Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 7 ottobre 2002

Sandro Mezzadra, Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Verona, Ombre Corte, 2001.

DESTINO. Nel momento stesso in cui, dimostrando la Storia ancora una volta la sua libertà, i popoli colonizzati cominciano a smentire la fatalità della loro condizione, il vocabolario borghese fa il massimo uso della parola Destino. Come l'onore il destino è un mana in cui si raccolgono pudicamente i determinismi più sinistri della colonizzazione. Il Destino, per la borghesia, è il coso o l'affare della Storia. Naturalmente il Destino esiste solo sotto una forma legata. Non è stata la conquista militare ad assoggettare l'Algeria alla Francia, è stata una congiunzione operata dalla Provvidenza a unire i due destini. Il legame viene dichiarato indissolubile nel tempo anche dove si dissolve con un'evidenza che non si può nascondere.
Fraseologia: "Quanto a noi, intendiamo dare ai popoli il cui destino è legato al nostro, un'indipendenza vera nell'associazione volontaria" (Pinay all'ONU).
Roland Barthes, Miti d'oggi

Dopo aver curato insieme ad Agostino Petrillo l’ottimo volume I confini della globalizzazione (Manifestolibri, Roma, 2000), Sandro Mezzadra, docente di Storia del pensiero politico contemporaneo e di Studi coloniali e post-coloniali presso la Facoltà di Scienze politiche dell’Università di Bologna, torna sul tema delle migrazioni, questa volta seguendo un approccio più schiettamente filosofico politico. Lo fa con un libro denso ed intrigante, la cui categoria centrale è quella di diritto di fuga. Nell’interpretazione di Mezzadra questa categoria ha due possibili funzioni se applicata al tema delle migrazioni nelle società contemporanee. Da un lato quella di sottolineare l’irriducibile singolarità del migrante, capace di scelte soggettive, e incomprensibile in quanto mera espressione etnico-culturale. Dall’altro quella di illuminare l’esemplarità dell’esperienza migratoria in quanto limite dell’esperienza politica moderna. Il risultato auspicato è quello di sganciare la riflessione sui migranti e la loro condizione da ogni residuo di paternalismo, rendendo inadeguata la visione del migrante come soggetto inevitabilmente debole e bisognoso, e trovando nel contempo lo stimolo per ripensare criticamente alcuni dei paradigmi fondamentali della nostra società ed in particolare il concetto di cittadinanza. Il quadro all’interno del quale Mezzadra vuole inserire le proprie analisi è quello della globalizzazione, che viene qui intesa, sulla scia di Galli, come “sconfinamento”, ovvero come processo indefinitamente (ri)costituente, capace di porre in discussione gli ordini consolidati senza però sostituirli con alcuna “globalità”. Il nuovo ordine della globalizzazione non è affatto, argomenta Mezzadra, un ordine unitario, per quanto contenga al proprio interno una istanza oggettivamente cosmopolitica. La globalizzazione deve piuttosto essere pensata come un movimento internamente gerarchizzato secondo linee funzionali all’”imperativo del controllo sui movimenti del lavoro”(p. 13). Sulla scia dei lavori di Moulier Boutang è questa la linea di lettura sulla quale il libro si incammina.

