'orizzonte vatteliano questa nozione di rivoluzione corrisponde alla eticizzazione della nazione, prefigurando il bagaglio concettuale rivoluzionario. A testimonianza di questa interpretazione Mancuso riflette sul significato del diritto di resistenza che nella teoria di Vattel diventa "metagiuridicamente un'energia politica costituente" (p. 160). Ciò è possibile perché la nazione è sovrana ed il sovrano è una sua mera funzione: in tale maniera Vattel anticipa il discorso di Sieyès. Questa interpretazione di Mancuso è sicuramente in grado di cogliere la logica interna della costruzione statale della teoria giusnaturalistica: per tale ragione, più che anticipazioni o genealogie vatteliane, si dovrebbe metter in risalto la comune logica dei concetti politici del giusnaturalismo, che al di là della teoria di Vattel, per la loro costruzione razionalistica, da determinate premesse non può che condurre a certe conseguenze.

Ora Mancuso, partendo da questa analisi, affronta anche il tema della nozione di costituzione. Vattel segnerebbe un distacco dall'idea dell'antico costituzionalismo e approderebbe, invece, ad un'idea moderna, artificiale, di costituzione in cui il soggetto costituente è la nazione. In questo senso Mancuso valorizza il fatto che Vattel costituisca una grammatica del discorso che in determinate condizioni storiche ha prodotto la rigenerazione dell'ordine politico nei termini della "Rivoluzione". L'aporia, che Mancuso rileva nel ragionamento di Vattel, consiste nel fatto che egli ponga da un lato il primato del giuridico sul politico, non accorgendosi che il primo invece poggia la sua ragione nella forma politica della nazione: vi è il riconoscimento del "pieno diritto della Nazione di formare, mantenere e perfezionare la costituzione" (p. 204). Una volta che l'analisi abbia definito il soggetto singolo di diritto ed il soggetto collettivo di diritto, si tratta di affrontare, nel capitolo finale, la dottrina per cui Vattel è più famoso: ossia il diritto internazionale di cui, peraltro, si sono considerati gli elementi costitutivi.

Secondo Mancuso l'epoca di Vattel "segna insieme il culmine dell'efficacia dell'affermazione dello Stato moderno, e l'inizio della sua crisi" (p. 231). Infatti lo Stato moderno diventa una perfetta macchina di ordine interno, ma anche di disordine esterno e quindi di guerra. Gli Stati sono sovrani e indipendenti e non soggiacciono a nessun potere e perciò sono gli unici soggetti del diritto internazionale, la cui fonte diventa la loro volontà positiva. Vattel tematizza il diritto delle genti sull'onda di una intrinseca duplicità del discorso: egli si muove tra realismo e idealismo: per cui da un lato riconosce il conflitto, ma dall'altro cerca di razionalizzarlo, introducendo, ad esempio, concetti quale quello di neutralità. Ora Mancuso passa in rassegna le forme del diritto delle genti coeve alla formulazione vatteliana ed individua come Vattel, in analogia con la dottrina del diritto naturale, muova sì da premesse influenzate da Wolff, ma ne prenda le distanze, non riconoscendo l'ideale di civitas maxima, accettando unicamente il piano degli Stati come soggetti del diritto internazionale e prospettando un diritto internazionale positivo. Le nazioni non sono giudicabili da altre nazioni: sono libere ed indipendenti come gli uomini allo stato di natura, e tra di loro si rapportano in termini innanzi tutto di equilibro di potenza. Tuttavia ciò non significa che non vi sia una legge di natura tra le nazioni. Perciò Vattel distingue tra le nazioni un diritto naturale necessario che è costituito da obblighi morali, che non producono effetti giuridici, ed un diritto volontario positivo, che invece traduce in effetti giuridici un contenuto minimo del diritto naturale. Inoltre, in relazione alla tesi dell'equilibrio di potenza, lo strumento particolare di questa condizione che corrisponde a processi di alleanze, rispondenti alle concrete esigenze politiche, è identificato in forme particolari del diritto delle genti volontario. La prima forma di diritto delle genti particolare è il diritto convenzionale o dei trattati, fondato su trattati, mentre la seconda è quella del diritto consuetudinario, che si fonda sulle usanze vigenti da tempo con forza obbligatoria nel caso in cui siano utili. La forma di diritto delle genti particolare più importante è il diritto dei trattati che implica anche il problema della loro interpretazione. Ora a tal proposito Mancuso sottolinea come Vattel ritenga che sia la legge naturale a regolarli. Vattel tende così a valorizzare gli strumenti che riducono tra le nazioni la condizione di stato di natura.

Un altro tema importante a cui Vattel dedica attenzione, nell'ottica di razionalizzare la condizione interstatale, è quello della guerra. Lo svizzero affronta significativamente il tema della guerra giusta, che egli trasforma da guerra combattuta per giusta causa a guerra combattuta contro i giusti nemici pubblici, riconosciuti come "legalmente uguali" (p. 284). Vattel sancisce l'uguaglianza giuridica dei contendenti e sviluppa così, avendo illuminato lo jus ad bellum, i principi dello jus in bello, per limitare gli effetti negativi della guerra. Sottolinea giustamente Mancuso che in Vattel allora la guerra si "trasforma così in una sorta di strumento utilizzabile in uno spazio agonale nel quale si scontrano, in assenza di una istanza superiore di giudizio, entità sovrane che si considerano reciprocamente justi hostes e non criminali da eliminare" (p. 290). Vattel rappresenta la dottrina tipica delle relazioni internazionali dello Jus Publicum Europaeum. La guerra in questo contesto, tuttavia, rappresenta una situazione in cui uno Stato legittimamente persegue il proprio diritto mediante la forza: la guerra da esplicazione di cieca irrazionalità diventa "strumento giuridico sanzionatorio" (p. 309), verificabile a seconda dei suoi mezzi nella sua giustezza, tra soggetti che si riconoscono reciprocamente. Quindi Vattel cerca di operare una neutralizzazione ed una moralizzazione della guerra: ammette la guerra difensiva, per tutelare la conservazione dello Stato, e quella offensiva, se legittimata dalla lesione del diritto dello Stato, la quale non comprende però la guerra di conquista. La guerra diventa una realtà di diritto, implicante anche norme e principi che la regolano. Lo svizzero in questo quadro teorico legittima anche il diritto di uno Stato alla neutralità. La neutralità diventa così un altro fattore di limitazione della guerra.

Il saggio di Mancuso rappresenta quindi non solo una interessante ricostruzione del pensiero del giurista svizzero, grazie alla quale si può acquisire una consapevolezza sulla natura della crisi profonda che oggi investe le categorie moderne delle relazioni internazionali tra i soggetti politici, ma anche l'occasione per riflettere sulla concettualità giusnaturalista, quale teoria dello Stato e della Rivoluzione. Mancuso ha quindi il merito di rinnovare l'attenzione sul pensiero di Vattel, come grande figura del diritto internazionale moderno.
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A cura di:
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Inizio pubblicazione on line:
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