Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 29 ottobre 2000

L. Palazzani, Il concetto di persona tra bioetica e diritto, Torino, Giappichelli, 1996.

Le possibilità offerte dalle nuove tecnologie pongono l'uomo contemporaneo di fronte alla tentazione di intervenire, in forma sempre più invasiva ed artificiale, sulla vita umana. Tuttavia il presupposto volontaristico, tratto caratteristico dello spirito della modernità, porta gli operatori di questo settore delle scienze a non chiedersi se la realizzabilità tecnica sia motivo sufficiente per considerare lecito un intervento su di un essere umano.

Nell'ambito degli studi e degli approfondimenti che ruotano attorno al problema bioetico si inserisce l'opera della Palazzani, la quale, esaminate le premesse storiche e teoretiche delle più consistenti correnti di pensiero sviluppatesi sull'argomento, giunge ad una rivalutazione del ruolo della filosofia in funzione di chiarificazione terminologica e di ricerca di un possibile fondamento al valore e ai diritti del vivente.

Dopo avere tracciato l'incerto ma affascinante percorso etimologico del termine "persona" (senza trarne però tutte le possibili implicazioni teoretiche) l'autrice riconosce, nella flessibilità problematica del termine, una possibilità di rispondere alle esigenze di certezza che pervadono il pluralismo filosofico in tema di interventi leciti sulla persona umana. A tale scopo nel testo vengono criticate anche quelle teorie che, provenendo da concezioni differenti, reclamano l'eliminazione del concetto di persona. Quest'ultimo, per contro, potrebbe rappresentare, secondo l'autrice il denominatore comune attraverso cui riunire le maggiori questioni bioetiche (condivisibilmente a nostro avviso).

Attraverso la considerazione che ogni teoria riserva proprio al concetto di persona ed al suo rapporto con l'essere umano, l'autrice cataloga le principali correnti di pensiero che a vario titolo si sono interessate dell'argomento. In particolare verifica quelle che posticipano il sorgere della "persona" in senso ontologico al manifestarsi della vita (umana e non). Queste concezioni nascono con lo scopo di offrire agli operatori criteri di utilità per risolvere pressanti problemi concreti; tuttavia, come denuncia opportunamente l'autrice, tali concezioni possono essere utilizzate a danno dell'uomo stesso.

N.M.Ford, P.Singer, M.Tooley, H.T.Engelhardt sono gli autori emblematici scelti dalla Palazzani per indicare le linee di sviluppo delle maggiori teorie che rappresentano le parti del dibattito contemporaneo. Attraverso l'analisi delle loro opere più significative questi autori vengono presentati e sistemati all'interno di una griglia interpretativa che pone come termini di riferimento il concetto di persona e quello di essere umano.

N.M. Ford (When did I begin ? Conception of the human individual in history, philosophy and science, Cambridge University Press, Cambridge 1988) ritiene che il concetto ontologico di persona sia successivo a quello di essere umano. Egli pone a fondamento della propria concezione la definizione boeziana di persona ("rationalis naturae individua substantia"), riconoscendovi i criteri attraverso cui poter stabilire la presenza di una "entità": essi sono presenti solamente dopo il 14° giorno dalla fecondazione. Lo zigote infatti, prima di tale data, sarebbe un essere configurato solamente in senso biologico, in seguito acquisterebbe la propria dimensione ontologica. Gli interventi su questa creatura perciò, prima del 14° giorno, configurerebbero esclusivamente una trasgressione morale, non ledendo alcun soggetto di diritto. Nelle tesi di Ford l'autrice riconosce una modalità di riflessione che vuole essere realista e sostanzialista; Ford, però, tende a selezionare i "fatti notevoli" (i parametri tecnici del discorso scientifico) in forma pregiudiziale, ossia in funzione di un concetto già definito ed appiattito sull'idea di "individuo". Solo se l'essere è in grado di mostrare il suo carattere individuale ha, perciò, la possibilità di vedersi considerato persona. L'individualità diviene dunque segno, crisma di una possibile fondazione ontologica.