Nel primo capitolo Mezzadra prende le mosse da una analisi dei lavori che il giovane Max Weber condusse negli anni ’90 dell’800 per conto del Verein fur Sozialpolitik. Il Verein commissionò a Weber una indagine sulle condizioni dei lavoratori agricoli nelle provincie prussiane orientali. L’analisi di Mezzadra procede innanzitutto collocando storicamente lo studio di Weber all’interno del nuovo corso dato alla politica sociale tedesca in seguito alla morte nel 1888 di Guglielmo I e alle dimissioni di Bismarck nel 1890. Il compromesso bismarckiano, realizzato da un lato attraverso l’erogazione di inaudite prestazioni sociali da parte dello stato e dall’altro tramite la persecuzione dei socialisti e dei cristiani, percepiti come i più pericolosi avversari politici, non aveva dato gli esiti sperati. La conflittualità sociale era cresciuta e un nuovo corso era auspicabile. Weber indaga la crisi della struttura sociale tradizionale, basata sull’istituto giuridico dell’Instverhaltnis (che legava al proprietario terriero l’intera famiglia del lavoratore in cambio di una remunerazione essenzialmente non monetaria). Tra proprietario terriero ed Instmann esisteva ancora secondo Weber una comunità di interesse possibile, che in definitiva rimandava al modello dell’oikos. La sostituzione del profitto al “sostentamento conforme al ceto”, come motivazione fondamentale del lavoro agricolo ha un effetto dirompente su questo modello. In ciò Weber legge all’opera la forza “sovversiva e nichilistica del capitalismo colto nel suo farsi”. Con la proletarizzazione dei lavoratori agricoli ogni vincolo comunitario è dissolto per lasciare spazio a relazioni di dominio spersonalizzate. All’analisi della crisi della società tradizionale si affianca quella della mobilità della forza lavoro. Weber, ponendo qui le basi della propria sociologia comprendente, analizza le dinamiche migratorie che attraversano in quest’epoca le campagne prussiane dal punto di vista delle motivazioni soggettive dei migranti. Weber scopre così nella soggettiva volontà di sfuggire all’oppressione paternalistica e dispotica dei proprietari terrieri la principale ragione dell’abbandono delle campagne da parte delle giovani generazioni. I tedeschi abbandonano le campagne alla ricerca della libertà; e poco importa se questa libertà si rivelerà ben presto un’illusione. Ciò che importa è la sua “magia possente”, per quanto “puramente psicologica”. In questa “opzione soggettiva per la condizione proletaria”, in questo “individualismo proletario di massa”, che Weber pone alla base della sua analisi, Mezzadra trova il primo embrione di quel diritto di fuga che il lavoro si propone di indagare.

Allo “sgretolamento della costituzione del lavoro tradizionale nelle campagne", nota Mezzadra, "si sovrappone … continuamente, negli scritti di Weber, l’immagine di una sorda guerra tra le nazionalità” tedesca e polacca. Questa sovrapposizione rende il testo weberiano da un lato assai contraddittorio metodologicamente (poiché nessuna opzione soggettiva di fuga è indagata rispetto ai movimenti dei "nomadi polacchi": i polacchi nella ricostruzione weberiana si muovono sulla base di una risposta meramente meccanico-idraulica alla pressione esercitata sui loro stomaci dai salari dei proprietari terrieri tedeschi) e dall’altro particolarmente attuale. Anche oggi assistiamo allo sgretolarsi del lavoro così come tradizionalmente conosciuto dalle generazioni precedenti e anche oggi a questo sgretolarsi corrisponde l’emergere preoccupato della tematica dell’assedio migratorio. Il ragionamento di Weber a riguardo è esemplare. Egli muove dalla preoccupazione di una possibile polonizzazione delle campagne prussiane abbandonate dai tedeschi adescati dall'illusione cittadina della libertà. Il motivo essenziale della preoccupazione weberiana sta nel fatto che il Kulturniveau (e cioè innanzitutto, non il tasso di alfabetizzazione, ma il “regime nutrizionale”) dei lavoratori polacchi è inferiore a quello dei tedeschi. Ciò rende il “nomade polacco” meglio attrezzato alla concorrenza selvaggia imposta dai nuovi rapporti di produzione capitalisticamente orientati. Di fronte all’aggressione polacca, che ha nella diversa costituzione degli stomaci la sua arma più importante, il destino della superiore cultura tedesca, profetizza Weber, sarà inevitabilmente quello di soccombere a meno che concrete misure non siano poste in essere a sua difesa. Le preoccupazioni di Weber sono prontamente raccolte dal governo dell’epoca. Il generale Leo von Caprivi, successore di Bismarck al cancellierato, farà approvare l’11 Novembre del 1891 un decreto capace di impedire la polonizzazione della campagna tedesca. I metodi anticipano con inquietante precisione quelli contenuti nelle recenti normative approvate dal governo italiano (oltre che da molti altri paesi europei) in materia di immigrazione. Il fine pure: era (e continua ad essere) quello di assicurare la necessaria forza lavoro alle imprese (agricole nel caso analizzato da Weber) della regione, impedendo nel contempo una piena integrazione dei lavoratori stranieri (nel caso di Weber dei polacchi). Il risultato è duplicemente "positivo": da una lato si minimizza il rischio della "contaminazione" culturale, dall'altro si comprimono convenientemente diritti e salari. Tale scopo viene raggiunto, ora come allora, attraverso una regolazione degli accessi volta a precarizzare le condizioni di soggiorno e di esistenza degli stranieri sul territorio nazionale subordinandone rigidamente la permanenza al possesso di un contratto di lavoro.

