Bollettino telematico di filosofia politica
Il labirinto della cattedrale di Chartres
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Ultimo aggiornamento 8 novembre 2000

T. Pitch, Un diritto per due, Il saggiatore, Milano 1998

"Il diritto parla di un corpo solo, quello femminile. Il corpo maschile appare soltanto quando debole, malato, minacciato. Il corpo maschile, adulto e sano non è normato: perché esso è la norma, lo standard di riferimento." (pag. 11)
Tamar Pitch, docente di sociologia del diritto all'Università di Camerino, prende in esame quelle forme di normazione sul corpo femminile che investono nei diversi aspetti il rapporto tra donne e diritto a partire dalle proposte di legge sulla fecondazione artificiale - trasformate in legge nel 1999, successivamente alla pubblicazione del libro.

La discussione sulle nuove tecnologie riproduttive richiama i nodi centrali del rapporto tra donne e diritto: i rapporti tra i sessi, lo statuto di donna, la natura e gli scopi delle norme e i rapporti tra etica, politica e diritto; essa tuttavia avviene, sostiene Pitch, in un clima in cui all'assenza di una cultura elaborata si accompagna una sorta di censura preventiva. Le proposte di legge presentate in Italia e il confronto con il quadro legislativo nei diversi paesi europei portano a domandarsi: cosa comporta, per le donne, una normazione sulle nuove tecniche di riproduzione? La sociologa illustra le posizioni di due studiose femministe contemporanee; la prima, di Shalev, che si basa sulla valenza liberatoria del contratto e sull'estensione dello strumento contrattuale alle sfere che ne sono escluse: la famiglia e la riproduzione; la seconda, di Carole Pateman, che vede il diritto viziato all'origine in quanto, essendone il soggetto un individuo maschio, è incapace di significare la differenza. L'autrice, non riconoscendo al diritto il potere di liberare le donne e insieme negando che in esso si debba vedere solo lo strumento di supremazia di un genere sull'altro, sostiene l'adozione di una normazione leggera che non abbia la pretesa di definire il soggetto del diritto una volta per tutte.
Il pensiero femminista, sostiene l'autrice, ha avuto il merito di svelare il diritto "come discorso pubblico sul corpo delle donne: o meglio, il corpo delle donne come spazio pubblico costruito e legittimato come pubblico dal diritto." (pag.11) Ciò ha reso più intensa la domanda fondamentale sulla natura stessa del diritto: come costruisce il diritto il rapporto tra soggetti e corpi e cosa può dirci questo sullo statuto del soggetto?

La questione della violenza sessuale, un "fatto sociale totale" mutevole e persistente nel tempo è "illuminante per analizzare lo statuto dei rapporti tra i sessi in ordine all'esercizio della sessualità, il modello culturale dominante dell'eterosessualità stessa, i diversi modelli di sessualità attribuiti ai sessi" (pag. 149). Una ricostruzione del percorso che ha condotto alla legge sulla violenza del 1996 mostra infatti alcuni aspetti di quello che appare un modello di sessualità preoccupante: una concezione tradizionale della sessualità che si basa sulla relazione tra un maschio naturalmente aggressivo e una femmina naturalmente passiva e che viene rappresentata come un pericolo da cui proteggere i più deboli, come mostrano le norme relative alla sessualità dei minori. Una visione, quella del discorso giuridico, che resta sostanzialmente immutata rispetto a quella di cinquanta o cento anni fa.
Ma qual è la relazione tra gli obiettivi simbolici che hanno ispirato i cambiamenti normativi e l'immagine di questi rapporti che ricaviamo dalle norme?