L'autore paradigmatico che la Palazzani individua invece nel gruppo delle teorie c.d. "separazioniste" è l'utilitarista P.Singer (Etica pratica, Napoli,1989). Le concezioni separazioniste, pur accettando l'identificazione tra persona ed essere umano, negano che l'essere stesso inizi nel momento in cui ha origine la vita umana e ne procrastinano l'inizio al completamento del processo di fertilizzazione al momento o dell'instaurarsi della relazione fisica con la madre o quando diviene impossibile la gemellazione o l'ibridazione (la fatidica data del 14° giorno). Per Singer solamente chi è in grado di "sentire" neurofisiologicamente ha in se la capacità di soffrire e quindi può godere di una considerazione etica e giuridica. Il concetto di persona quindi è definito in questo modo: "l'ente autocosciente indipendentemente dalla sua natura". Da ciò si può inferire che non tutti gli esseri umani sono persone e, per converso, non tutte le persone sono esseri umani; l'intento di Singer, secondo l'autrice, è infatti quello di porre a fondamento della morale e del diritto, con riferimento all'essere umano, non la ragione e l'autocoscienza, ma la coscienza e la sensibilità. Queste caratteristiche devono manifestarsi per poter essere valutate dall'osservatore esterno, prescindendo completamente dalla considerazione della natura del soggetto che "sente" (sia esso uomo o ad es. animale superiore). L'intensità delle sensazioni di esseri diversi dall'uomo è rilevabile grazie ad un ragionamento inferenziale ed analogico; tuttavia i risultati di tale processo mentale, secondo l'autrice, sono del tutto arbitrarii in quanto l'esperienza soggettiva è difficilmente obiettivabile sia che si tratti di sensazioni positive sia di negative. Difatti, in base a questa concezione, sarebbe del tutto lecita la "scomparsa" di un essere che soffre anche in minima parte, a patto che detta sparizione sia occulta ed indolore, poiché in tale situazione non si potrebbe parlare di uccisione. La natura dell'essere senziente, come opportunamente denuncia l'autrice, è quindi del tutto trascurata in una visione, come quella di Singer, eminentemente funzionalista.

Le teorie che posticipano l'inizio dello statuto personale a momenti cronologicamente successivi al concepimento o alla nascita sono rappresentati, paradigmaticamente, secondo l'autrice dalle tesi di M.Tooley (Abortion and infanticide, Clarendon Press, Oxford, 1983). Detto autore identifica il concetto di persona con quello di "soggetto titolare del diritto alla vita". Nella sua prospettiva, ciò che identifica il soggetto meritevole di considerazione giuridica è la c.d. "capacità conativa", ossia la proprietà di avere interessi, desideri. Questa concezione riprende una forma di utilitarismo molto nota che si può agevolmente sintetizzare così: solamente chi nutre interessi è degno di avere diritti. La variante innovativa di Tooley consiste nella individuazione delle proprietà necessarie e sufficienti per poter nutrire diritti: l'attualità del desiderio, la sua stabilità ed il possesso di una autocoscienza. Di conseguenza il momento in cui un essere umano raggiunge questo stadio di sviluppo è un momento sicuramente successivo alla nascita. Laura Palazzani sottolinea, molto acutamente, l'emergere di un curioso principio: più la definizione del concetto di persona si allarga e più sembra restringersi il campo di soggetti che vi rientrano.

H.T. Engelhardt (The foundations of bioethics, New York, Oxford University Press, 1986) è uno degli autori più noti nel dibattito relativo ai problemi di bioetica. Il principio di autonomia, temperato da quello di beneficienza, caratterizza la concezione contrattualistica di Engelhardt. L'autonomia, come categoria ontologica, consiste nel "dare prova", nel manifestare estrinsecamente quei comportamenti che possono individuare l'essere come agente morale. La concezione morale di Engelhardt, secondo l'autrice, è espressione diretta della post-modernità in quanto considera sufficiente, per fondare il momento etico, una quantità minima di consenso tra le diverse concezioni relative ai problemi bioetici. Ma le teorie contrattualistiche, dietro un'apparente rispetto per le varie opinioni, nascondono in realtà una forte intolleranza che viene da Palazzani ben sintetizzata in questi due argomenti:
  1. qualora le concezioni di diverse comunità morali si traducessero in comportamenti di fatto incompatibili, in maniera simultanea, risulterebbe di fatto preminente la volontà aggressiva del più forte a causa della mancanza di criteri adeguati per la soluzione pratica di eventuali controversie;
  2. l'intolleranza è maggiore verso chi non è in grado di manifestare pienamente la propria autonomia: chi "dipende" da altri, infatti, non può essere soggetto di alcun tipo di accordo (che invece per definizione si deve stabilire tra esseri autonomi).