Dopo aver utilizzato Weber per impostare i termini del problema Mezzadra si adopera nel secondo capitolo ad attualizzare il discorso individuando la tematica delle migrazioni come una “componente strategica nella storia dell’urbanizzazione e dell’industrializzazione europee degli ultimi 300 anni”(p. 50). Parallelamente al maturare delle istituzioni disciplinari tipiche dello stato nazione moderno si ha lo sviluppo di un fenomeno che Mezzadra considera della massima importanza: la diffusione di una cultura della fuga e dell’opposizione. Seguendo l’ipotesi di Moulier Boutang, Mezzadra afferma che “la fuga del lavoro dipendente, libero o non libero” deve essere inteso come “il primum mobile, come il motore e il problema fondamentale dell’accumulazione capitalistica” (p.57). Secondo questa lettura non il concetto di “lavoro salariato libero”, ma il concetto di “lavoro dipendente” deve essere pensato come peculiare al processo di accumulazione capitalistica. Il lavoro libero non sarebbe che una delle forme, e storicamente neppure quella maggioritaria, prese dal lavoro dipendente all’interno del modo di produzione capitalistico. Si comprende l’importanza che un simile contesto interpretativo dovrà dare al tema delle migrazioni. Se le migrazioni corrispondono innanzitutto ad una opzione soggettiva di fuga dalle condizioni di sfruttamento del lavoro tipiche di un dato tempo e luogo (per quanto questa fuga non rappresenti, come ricordava Weber, che un’illusione), preoccupazione fondamentale per il buon funzionamento del sistema capitalistico di accumulazione sarà quella di “imbrigliare” la mobilità della forza lavoro. E la migliore briglia che si riuscirà ad escogitare sarà lo stato nazione con i suoi confini (p. 60).

L’affermarsi dello stato-nazionale contribuisce in maniera decisiva, in questo stesso lasso di tempo, a ridefinire i codici dell’inclusione vale a dire della cittadinanza. Della cittadinanza Mezzadra vuole indagare la crisi messa in moto dalla ricomposizione post-fordista della società e che trova un suo punto di massima tensione nel contatto con i migranti. Rotta la dinamica espansiva che aveva portato ad una sua crescita intensiva ed estensiva (è la nota ipotesi di Marshall), il concetto di cittadinanza pare entrato in una fase in cui sempre più evidenti appaiono i suoi caratteri escludenti. La cittadinanza, incapace di accogliere le nuove identità mobili dei migranti, rischia di divenire, secondo la pregnante espressione di Ferrajoli, “l’unico privilegio di status rimasto nel mondo contemporaneo” (L. Ferrajoli, Dai diritti del cittadino ai diritti della persona, in D. Zolo, La cittadinanza. Appartenenze, diritti, identità, Laterza, Roma-Bari, 1994; p. 288). I confini dello stato circoscrivono l’inclusività della cittadinanza, che a sua volta deve essere pensata come una inclusività confinata. Gli scenari di questo inizio secolo hanno portato a piena evidenza questo paradosso che viene affrontato nel terzo capitolo attraverso una vasta rassegna del dibattito internazionale. Sempre più evidente appare il carattere esclusivo della cittadinanza stessa, carattere che porta “universalismo dei diritti e particolarismo dell’appartenenza a confliggere tra loro” (p. 68). I migranti appaiono qui come “cittadini della frontiera”, abitatori dei nuovi spazi transnazionali aperti dalle deterritorializzazioni e riterritorializzazioni della globalizzazione, veri “crogioli di un ordine politico sovranazionale”, secondo la definizione di Appadurai (citato a p. 72). A fronte del sorgere e del moltiplicarsi di identità multiple, a fronte del nomadismo e dell’eterna incompletezza delle naturalizzazioni, del meticciato e della contaminazione tra le culture, che senso ha l’applicazione sempre più diffusa di una categoria come quella di “clandestino”? La nozione, secondo Mezzadra, è il prodotto di una costruzione giuridica (legittimata per tramite di un massiccio rinforzo mediatico), che si basa sulla logica moderna della cittadinanza e ne amplifica, nel contesto della generale crisi del welfare, la dimensione escludente. Al migrante non è concessa l’appartenenza, e dunque non è concesso l’accesso ai benefici, peraltro sempre più ridotti, che gli stati riconoscono ai propri cittadini. Ciò che è riconosciuto al migrante è solo una forma residuale e “privatistica” di cittadinanza, una denizenship sostanzialmente determinata dal contratto privato di lavoro (p. 79). Con ciò si ottiene il risultato di stratificare, gerarchizzandoli, i diritti. Questa differenziazione appare pienamente funzionale alle esigenze dell’imbrigliamento del lavoro. Ed è proprio in opposizione alle pratiche di confinamento e di imbrigliamento della forza lavoro, che i migranti trovano la propria migliore definizione: “quel che unifica, evidentemente ad un livello molto astratto, i comportamenti delle donne e degli uomini che optano per la migrazione sono la rivendicazione e l’esercizio pratico del diritto di fuga”. Il diritto di fuga si precisa qui come una opzione soggettiva scatenata da fattori oggettivi.

