Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 4 gennaio 2001

Domenico Felice (a c. di), Poteri, democrazia, virtù. Montesquieu nei movimenti repubblicani all'epoca della Rivoluzione francese, FrancoAngeli, Milano 2000, pp. 169.

Il presente volume raccoglie gli atti della tavola rotonda sulla Presenza di Montesquieu nei movimenti repubblicani in Italia e in Europa all'epoca della Rivoluzione francese, tenutasi a Napoli il 6 agosto 1999, nell'ambito del X Congresso internazionale sull'Illuminismo. Esso offre un contributo interessante su una delle molteplici direzioni in cui si è fatta sentire l'influenza del pensiero politico montesquieuiano: quella rivoluzionaria. Nonostante la preferenza di Montesquieu1, per un modello di monarchia moderata, infatti, il pensiero giacobino in Francia, e non solo - come mostra in questo volume soprattutto il caso del giacobinismo italiano -, fece propria la teoria montesquieuiana della repubblica e la sua teoria della virtù, trasportando questi e altri temi presenti nell'Esprit des lois spesso ben oltre le intenzioni del loro autore.

Marco Platania, in Virtù, repubbliche, rivoluzione: Saint-Just e Montesquieu (pp. 11-44), ricostruisce il rapporto di Saint-Just col pensiero montesquieuiano, un rapporto che sin da L'esprit de la Révolution et de la Constitution de France (1791) - in cui il rimando a Montesquieu è evidente già dal titolo - appare come caratterizzato da un'adesione rispetto al metodo, ma insieme da una capacità di trasformare temi montesquieuiani piegandoli verso obiettivi estranei al moderatismo dell'autore dell'Esprit des lois. Saint-Just riprendeva qui concetti, come quelli di "principe", "nature" e "rapports", e giudizi storici presenti nell'opera di Montesquieu, inserendoli in un contesto di giustificazione dell'evento rivoluzionario, portandoli cioè verso un esito del tutto improbabile nell'originaria prospettiva montesquieuiana. Significativo è il ribaltamento che Saint-Just opera rispetto ai giudizi di Montesquieu sul ruolo della nobiltà nell'Ancien Régime. Come Montesquieu, Sain-Just sottolinea il ruolo positivo dei parlaments e dei corpi intermedi nella struttura dell'antico regime, ma proprio l'incapacità della nobiltà di rivestire il ruolo sociale che ne aveva fino ad allora legittimato l'esistenza paiono ora a Saint-Just indicare il carattere inevitabile della rivoluzione. La presenza di Montesqueiu nell'Esprit de la Révolution di Saint-Just sfuma il ruolo dell'Esprit des lois nell'ambito della Rivoluzione francese rispetto all'interpretazione di solito accreditata dalla storiografia, secondo la quale sarebbe opportuno distinguere due fasi della ricezione del pensiero montesquieuiano: una prima fase, dall'89 al 91, in cui prevale una lettura in chiave moderata e conservatrice, e una seconda fase, dal 93 al 95, che vede invece la valorizzazione delle tematiche repubblicane. I rimandi costanti nel corso di tutto l'arco della produzione di Saint-Just - da L'esprit de la révolution, al De la Nature de l'état civil de la cité (che risale al 1792) ai Fragments sur les institutions républicaines (pubblicati solo nel 1800) - all'opera montesquieuiana suggeriscono un uso più libero e parziale dei testi, difficilmente riconducibile alla dicotomia tra due momenti precisamente distinti.

Jean Ehrard, in 1795, "année Montesquieu"? Pourquoi l'auteur de L'Esprit des lois n'est pas entré au Panthéon (pp. 45-50), individua negli anni 95-96 un nuovo "moment" Montesquieu in Francia. Due delle nove edizioni dell'Esprit de lois pubblicate durante la rivoluzione risalgono al 1795 e una agli inizi del 1796. Montesquieu viene accreditato in questi anni come l'autorità intellettuale alla quale rivolgersi per uscire dal terrore: di lui si parla, si discute nei dibattiti costituzionali degli anni III e IV. Anche in questo caso, tuttavia, l'ispirazione che si trae dall'Esprit des lois è parziale. In due occasioni - racconta Erhard - la presenza morale di Montesquieu durante il nuovo Consiglio è evocata simbolicamente: prima con la proposta di trasferire i resti di Montesquieu al Panthéon, poi con quella di istallare un suo busto marmoreo nella sala delle riunioni del Consiglio. Entrambe queste iniziative non ebbero seguito. Se per la prima furono d'ostacolo ragioni di regolamento, il fallimento della seconda testimonia piuttosto, secondo Erhard, la persistenza, anche in questa fase della Rivoluzione francese 2, del modello rousseauiano (il periodo post-termidoriano si era aperto con l'entrata di Rousseau3, al Panthéon). Nonostante il carattere tutt'altro che democratico della costituzione dell'anno III, uno dei nodi problematici che la caratterizzano rimane - sottolinea Erhard - quello della sovranità, ovvero quello di una "concezione monolitica del potere dello Stato" (p. 48). Ne sono testimonianza: il rifiuto dei partiti, di qualsiasi potere posto al di sopra del potere legislativo, e, infine, di qualsiasi forma di decentramento. Permaneva all'epoca, sostiene Erhard, un rousseauianismo diffuso, la cui interpretazione non è certamente di facile comprensione. "Avec toute cette ambiguité - conclude Erhard - le démocrate Jean-Jacques était finalement mieux à sa place au Panthéon thermidorien que le libéral Montesquieu ..." (p. 50).

