Bollettino telematico di filosofia politica
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Ultimo aggiornamento 8 gennaio 2003

Anna Meldolesi, Organismi geneticamente modificati. Storia di un dibattito truccato, Torino, Einaudi, 2001, pp. 210

L’intento di Anna Meldolesi è smascherare il dibattito truccato a proposito degli organismi transgenici, e denunciare le semplificazioni e i fraintendimenti sull’ingegneria genetica vegetale – la Chernobyl genetica, come qualcuno l’ha definita.
La feroce, irrazionale e diffusa contestazione dei prodotti geneticamente modificati ha messo ai margini, sostiene l’autrice, problemi ambientali ben più gravi e si è nutrita di pregiudizi ideologici, di voci di corridoio, di ignoranza scientifica; ha raccolto sotto una unica bandiera individui piuttosto eterogenei, opposti schieramenti politici e, soprattutto, quasi la totalità dei media. I governi del vecchio continente invocano il principio di precauzione e caldeggiano moratorie sugli organismi geneticamente modificati (OGM), accogliendo e inasprendo il parere negativo dell’opinione pubblica.
In questo scenario, piuttosto che (o meglio, prima di) difendere le nuove biotecnologie, è necessario, secondo Meldolesi, denunciare, avvalendosi dell’analisi razionale come strumento di indagine, le argomentazioni ingenue e insensate che hanno alimentato un dibattito isterico e indifferente ai molti dati scientifici rassicuranti che le colture transgeniche possono offrire a loro discolpa.

La storia comincia con lo scandalo della ‘mucca pazza’, che ha incrinato in modo irreversibile la fiducia di cui godeva il rapporto tra consumatori, politici e scienziati e ha avviato il percorso verso la condanna dei prodotti modificati geneticamente. Il caso dell'encefalopatia spongiforme bovina (Bse) è effettivamente caratterizzato da ritardi nell’accertamento del rischio e da imperdonabili errori, da pressioni politiche per dissimulare il rischio di consumo di carne bovina infetta; significativamente, la prima pubblicazione scientifica sull’argomento risale al 1998, quando l’epidemia è già in atto e il panico si è diffuso. Le autorità britanniche, in particolare il Ministero dell’Agricoltura (Maff), si macchiano di gravissime colpe, e si ostinano a minimizzare il rischio per l’uomo fino a quando l’evidenza non costringe alla resa e all’ammissione che una nuova patologia umana abbia dei legami con il consumo di carne contaminata: è il 1996; ma fin dal 1987 alcuni ricercatori del Maff avevano avanzato una ipotesi di rischio della Bse per l’uomo. Il panico dilaga: i casi accertati di vittime di una variante della sindrome di Creutzfeldt-Jacob sono dieci, e nel giro di pochi mesi il rapporto tra questa variante e la Bse riceve conferma scientifica. La Gran Bretagna è travolta dallo scandalo, e l’allarme si diffonde in tutta Europa.
Il caso dalla Bse si imprime a fuoco nella memoria delle persone, e crea un precedente che induce al sospetto verso le ‘novità’ alimentari. Dopotutto “se i governi hanno taciuto sulla mucca pazza, se gli scandali alimentari si moltiplicano tra polli alla diossina e uova alla salmonella, perché si dovrebbe credere a chi giura che i prodotti transgenici sono sicuri? […] Chi può garantire che anche il cibo transgenico non riserverà qualche sorpresa?” (p. 17). Se la causa dell’atteggiamento sospettoso verso gli OGM è legittima, la sua pervicacia di fronte a rassicurazioni basate scientificamente (di contro alla reticenza britannica ai tempi della Bse) è irrazionale e dimostra una cieca ostinazione. L’opinione pubblica fatica a distinguere la raffinatezza tecnologica della produzione ingegnerizzata di alimenti, dall’impiego di farine animali per l’allevamento bovino (farine animali contaminate hanno fortemente contribuito alla diffusione dell’epidemia bovina). Ma la prossimità temporale rafforza il legame tra il pericolo reale della ‘mucca pazza’ e il pericolo soltanto presunto degli alimenti transgenici; e la mancanza di una politica trasparente a livello nazionale e comunitario circa gli OGM non tranquillizza gli animi e non spegne gli allarmismi e le previsioni catastrofiche.

