Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 2 ottobre 2001

Jean-Luc Nancy, Essere singolare plurale, Introduzione di Roberto Esposito in dialogo con Jean-Luc Nancy, Einaudi, Torino 2001

Nancy non nasconde, nella breve Avvertenza iniziale, la strana e ambiziosa intenzione che anima questo saggio: "rifondare interamente la 'filosofia prima' basandola sul 'singolare plurale' dell'essere" e nel contempo intraprendere questa impresa in maniera paradossale, attraverso un testo che si articola in riflessioni discontinue, in capitoli compiuti e autonomi al punto da poter essere letti in ordine sparso. Rifiutando, quindi, la logica del trattato di ontologia. E forse, se ad ogni pensiero appartiene coessenzialmente il proprio "stile", la propria "cifra", allora nessuno stile si mostra più adeguato a rendere conto di una nozione di "essere" come "singolare plurale", come relazione originaria, ma non sostanziale, a partire dalla quale le singole esistenze si incrociano in un nodo comune.

Il discorso contemporaneo della filosofia, si afferma nel primo capitolo, parte dalla constatazione di un'irrimediabile perdita di senso: "abbiamo perduto il senso […] e, di conseguenza, abbiamo fame a aspettative di senso" (p. 5). Ribaltando i termini di questa mossa debole e rinunciataria, Nancy mette in evidenza come "noi non 'abbiamo' più senso perché siamo noi stessi il senso, interamente, senza altro senso al di fuori di 'noi'" (ibidem); compiere questa operazione non significa semplicemente trasferire la sfera dei significati dal piano ontologico al piano antropologico, affermare che "l'uomo è il senso" dell'essere, della vita o della storia: il senso inteso in questi termini, come referente e "attributo di", è esattamente ciò che la contemporaneità ha perso. Il senso che noi siamo non è la nostra natura, la nostra quintessenza, il nostro riempimento, bensì proprio al contrario il nostro essere uno "spazio vuoto", un campo in cui possono circolare ed essere veicolati dei significati. Il senso non può essere che senso condiviso, e questo non perché si tratta di un significato, un nucleo che tutti avrebbero in comune, bensì perché esso si dà solo ed esclusivamente come spartizione, come circolazione e mai come pura presenza.

Risulta quindi lentamente comprensibile come la relazione originaria che identifica l'"essere singolare plurale" non abbia i tratti di un nucleo sostanziale, di un primo in sé indifferenziato da cui si snoderebbero le differenze: anche parlare di un nodo comune tra le singolarità non significa cercare un principio di unificazione. L'in-comune, afferma Nancy, non è un collante pacificatore, non è "ciò che è" per eccellenza prima e in misura superiore rispetto agli individui, ma è qualcosa che "precede ed eccede" il luogo di una comunità che non è comunione, bensì partage, spartizione appunto.

Come ci insegna Esposito (Communitas: origine e destino della comunità, Torino, Einaudi, 1998), nella stessa radice etimologica del termine comunità non è contenuta soltanto l'idea di qualcosa che "è di tutti" (communis), bensì anche la nozione di munus, del dono obbligato ("una volta che qualcuno abbia accettato il munus, è posto in obbligo di ricambiarlo o in termini di beni o di servizi", ibidem, p. XIII) , quindi di un debito e di una privazione, non di una presenza rotonda. Il munus esprime la gratitudine che esige di essere ricambiata, è il dono che si dà perché non si può non dare. Ciò che unisce i membri della comunità non è qualcosa di positivo, bensì un onere, un debito, una comune privazione: essi hanno in comune il fatto di non essere immuni. Se l'in-comune è inteso in questi termini, esso individua dunque un tertium tra l'individualità isolata e l'unificazione dei molti: comunità è privazione, creazione di uno spazio vuoto che è il solo a permettere l'incrociarsi delle singolarità, a costituire l'impulso dinamico per una spartizione che è, per Nancy, la cifra fondamentale di tutto cio che è.

Solo in una simile prospettiva risulta possibile comprendere in che senso Nancy parli di "essere singolare plurale": se la relazione originaria tra le singole esistenze fosse il communis, ciò che vi è di comune, non avremmo compiuto neanche il minimo passo dal quadro di un'ontologia classica, gerarchica, architettonica, per cui l'essere è incontrovertibilmente uno e uno solo. Del resto, introdurre le nozioni di partage e di singolare plurale (scrivendo i due termini proprio così, senza nessun legame sintattico e senza nessun segno di punteggiatura che li divida) chiarisce anche come l'intento di Nancy non sia neppure quello di "ribaltare" l'ontologia, di compiere un'operazione assimilabile a quella già tentata da Deleuze: liberare l'essere dall'essenza, dalla nozione di predicato universale, restituendolo alla sua costitutiva univocità; non si tratta, per Nancy, di privare l'essere della sua costitutiva relazionalità bensì, al contrario di prendere atto del fatto che non vi è che relazionalità.

Tutto questo aiuta a comprendere come anche in questo testo così densamente teoretico un ruolo fondamentale sia giocato, come sempre in Nancy, dalla componente del politico. Se non vi è senso che non si dia nella spartizione, nel suo essere veicolato e messo in circolazione, allora tutto è politico: "tutto accade dunque tra di noi" (p. 11). La sfera del politico si scava in questo tra che instaura un nesso tra le singolarità senza unirle, senza legarle, senza creare un tessuto: le singolarità sono contigue ma discrete, fra esse non c'è continuità, e la prossimità le une alle altre che le caratterizza è proprio ciò che segna indelebilmente la mancanza di una fusione.

Nancy mostra dunque, nella discontinuità di questo testo fatto di riflessioni autonome, che non si prestano ad essere riassunte in un resoconto, la continuità intrinseca al proprio percorso filosofico: il problema del partage riprende e ricomprende infatti, nella prospettiva generale di una "filosofia prima", le analisi più specificamente monografiche condotte in La comunità inoperosa (trad. it. di A. Moscati, Cronopio, Napoli 1995), dove veniva lucidamente scandagliata l'impossibilità di ridurre la comunità al mito romanticamente nostalgico di una fusione, di una comunicazione e co-appartenenza integrale.
Una comunità è quindi interruzione e scarto: non il legame sociale, bensì proprio ciò che slega tale legame. Alle tradizioni di pensiero romantiche, nazionalistiche e in parte anche marxiste che auspicano il ritorno di un'unità originaria perduta e lacerata sfugge proprio l'originarietà di tale lacerazione. L'originarietà, appunto, di un essere singolare plurale pronunciato tutto di fila, dove la mancanza di interpunzione impedisce di comprendere in che modo connettere questi tre termini e segna, pertanto, una continuità-discontinuità.



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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.