Un primo esempio è quello offerto dalla legge 194 che ha trasformato una richiesta delle donne di una maggiore autonomia nella sfera relativa alle capacità riproduttive femminili nella soluzione proposta dalla legge, la non punibilità a certe condizioni, che invece ha tradotto l'aborto nella gestione ospedaliera come "una patologia particolare di quella donna particolare". (pag. 235) Lo slittamento tra le aspettative su cui la legge si fondava e gli effetti che dall'applicazione di questa emergono, sono messi in evidenza dalla Pitch ricorrendo a tre definizioni di privato (e di pubblico) di Letizia Gianformaggio. La prima vuole il privato come sfera della privacy, cui è contrapposto il pubblico inteso come sfera legittima dell'intervento collettivo. La seconda è la definizione del privato come segreto: a differenza della prima definizione, qui non è determinante la volontà del soggetto. Il pubblico viene dunque inteso come la sfera di interazione intersoggettiva. La terza definizione intende privato come deprivazione cui si contrappone la 'sfera del politico', un sottosistema funzionale specializzato. Pitch mostra come le donne abbiano, nei primi anni Settanta, richiesto l'ingresso dell'aborto nel pubblico nel secondo significato. L'aborto non doveva essere segreto, privato. Allo stesso tempo si chiedeva un'assunzione di responsabilità pubblica nel primo significato: esso infatti doveva essere gratuito e pubblicamente assistito. A ciò si legava, infine, una nuova concezione di autonomia femminile. Si rivendicava cioè il diritto di definire la propria libertà personale scegliendo di sottrarla alle interferenze altrui senza negarne la dimensione pubblica. L'applicazione della legge ha invece reso pubblico l'aborto solo nel primo significato e tradito gli altri aspetti che delle rivendicazioni delle donne erano parte integrante.

Un secondo esempio viene dalla sfera familiare. La filosofia politica femminista angloamericana, in particolare Hirschmann e Okin, ha rilevato nella svolta paritaria nel diritto di famiglia conseguenze paradossali: impoverimento economico, svalutazione della funzione genitoriale femminile e depotenziamento del materno. In particolare viene messo in luce come la maternità al di fuori della coppia sia deviante e fonte di squilibri. Con famiglia si definisce dunque una relazione orizzontale tra due adulti di sesso opposto e non (anche) la relazione verticale genitore/figli. Pitch analizza i recenti processi che trasformano le relazioni tra coniugi, tra genitori, e tra genitori e figli sostenendo che, se per quanto riguarda la relazione tra gli adulti c'è una sempre maggiore tendenza a non intervenire da parte dello Stato, l'interesse nei confronti del minore rende lo Stato molto presente nelle relazioni tra genitori figli e mostra come la perdita di autonomia di una famiglia che si reggeva sul capofamiglia maschio, non si traduca tanto in una crescita di autonomia dei singoli quanto in un aumento di intervento da parte dello Stato. Il genitore (più spesso, genitrice) singolo è considerato una fonte di pericolo per il figlio e la famiglia è riconosciuta solo in virtù di relazioni orizzontali regolate da un contratto. In questo modo il diritto, sostiene Pitch, nega la realtà dei fatti, poiché nei fatti la devianza è la norma e prendere atto di questo significa promuovere politiche sociali che se ne facciano carico senza invece continuare a interpretarne una ingiustificabile patologia.

Oltre al prendere in esame le leggi italiane e il quadro sociale di riferimento, l'autrice offre un'attenta analisi di testi angloamericani che, come afferma a ragione, stentano a trovare spazio nel dibattito italiano e che invece offrono elementi di riflessione utili e interessanti. In modo particolare confronta le posizioni di filosofe e giuriste (tra queste Carol Smart, Frances Olsen, Martha Minow, Catherine Mc Kinnon, Elisabeth Wolgast oltre alle già citate Shalev e Pateman) che partecipano al dibattito anglosassone oscillando tra le posizioni estreme di chi sostiene il potenziale emancipatorio del contratto e di chi invece vede nel diritto uno strumento colonizzatore del maschile sul femminile.
Sulla scia di questo confronto la Pitch prende posizione per un uso del diritto che serva a significare esperienze e vissuti; un diritto, come lo definisce Zagrebelsky, mite, che lasci aperti spazi di possibilità e un'ampia autonomia del sociale nell'ambito delle regole che la garantiscano. Ma poiché del diritto le donne non sono soggetti, ossia non vi compaiono come tali, mentre il diritto stabilisce confini entro i quali contribuisce a "costruire", nella visione che ci appare, le donne, resta forse da capire in che cosa il diritto 'mite' debba tradursi e come riesca ad affrontare la questione delle diseguaglianze che la stessa Pitch mette bene in luce. Quale sia, cioè, lo spazio di un diritto per due.

Francesca Di Donato
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Il Bollettino telematico di filosofia politica è ospitato presso il Dipartimento di Scienze della politica della Facoltà di Scienze politiche dell'università di Pisa, e in mirror presso www.philosophica.org/bfp/

A cura di:
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Emanuela Ceva
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Corrado Del Bo'
Francesca Di Donato
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Maria Chiara Pievatolo

Progetto web
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Periodico elettronico
codice ISSN 1591-4305
Inizio pubblicazione on line:
2000

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