Il fronte antitransgenico ha anche un eroe, un martire: Arpad Pusztzai, ricercatore del Rowett Institute di Aberdeen, che un giorno dichiara di avere le prove della pericolosità dei cibi transgenici in base a esperimenti che egli avrebbe condotto – cinque ratti nutriti per circa 4 mesi con patate modificate presenterebbero un rallentamento nella crescita e una diminuzione delle difese immunitarie.
È il 10 agosto 1998, e in un clima già surriscaldato questa testimonianza è una bomba. Si succedono polemiche, colpi di scena, minacce di licenziamento per Pusztzai da parte del Rowett Institute, ritrattazioni e rassicurazioni parziali da parte delle autorità scientifiche e dello stesso Pusztzai, scandali giornalistici. Prima della dimostrazione della estrema debolezza delle tesi di Pusztzai passa più di un anno (si veda il rapporto della Royal Society diffuso il 18 maggio 1999): durante questi mesi le autorità politiche prendono decisioni alla cieca per tacitare una opinione pubblica incontrollabile, e hanno inizio le prime contestazioni, quelle ‘gentili’ come il manuale per la decontaminazione antitransgenica del gruppo GenetiXsnowballer, e quelle violente e vandaliche, come la distruzione dei campi transgenici.
L’annunciata catastrofe delle patate transgeniche non è un caso isolato, e non smette di agitare gli animi nonostante ne sia stata dimostrata l’infondatezza e la comunità scientifica non giudichi opportuno neanche ripetere gli esperimenti di Pusztai in cerca di una qualche credibilità scientifica. Nel maggio 1999 ad attirare i sospetti è il Bt-mais, concepito per evitare l’uso dei pesticidi chimici e accusato di minacciare la sopravvivenza delle farfalle monarca, le farfalle arancioni striate di nero. Ancora oggi le loro ali spiccano sui poster delle campagne americane contro i cibi transgenici (con la scritta ‘La prossima specie in via di estinzione?’), nonostante da anni gli ambientalisti denuncino il declino numerico di queste farfalle a causa della distruzione del loro habitat e delle comuni pratiche della vecchia agricoltura industriale.

Un unico esperimento, qualsiasi affermazione soltanto verosimile sugli organismi transgenici, sono in grado di ritrascinare l’opinione pubblica nel terrore; esiste una spiccata asimmetria tra la causa sufficiente a scatenare la reazione di panico, e la quantità di dimostrazioni richieste per sopire il sospetto. Oltre alla scarsa disposizione a cambiare idea nei riguardi dei prodotti geneticamente modificati, Meldolesi rileva l’impressionante trascuratezza nei riguardi dei rischi e dei danni ‘tradizionali’: urbanizzazione, industrializzazione, presenza di pesticidi, per citarne alcuni. L’unico imputato è la nuova biotecnologia agricola, che riesce a garantire l’assoluzione all’inquinamento, all’uso dei pesticidi, o alla deforestazione.
Quali sono le radici profonde del così diffuso rifiuto degli OGM? Questo irragionevole atteggiamento, secondo Meldolesi, muove “da paure fantascientifiche costruite sull’ignoranza dei processi biologici più elementari fino a problemi reali decisamente sovradimensionati. E non c’è da stupirsi troppo se portare un po’ di razionalità nel dibattito è un compito tanto arduo” (p. 61) - un compito che l’autrice svolge con rara lucidità analitica. La scarsa conoscenza dei processi biologici spesso si accompagna (anzi, spesso dà origine) alla interpretazione della manipolazione dei geni come un attentato alla Natura, un atto di arroganza foriero di pericoli, un gesto che promette vantaggi e invece scoperchia un vaso di Pandora. Alla base di questa interpretazione vi sarebbe l’idea che esista un ambiente naturale caratterizzato da equilibrio e armonia che verrebbe sconvolto dalle manipolazioni genetiche. Ma, è evidente, la maggior parte di quello che viene chiamato ambiente non è altro che il prodotto dell’azione degli organismi viventi. Se si pensa all’agricoltura, è ancora più lampante: tutte le specie agricole esistono perché sono state create dall’uomo, che per millenni ha selezionato e incrociato le specie vegetali da coltivare (le varietà agricole sono profondamente innaturali), spostando migliaia di geni e perseguendo lo stesso scopo che persegue l’agricoltura transgenica – aumentare la produttività, la resistenza alle malattie e ai parassiti, l’adattamento alle condizioni ambientali sfavorevoli –; la differenza è che l’agricoltura transgenica si avvale di tecniche assai più precise rispetto a quella tradizionale.

