Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
bfp
Articoli Riviste Recensioni | Bibliografie | Lezioni | Notizie | Collegamenti
Home > Recensioni > Archivio
Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

Stefania Mazzone, Passioni e artificio. Individuo e ordine sociale nella filosofia di David Hume, Franco Angeli, Milano, 1999

La modernità di Hume è nella centralità assegnata all'individuo, un dato che si costruisce a partire dalle concrete esperienze (mai astrattamente oggettive, ma frutto di scelte precise) e, ciò che più conta, dalle passioni che lo animano. "In tal modo, il senso della modernità di Hume sembra consistere nella individuazione dell'aspetto passionale come centrale nella costituzione dell'uomo, e nella definizione del concetto di individuo secondo i suoi bisogni concreti ed in relazione con le concrete circostanze" (p. 15). E il ruolo dell'individuo risulta centrale anche, forse soprattutto, per la definizione delle regole che disciplinano l'umana convivenza: dal momento che il diritto ha la funzione di tutelarne il significato sociale, l'individuo ne costituisce la ragion d'essere e il fondamento.

I primi due capitoli del libro trattano della teoria della conoscenza di Hume, che l'autrice presenta come strettamente collegata al concetto di genesi dell'identità personale.

Il terzo capitolo del volume è dedicato a temi più specificamente filosofico-politici, affrontati utilizzando i concetti acquisiti nei primi due. Se "il soggetto […] si costituisce all'interno del processo sociale, nella concreta relazione fra gli uomini", allora "la costituzione della società ha […] una matrice psicologica: nasce e si costituisce nel flusso della storia in funzione dell'appagamento dei bisogni, oggi si direbbe sia primari che indotti, dell'uomo" (p. 73). Nella filosofia politica, Hume assegna ancora il ruolo centrale alle passioni. Esse non sono però tutte della stessa natura: esistono passioni calme o violente, dirette o indirette e così via. Comunque, le passioni svolgono sempre una funzione indispensabile alla sopravvivenza dell'uomo nel mondo, perché assegnano un valore agli oggetti, in qualche modo mettendo così ordine tra essi. "La passione, dato assolutamente soggettivo, guida i rapporti uomo-natura e uomo-uomo facendo uscire il soggetto da quella solitudine disperata nella quale cadrebbe senza il rapporto col mondo, con quel mondo al quale l'uomo stesso ha dato un valore il base ai suoi stessi bisogni" (p. 80). Nella socializzazione, il ruolo delle passioni è fondamentale: amore e odio (che hanno per oggetto un'altra persona) o umiltà e orgoglio (che hanno per oggetto lo stesso io pensante) rendono possibile lo strutturarsi di rapporti stabili tra gli individui. Tuttavia, ciò non sarebbe ancora sufficiente, se non intervenisse un ulteriore principio, la simpatia (trasformazione di un'idea o di un'impressione grazie alla forza dell'immaginazione), che consente la comunicazione e costituisce così un importante fattore di arricchimento personale. L'uomo è l'essere che più di ogni altro ha bisogno di associarsi. Nel Trattato, Hume espone un'antropologia che spiega questa necessità con le manchevolezze e le contraddizioni che caratterizzano la specie umana. Le passioni, dunque, sono di importanza vitale in quanto spingono l'uomo all'associazione.

La condizione sociale non è un accidente, una circostanza che può esserci o meno, ma costituisce la stessa natura dell'uomo. Lo stesso io non esiste se non come "il prodotto di un processo di relazione" (p. 92); dal che deriva che l'io esiste solo se è attivo, solo se si mette in relazione. Quella di socializzare è allora un'esigenza strutturale dell'uomo. Hume fonda così una morale a base assolutamente egoistica; in altre parole: l'uomo socializza perché gli serve.

Contro i giusnaturalisti, Hume afferma che il fondamento della società civile non può essere un contratto di alcun tipo, ma una convenzione che nasce da un accordo tra gli individui sulle modalità di azione più adeguate per il conseguimento dei loro scopi, primo fra tutti - è ovvio - quello di sopravvivere. "Il contratto […] potrebbe costituire un accordo originario cui fare appello in caso di conflitto, ma lo stesso contratto rischierebbe di ricadere nelle condizioni del conflitto. Il contratto è per Hume semplicemente una credenza, un modo diverso di sentire che ci assicura l'esistenza di un mondo fuori di noi, in termini di diversa organizzazione di contenuti che rimangono, comunque, psichici, e della nostra stessa identità" (p. 99). Ancora una volta, il ruolo centrale viene attribuito all'uomo e ai suoi bisogni, e il "dovere" è da intendere come la ricerca dei mezzi più idonei per soddisfare questi bisogni. Da questo si vede che per Hume la politica - come già l'etica - non sia altro che una scienza descrittiva. Tuttavia, essendo la razionalità umana imperfetta e in evoluzione continua, la scienza politica non è in grado di compiere previsioni al di là di un certo limite.

L'ultima parte del libro è riservata alla discussione della teoria humeana sulle condizioni dell'ordine sociale. Sebbene esso sia frutto di un istinto originario, esistono però numerosi fattori che tendono a disgregarlo, questione tanto più importante quanto più si nota che questi fattori sono gli stessi che, in altre circostanze, conducono alla società. Tra questi, il più pericoloso è l'interesse personale, l'avidità di acquisire beni e possessi. L'instaurazione della proprietà è allora necessaria, perché svolge la funzione di stabilizzare i possessi e rendere così più evidenti le violazioni. Dall'istituto della proprietà ne sorgono altri: il suo trasferimento per consenso e l'obbligo di mantenere le promesse, che assieme costituiscono "i princìpi del Diritto". Hume ha così teorizzato la società liberale ma, a ben vedere, si tratta di una società liberale un po' particolare. Secondo Deleule, "il "liberalismo" di Hume non è quello del "lasciar fare" ma quello del "lasciar crescere" (p. 117); la razionalità evolutiva è ancora all'opera, e innerva di sé la stessa società.

Dal momento che la società non si fonda su un contratto ma su una convenzione - e che la convenzione è un accordo strumentale alle realizzazione dei bisogni degli uomini - il problema classico dell'obbedienza politica quasi non si pone. "Anche per questo aspetto, dunque, Hume si distacca dalla teoria contrattualistica, così come per la spiegazione del diritto di resistenza. Infatti, cessando la funzione dello Stato di garante degli interessi della comunità, viene meno qualsiasi obbligo di obbedienza ad esso, e così, quando il magistrato civile "spinge la sua oppressione al punto di rendere la sua autorità del tutto intollerabile, noi non siamo più a lungo legati a sottometterci a lui"(p. 120). La centralità dell'individuo non si perde con il suo ingresso nella società. Essa è sì una condizione necessaria all'esistenza dell'uomo, ma proprio per questo non può assumere un'importanza superiore all'uomo stesso. Da questo nasce "la concreta emancipazione dell'individuo in un orizzonte di senso che possa prevedere anche l'utopia del superamento della regola imposta attraverso la realizzazione del progetto individuale all'interno di un ordine sociale in evoluzione" (p. 123).


Persio Tincani
Links sull'autore
Alcuni riferimenti in rete


Come contattarci Come collaborare Ricerche locali
Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" curato da Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Maria Chiara Pievatolo.