Catherine Larrère, in Montesquieu et "l'exception francaise" (pp. 51-64), si sofferma sul significato della c.d. "eccezione francese", che si fa consistere nell'invenzione di un modello repubblica con pretese universalistiche. Nonostante la riflessione di Montesquieu sulla forma di governo repubblicano fosse declinata nel senso dell'inattualità delle repubbliche antiche, proprio Montesquieu fu una delle fonti dirette della concezione della virtù esaltata dai giacobini. Robespierre4, riprenderà parola per parola nei suoi discorsi del 1793 la definizione di virtù repubblicana data da Montesquieu. Questo rapporto di derivazione dell'ideale della virtù repubblicana dal pensiero montesquieuiano è per certi versi paradossale, se si ricorda come, per l'autore dell'Esprit des lois, la virtù degli antichi fosse un elemento del passato, sostanzialmente privo di attrattive per i moderni. Montesquieu paragonava la rinuncia di sé richiesta dall'ideale civico dell'antichità ad una concezione monastica dell'esistenza, e la definiva "un chose très pénible". Per Montesquieu il recupero dell'antica virtù civica era indesiderabile e impossibile, ma la rivoluzione - osserva Larrère - volle annullare il tempo e rendere possibile l'impossibile (cfr. p. 57). "C'est ce saut dans l'impossible qui lui permet d'emprunter à Montesquieu sa science de la vertu. Mais c'est aussi pourqoi, sans repère, sans référence, sans ancrage dans la continuité d'une histoire, elle affirme son universalité d'un façon qui ne peut être qu'étrangère à Montesquieu"(p. 57).

Paolo Bernardini, in "Das hat Montesquieu der Aufklärer getan!. Percorsi della ricezione di Montesquieu nella Germania settecentesca (pp. 65-78), analizza dapprima gli scarni riferimenti ai paesi tedeschi contemporanei presenti nell'Esprit des lois, che privilegia decisamente i rimandi alla Germania tacitiana e romana, quindi passa in rassegna i caratteri generali della diffusione del pensiero di Montesquieu in Germania, dove L'Esprit des lois fu tradotto in tedesco sin dal 1753, ma le opere fondamentali di Montesquieu erano per lo più già largamente diffuse nell'edizione francese, facilmente accessibile al pubblico colto dell'epoca. Nel pensiero politico tedesco Montesquieu fu utilizzato e ripreso in direzione del passaggio dall'assolutismo al dispotismo illuminato. In questo senso furono utilizzati il tema della divisione dei poteri, l'elogio dei governi moderati e soprattutto la dottrina dei corpi intermedi come limitazione del potere sovrano. Un ulteriore importante influenza di Montesquieu sulla cultura tedesca della seconda metà del Settecento riguarda la nascita della storiografia tedesca e più in particolare la nascita dello storicismo. Pur mancando il metodo storico di Montesquieu, agli occhi della filosofia tedesca, di quella dimensione dinamica, progressiva e organica che sarà propria dello storicismo tedesco, è indubbio, secondo Bernardini, che l'approccio, che oggi definiremmo interdisciplinare, dell'autore dell'Esprit des lois abbia ispirato Herder e la prima scuola storica tedesca.

I saggi di Domenico Felice, Note sulla fortuna di Montesquieu nel triennio giacobino italiano (1796-1799) (pp. 79-97), di Girolamo Imbruglia, Rivoluzione e civilizzazione. Pagano, Montesquieu e il feudalesimo (pp. 99-122), e di Vittorio Criscuolo, Suggestioni montesquieuiane nell'ideologia del giacobinismo italiano (pp. 123-143), testimoniano l'importanza sia in termini bibliografici che in termini di influenza politico-ideologica di Montesquieu e del suo principale capolavoro politico nel Settecento italiano.