La storia degli OGM non può prescindere dall’analisi del loro impatto deflagrante sull’agrobusiness. Prima dell’immissione in commercio delle sementi geneticamente modificate il percorso dalla produzione alla commercializzazione dei prodotti agricoli era piuttosto stabile: industrie agrochimiche, compagnie di sementi, agricoltori e industrie di lavorazione davano vita a un gioco che negli anni sembrava destinato a conservare le stesse regole. Le sementi modificate sconvolgono il precedente sistema di relazioni, e implicano una rivoluzione tanto nei rapporti tra le diverse tipologie di industrie, che all’interno delle singole industrie.
Meldolesi offre una avvincente ricostruzione delle strategie industriali per affrontare la rivoluzione biotecnologica, ideate da alcune delle più importanti industrie chimiche e farmaceutiche. Monsanto, DuPont, Novartis – per nominare solo alcuni di questi giganti – vivono travolgenti entusiasmi e dolorose cadute. L’investimento sulle life sciences richiede ristrutturazioni strategiche, coraggiose scommesse economiche, accorpamenti, e qualche volta determina fallimenti e ingenti perdite di capitali e di prestigio. Un rischio consistente è quello di rimanere schiacciati dal sospetto dei consumatori e da regolamentazioni restrittive. A causa di questo clima, la ricerca in campo agroalimentare rischia di subire pesanti rallentamenti – la scelta delle policy è fortemente condizionante per il destino delle biotecnologie alimentari. È sorprendente, ma il principio di precauzione sembra valere esclusivamente per gli OGM e non per i prodotti creati con le tecniche classiche. Il rischio transgenico viene indagato isolandolo dal contesto e dà l'impressione di mettere in ombra l’eventualità di un rischio anche per i prodotti agricoli tradizionali, non sottoposti ai severi controlli che gli OGM devono superare. Il kiwi, ad esempio, ha caratteristiche allergeniche riconosciute, eppure non è stata presa nessuna precauzione per limitarne il consumo.

Esiste poi un prodotto transgenico molto particolare: il riso arricchito di betacarotene (diretto precursore della vitamina A), nato da decenni di ricerca pubblica e finalizzato a risolvere i problemi di malnutrizione dei paesi più poveri. Questa varietà non avrebbe potuto esistere con le tecniche tradizionali di incrocio; i semi saranno forniti gratuitamente ai piccoli agricoltori e saranno incrociati con le varietà locali per favorire la biodiversità. A causa delle sue caratteristiche, il golden rice potrebbe modificare la percezione pubblica delle biotecnologie agricole, incrinando così il fronte di opposizione transgenico; ma soprattutto costituisce un potente microscopio che l’autrice usa per mettere in evidenza le deformazioni e le assurdità nel dibattito sugli OGM. Inoltre, la creazione del riso dorato arricchito di vitamina A rappresenta un importante successo scientifico, che Meldolesi racconta mettendone a fuoco gli intenti: Ingo Potrykus e Peter Beyer hanno dedicato anni della loro ricerca al miglioramento della qualità nutritiva del riso, che per molte popolazioni costituisce l’unica fonte di sopravvivenza. Le conseguenze di una dieta basata sul riso sono elevata mortalità infantile e cecità permanente (causate dalla carenza di vitamina A); una integrazione vitaminica potrebbe salvare milioni di bambini, e l’inserimento della vitamina all’interno del riso potrebbe aggirare le difficoltà sollevate dalle soluzioni tradizionali – come la distribuzione di pillole vitaminiche oppure l’incoraggiamento a coltivare verdura. Le polemiche contro il golden rice sono violente, fantasiose e spesso contraddittorie. Esse vanno dalla denuncia di inutilità dell’aggiunta di betacarotene, a quella di dannosità (molti dei critici hanno sostenuto disinvoltamente entrambe le obiezioni contemporaneamente: il betacarotene presente nel golden rice sarebbe allo stesso tempo inutile e dannoso); dall’accusa verso i ricercatori di volersi arricchire, alla critica di eccesso di ottimismo nel volere risolvere i problemi di malnutrizione tramite un approccio tecnofilo verso le politiche alimentari. La replica può essere affidata alle parole di Potrykus che, dopo avere smentito i presunti rischi causati dall’assunzione di betacarotene, risponde alle accuse del Rafi (Rural Advancement Foundation International) di avere ceduto il golden rice alle industrie, ribadendo l’uso umanitario del prodotto: “L’idea di usare questi fondi per una ricerca competitiva e allo stesso tempo utile per la sicurezza alimentare è stata una mia libera scelta. Avrei potuto usare gli stessi soldi per studiare perché i peli delle foglie della piccola infestante Arabidospis thaliana talvolta sono biforcati in due e talvolta in tre parti. Ma probabilmente se mi fossi dedicato a studiare la peluria delle foglie non avrei avuto alcun problema con voi, né con Greenpeace, né con tutti gli altri oppositori” (p. 146).
Nonostante le polemiche, il riso arricchito di betacarotene, dopo essere sottoposto a scrupolose analisi (tossicità, allergenicità, biodisponibilità, studi ambientali e socio-economici) dovrebbe finalmente arrivare nelle mani dei piccoli coltivatori dei paesi poveri, portando una speranza per la vita e la salute di milioni di individui.