Mezzadra si adopera poi in una sintetica quanto efficace critica del multiculturalismo. Il multiculturalismo, in questa ricostruzione, si fonda su di una immagine stereotipata dell’altro costruita attorno alle idee di identità, cultura ed etnia e alla pretesa fissità delle stesse. Esso maschera una falsa coscienza molto diffusa, per la quale la capacità di riconoscere la differenza dimostrerebbe la superiore neutralità e universalità della cultura occidentale. Il discorso di Mezzadra non è rivolto a fondare alcuna apologia dell’ibrido o del nomade. Tali apologie vengono anzi esplicitamente rifiutate dall’autore in quanto costruite su posizioni fondamentalmente estetiche. Il compito che il testo fa proprio è invece quello di riaprire la cittadinanza al suo movimento originariamente inclusivo, attraverso la posizione della necessità di un nuovo universalismo. Scrive Mezzadra: “Il linguaggio dei diritti e della cittadinanza non può essere amputato della sua tendenza all’universalizzazione senza rovesciarsi in uno strumento di difesa dello status quo e di legittimazione del dominio” (p. 87).

Nel quarto ed ultimo capitolo si mette in luce come i  “movimenti migratori” siano, sin dalla seconda guerra mondiale, “legati  a doppio filo al processo di decolonizzazione” (p. 94). Il colonialismo è per Mezzadra “un elemento costitutivo della progressiva costruzione, in età moderna, di una comune identità europea e occidentale” (p. 96). Contro il colonialismo, che la situazione postcoloniale non ha superato (per lo meno nei termini dell’asimmetria tra centro e periferie del sistema mondo), le migrazioni hanno sempre operato come un movimento carsico capace di opporsi a quello che Said ha definito il “principio di confinamento” (p. 103). Di questi movimenti i subaltern studies , che costituiscono in ordine di tempo l’ultimo interesse di ricerca di Mezzadra, hanno cercato di dare conto proponendo un decisivo rinnovamento della concezione della storia. La storia, in questa nuova concezione non potrà più essere pensata come il risultato univoco dell’applicazione della forza propulsiva dell’occidente su di un materiale, le colonie, tendenzialmente inerte. Essa dovrà invece il suo svolgersi concreto alle forme di resistenza periferica che, scontrandosi con essa, l’hanno ibridata. Di queste forme di resistenza ogni futuro universalismo dovrà tenere conto. Il neouniversalismo, non dovrà dunque contenere dettagliate prescrizioni normative. Esso dovrà essere la traccia, il “place holder” nelle espressione di Chakrabarty, nel segno del quale ridefinire “a un tempo le logiche del dominio e il rompicapo della liberazione” (p. 117). Un nuovo universalismo che si sostanzi non tanto in un set precostituito di valori, ma sia capace di assolvere la funzione di forma accogliente, capace di stimolare una dinamica nuovamente includente. Il libro si conclude qui, prospettando un’esigenza di ricerca che può in larga misura essere condivisa. In questa conclusione il libro ha il suo maggior pregio e il suo limite più consistente. La scrittura appare infatti tutta sbilanciata verso l’indicazione di questa esigenza; appare cioè come il risultato, allo stesso tempo ricchissimo e frammentario, di una ricerca che è ancora in corso, l’indicatore di uno stato di tensione che non si risolve in una formula, ma indica al pensiero la necessità di un cammino.
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/



A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000


Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.