Una volta tracciato il dibattito teoretico tra le diverse concezioni, l'autrice pone due direttrici di riflessione che, a suo dire, sintetizzano l'intero panorama bioetico:
  1. il riconoscimento di valenze pragmatico-operative alla scienza medica nella concreta determinazione di un criterio discriminante dei confini di liceità nell'intervento sulla vita umana;
  2. l'ambiguità semantica dell'espressione "persona" che resiste come luogo rappresentativo dei diversi problemi bioetici.
Inaspettatamente, però, si assiste ad un rinnovato vigore nell'utilizzo di questa espressione all'interno di quelle concezioni bioetiche che si ispirano ad una sensibilità empirista, mentre le dottrine di stampo metafisico guardano con sospetto alle nuove formulazioni del termine, poichè nasconderebbero una svalutazione di quell'essere umano privo delle caratteristiche ritenute essenziali. Il problema denunciato dalla autrice consiste, quindi, nelle possibili discriminazioni relative allo sviluppo psichico o fisiologico dell'essere umano. Il negare o concedere di volta in volta la qualificazione ontologica di "persona", la quale dipende da criteri non certi e, al limite, del tutto arbitrari, significa in realtà negare o riconoscere una ragione di tutela da parte della comunità ad un essere non dotato delle caratteristiche utili alla comunità stessa.

Questo testo, per l'ampia e puntuale documentazione, appare indispensabile a chi volesse approfondire il dibattito contemporaneo. Tuttavia l'autrice non sviluppa appieno gli originali spunti propositivi che pur compaiono nelle critiche rivolte alle tesi dominanti.

Innanzitutto il metodo, che l'autrice utilizza, appare non scevro di ambiguità: parte infatti dal dato empirico per astrarre una definizione filosofica e pretende di utilizzarla come criterio di riunificazione delle diverse teorie bioetiche. Dice: "L'essere umano è persona per la sua natura sostanziale individuale che 'eccede' le sue proprietà ed i suoi atti: gli atti sono 'della' persona... non sono 'la' persona." (p. 240). Se il percorso seguito dall'autrice consiste nel rilevare alcuni dati empirici che formano gli elementi della definizione appare inaccettabile trascurare, in seguito, proprio quelle manifestazioni soggettive fenomeniche da cui ha preso spunto nell'elaborare la definizione stessa. Il procedimento seguito dall'autrice è, in verità, di natura deduttiva perché si limita a riconoscere nella realtà le caratteristiche che formano la definizione boeziana. Questa definizione, a sua volta, risulterebbe adeguata solo accettando in forma a-problematica (del tutto soggettiva) che la natura personale sia un "quid" che esiste indipendentemente dalle sue manifestazioni. Se questo è vero, però, il metodo per reperire tale "eccedenza" non è certamente quello della osservazione empirica.

Secondo Palazzani questa "eccedenza" (che Boezio esprime con il concetto di sostanza), alla luce dell'insegnamento aristotelico, sarebbe in grado di formulare l'unità delle caratteristiche, proprietà e funzioni che caratterizzano l'individuo tanto sul piano diacronico (garantendone la permanenza) che su quello sincronico (unitario). Tuttavia ci si chiede se non sarebbe più proficuo abbandonare questa definizione in favore di uno statuto ontologico diverso. Non sembra, infatti, condivisibile il presupposto, assunto dall'autrice come dato "certo", che la definizione di persona sia stata "....originariamente elaborata per caratterizzare l'essere umano reale" (p. 224). Il punto critico sta proprio in questo: se si parte da una tale considerazione, si giunge necessariamente a ritenere la persona come la somma delle caratteristiche valutabili empiricamente. Invece, seguendo percorsi di riflessione semantica differenti - ad esempio quelli indicati dal concetto di maschera o di volto - si potrebbe, a nostro avviso, rappresentare con maggiore fedeltà la presenza nel termine "persona" di due tratti caratteristici: quello occulto e quello manifesto. La poliedricità di questo concetto impedisce di ritenere, come fa invece l'autrice, che la sua origine risieda nella semplice rappresentazione della realtà empirica dell'essere umano. A meno di non considerare l'essere umano nulla più che la sua fisicità.

Solo considerando che "persona" sia un termine in grado di rappresentare ad un tempo il soggetto ed il proprio oggetto, e quindi un "qualcosa" che manifesta e nel contempo sottrae allo sguardo la propria natura, si potrebbe comprendere il motivo che impedisce, ma nel contempo sollecita, una definizione univoca e più rispondente alle necessità di accordo tra le diverse concezioni bioetiche.

A questo proposito è bene concludere con un frammento di Eraclito che, peraltro, rappresenta lo spirito che ispira anche l'opera della Palazzani: "Per quanto tu possa camminare, e neppure percorrendo l'intera via, tu potresti mai trovare i confini dell'anima: così profondo è il logos".


Paolo Sommaggio

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A cura di:
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2000

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