A partire da un'indagine che l'autore riconosce essere "parziale", seppure fondata sugli scritti maggiori del periodo in questione, Domenico Felice sostiene che nel triennio giacobino Montesquieu fu, subito dopo Rousseau, l'autore più letto, citato e utilizzato sul piano teorico-politico. Nelle riflessioni dei gruppi democratici italiani numerosi erano i temi di derivazione montesquieuiana. Felice ne sottolinea quattro in particolare. Il primo è la teoria dei climi e il relativismo. Alcuni giacobini italiani - come Melchiorre Gioia e Matteo Galdi - respingono decisamente, in quanto "fatalistica", la connessione stabilita da Montesquieu tra forme di governo e clima, altri invece l'accettano o ne tengono conto. Il secondo tema riguarda la teoria della virtù repubblicana. Anche tra i giacobini italiani passa l'interpretazione in chiave repubblicana di Montesquieu e viene ripresa la dottrina della virtù civica come "amour des lois et de la patrie", che diviene un vero e proprio leitmotiv nella letteratura democratica del triennio. Il terzo elemento montesquieuiano presente nella riflessione del giacobinismo italiano è relativo alla teoria della democrazia partecipativa, preferita alla democrazia diretta, teorizzata da Rousseau. Il quarto è dato dalla ripresa della teoria della divisione dei poteri. Dei diversi principi in cui si articola questa dottrina nell'Esprit des lois, i giacobini italiani tendono ad ignorare totalmente l'idea del governo misto. La divisione del legislativo in due camere - proposta nel dibattito politico tra il 1796-99 -, infatti, è volta non a rappresentare forze sociali diverse (cosa che avrebbe implicato il mantenimento degli ordini e dei ceti tradizionali), come nel modello inglese elogiato da Montesquieu, bensì nel senso di una specializzazione funzionale del lavoro.

Girolamo Imbruglia ricostruisce il ruolo avuto dal pensiero politico di Montesquieu "nella formazione della coscienza dello Stato negli intellettuali napoletani, in particolare in Pagano..." (p. 99). Nel tentativo di guidare la rivoluzione napoletana verso un processo costituente che fosse in grado di creare nuove condizioni di libertà, Pagano parte da un'analisi del carattere feudale dello Stato napoletano esistente, letto attraverso suggestioni insieme vichiane e montesquieuiane. Pagano affidava l'uscita dallo stato feudale, e l'avvio del processo di civilizzazione, ad un ceto mezzano (paragonabile ai middle ranks di cui parlavano gli scozzesi), indipendente dall'economia feudale. Mancando, secondo Pagano, questo ceto di produttori indipendenti nella realtà del regno napoletano, il testimone passava ai philosophes, che avrebbero dovuto farsi interpreti delle ragioni della libertà e della cultura. Dalla "genealogia critica" del regno tracciata da Pagano emergeva l'impossibilità di un processo di riforma dal basso. Il Regno di Napoli avrebbe potuto abbandonare la sua condizione feudale solo attraverso due strade: o la creazione di una monarchia illuminata - l'ipotesi fatta propria da Filangieri, che Pagano giunse a ritenere improbabile vista l'incapacità riformatrice dimostrata dai sovrani borbonici -, o la via più radicale e rivoluzionaria della formazione di uno Stato costituzionale rappresentativo, sulla quale Pagano si collocò negli anni Novanta. Alla base di questa scelta, sostiene Imbruglia, v'era da parte di Pagano la consapevolezza che il "philosophe, per essere legislatore, doveva andare oltre la storia del proprio regno" (p. 122), per spingersi sul terreno dell'ideale, e rivendicare in nome del giusto anche il diritto alla rivoluzione.

Secondo Criscuolo, Montesquieu ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per coloro che, tra il 1796 e il 1799, cercarono di proporre l'ideale della repubblica democratica in Italia. Come già emerso anche dal saggio di Felice, il Montesquieu cui si richiamano i giacobini italiani è un Montesquieu di "ispirazione sostanzialmente repubblicana", da cui era possibile trarre motivi, figure retoriche ed esempi storici (come quello di Silla) in funzione anti-dispotica. Il rapporto coi testi montesquieuiani è, tuttavia, sempre complesso, articolato e libero, tanto che spesso temi presenti nell'opera montesquieuiana vengono ripresi solo per mutarne poi il segno. Così, per esempio, il giudizio sulla funzione dei corpi intermedi nelle monarchie, che in Italia - in pensatori come Pagano - viene associata al permanere dell'odiato e funesto regime feudale, piuttosto che ad un modello di monarchia temperata come in Montesquieu.

In appendice al volume, in quanto riferentesi ad un periodo antecedente alla Rivoluzione francese, è collocato il saggio di Salvatore Rotta, su Montesquieu, la repubblica di Genova e la Corsica (pp. 147-159).

Brunella Casalini
Links sull'autore
Note

1. Opere di Montesqueiu in rete: http://books.mirror.org/gb.montesquieu.html
2. Sulla Rivoluzione francese: http://www.citeweb.net/revolution/
3. Opere di Rousseau in rete: http://books.mirror.org/gb.rousseau.html
4. Indirizzo dell'Associazione degli amici di Robespierre: http://canevet.com/maximilien/

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