Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 16 settembre 2002

Luciano Gallino, L'impresa responsabile. Un'intervista su Adriano Olivetti, a cura di P. Ceri, Torino, Edizioni di Comunità, 2001, pp.149.


Luciano Gallino offre in questa intervista una preziosa testimonianza sull'originale tentativo compiuto da Olivetti di modernizzare le relazioni industriali e la gestione d'impresa. In risposta alle analitiche riflessioni di Paolo Ceri, che negli anni '60 ha condotto studi e ricerche negli stabilimenti del Canavese, Gallino ricostruisce cronologicamente le principali vicende della Olivetti di Adriano e salva dall'avaro contesto storico di riferimento il progetto olivettiano di conciliare innovazione produttiva, territorio e comunità.
Seguendo i fili immaginari del passato e del presente, il dialogo tra Gallino e Ceri rievoca lo stile Olivetti ed il ruolo assunto dall'impresa nella costruzione di una società democratica; ma soprattutto mette in evidenza la modernità del pensiero economico, sociale e politico dell'industriale piemontese, guardando oltre le distanze che separano il mondo di allora dalla cultura imprenditoriale contemporanea. Per questa via passato e presente si ricongiungono, nei temi che, ora come allora, costituiscono parte essenziale delle relazioni industriali: politiche di mercato, politiche del lavoro, politiche sociali.
Gallino, che ha conosciuto l'imprenditore eporediese negli anni '50 quando lavorava come ricercatore sociale al centro culturale della Olivetti, ricorda quanto fosse prezioso, per la prospettiva olivettiana, il concetto di finalità d'impresa. Lo sviluppo del territorio e la crescita della comunità rappresentavano, per Olivetti, la missione prioritaria dell'azienda. Egli agiva infatti secondo un'etica che, osserva Gallino, le istituzioni economiche dei nostri giorni, interessate principalmente ad accrescere il valore aggiunto dei propri azionisti, hanno dimenticato. E tuttavia, se, sotto questo profilo è verosimile definire la concezione olivettiana non solo atipica rispetto allo scenario economico del tempo ma anche in controtendenza con le posizioni del mondo imprenditoriale odierno, non è ugualmente verosimile considerarla priva di attualità o estranea alle complessità del sistema globale contemporaneo. Più probabilmente ciò che ha reso e rende ancora Olivetti un personaggio insolito ed isolato è la distanza tra la sua formazione e la tradizione del capitalismo italiano.
L'impresa era, per Olivetti, un fattore determinante del progresso locale, era un fenomeno culturale ed ai processi di cultura intimamente legata. Lo conferma la felice sintesi di arte e tecnica con cui l'industriale piemontese ha accompagnato la sua direzione alla fabbrica d'Ivrea (celebrata, con riguardo specifico alle architetture ed al design della produzione, nel recente volume di P. Bonifazio e P. Scrivano, Olivetti costruisce. Architettura moderna ad Ivrea, Skira, 2002); lo conferma altresì l'attenzione che, nella conduzione della Olivetti, Adriano pose alla innovazione tecnologica, alla ricerca ed alla formazione. Negli anni che vanno dal 1945 al 1959, gli anni cioè di massimo sviluppo dell'industria eporediese, Olivetti destinò cospicue voci di bilancio alla modernizzazione dell'azienda. Egli agì con originale sagacia sul versante della competizione, incrementando la produzione, ma anche e soprattutto innovando i metodi di lavoro; seppe coniugare nuove tecnologie e formazione, arrivando ad introdurre nell'ambito organizzativo tecniche di gestione estranee all'industria italiana del tempo.
E' indubbio che le "contaminazioni" americane hanno condizionato la visione olivettiana del sistema produttivo; ma è anche vero che le esperienze di oltreoceano vennero opportunamente contestualizzate nella dimensione territoriale del canavese. Così, se la sensibilità alle esigenze di un'organizzazione "scientifica" della fabbrica spinse Olivetti a introdurre nei suoi stabilimenti principi tayloristici, la realtà organizzativa di Ivrea è quella di un "taylorismo dal volto umano" (p.44). Più in particolare, l'efficienza derivante dalla razionalizzazione del lavoro avrebbe, secondo Olivetti, reso possibile un progetto sociale e politico di cui la fabbrica costituiva la naturale "cinghia di trasmissione". A questo proposito non secondario fu il ruolo giocato appunto dalla formazione. Nel 1935 venne istituito alla Olivetti di Ivrea un Centro formazione meccanici (Cfm): un centro nel quale, accanto all'insegnamento tecnico, erano impartite lezioni di cultura generale, di economia e storia del pensiero operaio. La fabbrica avrebbe dovuto infatti facilitare, attraverso la leva della conoscenza, il passaggio da una tradizione contadina, legata a condizioni di vita arretrate, ad una cultura industriale portatrice di un modello di sviluppo sociale. In definitiva, il sistema formativo avrebbe consentito di intervenire gradualmente nei processi di cambiamento del contesto locale, permettendo ai giovani che si avvicinavano all'impresa di appropriarsi "culturalmente della fabbrica" (p.58) e divenire soggetti promotori dell'integrazione tra il luogo della produzione e l'ambiente circostante.
Per questa via, osserva Gallino, la contaminazione olivettiana tra affari e comunità evoca l'esperienza della company town ed un sistema quasi simbiotico tra azienda e territorio. Tuttavia la precipua attenzione di Olivetti al regionalismo non deve essere letta come un'avversione verso i temi, oggi tanto attuali, della globalizzazione. Il progetto di Olivetti era cosmopolitico, privo di istanze separatiste, mirava alla realizzazione di "un'unica società, un unico stato fatto da comunità idealmente affini" (p. 137).
Il dialogo tra Ceri e Gallino induce a concludere che la costruzione di un'impresa responsabile ad Ivrea e nel Canavese fu resa possibile da una sensibilità propria dell'uomo e dell'industriale: la stessa sensibilità che consentì ad Olivetti di affrontare le problematiche sociali, creando un'economia esterna all'azienda e dando vita ad un'esperienza irripetibile di "welfare olivettiano" (p.95). Il pensiero di Olivetti vanta così le caratteristiche di quella che Lewis Mumford definisce utopia della ricostruzione, offre cioè l'opportunità di trasformare l'idea in prassi, realizzando un ambiente di vita che dalla realtà differisce essenzialmente per la concreta possibilità di rendere migliorabile l'esistente. Assistenza medica, mutue aziendali, colonie estive non erano che gli aspetti più evidenti della copertura sociale offerta dal sistema di servizi della Olivetti, anche se i vantaggi che ne derivavano, occorre riconoscerlo, erano concessioni lontane dai moderni diritti di cittadinanza. Le idee di Olivetti sono una riserva da cui attingere in tempi che solo in apparenza inducono a supporre il contrario. Il successo, che l'impresa olivettiana ed il progetto sociale e civile in esso sotteso hanno ottenuto, meriterebbe, infatti, più di una riflessione da parte della cultura industriale contemporanea. In questo senso è ancora oggi di indubbia attualità la lezione che l'Olivetti padre cercò di trasmettere al figlio, giovane imprenditore: "guida l'istinto in te esuberante - controlla con la ragione quello che l'immaginazione ti ha fatto intravedere".
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
Brunella Casalini
Emanuela Ceva
Dino Costantini
Nico De Federicis
Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
Angelo Marocco
Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
di Maria Chiara Pievatolo


Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

Il settore "Recensioni" è curato da Brunella Casalini, Nico De Federicis, Roberto Gatti, Barbara Henry, Angelo Marocco, Gianluigi Palombella, Maria Chiara Pievatolo.