In Occidente il dibattito sugli OGM è innegabilmente politicizzato; e se è indubbia la diffidenza trasversale espressa dai consumatori benestanti, l’ostilità manifesta è propria dell’estrema sinistra, spesso supportata da una avversione più cauta da parte dell’ala riformista. Per questo Meldolesi, con voluta e dichiarata provocazione, dedica un capitolo all’indagine delle reazioni alla rivoluzione biotecnologica in paesi in cui il socialismo è al potere. Narrare della Cina, entusiasta sostenitrice dell’ingegneria genetica a tutto campo, o di Cuba, ove l’agricoltura biologica convive armoniosamente con quella transgenica, o infine del Brasile, in cui la lotta contro il transgenico si serve di misure poco democratiche, intende sollevare – nelle speranze dell’autrice – perplessità circa l’ondata di contraddizioni sollevata dagli OGM e invitare i lettori, forse smarriti nel dibattito assordante di questi anni, a conservare spirito critico e buon senso.

In appendice Meldolesi offre un ritratto dell’Italia ben poco lusinghiero: non soltanto l’Italia ha subito passivamente la corrente antitransgenica, ma addirittura nel 2000 è stato il paese europeo più ostile nei confronti delle tecnologie agroalimentari. Il Ministero dell’Agricoltura ha bloccato la ricerca pubblica, scatenando la ribellione della comunità scientifica, e il governo ha sospeso la commercializzazione di alcuni prodotti geneticamente modificati (farine, amidi e oli) tramite un decreto dell’allora presidente del Consiglio Giuliano Amato, confuso, pieno di errori dal punto di vista scientifico e giuridicamente dubbio. Un decreto, peraltro, smentito tempestivamente dal parere dello Scientific Committee on Food europeo. L’analisi del caso italiano offre a Meldolesi l’occasione di illuminare, ancora una volta, la radicata irrazionalità che caratterizza i processi decisionali in tema di sicurezza alimentare.
Al di là della sospensione della commercializzazione dei prodotti in questione e del loro burrascoso destino, il danno più grave causato dal decreto Amato riguarda la risonanza su una opinione pubblica, che “già confusa e disorientata è stata indotta a credere che i prodotti geneticamente modificati in commercio non siano sicuri. E, cosa ancora peggiore, il mondo politico italiano ha avuto l’ennesima conferma che il rispetto dei fatti e delle verità scientifiche può essere calpestato impunemente” (p. 200).
Il bilancio è deprimente: l’ostruzionismo e la smodata forzatura prudenziale hanno comportato il sacrificio di una policy razionale e il baratto del rispetto dei fatti e di una corretta informazione con un facile consenso elettorale. La speranza di Meldolesi è di suscitare la voglia di ricercare un confronto razionale con argomenti che la stampa e la politica trattano con superficialità e passività, scavando dietro alle direttive europee e ai provvedimenti ufficiali.




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Riferimenti in rete

(*) I rapporti degli specialisti consultati dalla Royal Society; le repliche di Pusztai; la corrispondenza tra Pusztai e la Royal Society.
(**) Il sondaggio della Comunità europea sui cibi transgenici dimostra una disfatta dei sistemi educativi dell’Europa.
(***) A proposito delle implicazioni della carenza di vitamina A sulla salute pubblica si veda www.who.int/nut/, e www.unicef.org/vitamina/.

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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.